TIBERI. «LAIGUEGLIA, TIRRENO E POI VIA, DI SOGNO IN SOGNO...»

INTERVISTA | 03/03/2026 | 08:15
di Fabrizio Salvio

Un inizio di stagione incoraggiante («Il migliore da quando sono professionista»), adesso il Laigueglia come antipasto della Tirreno e poi i piatti forti della stagione, Liegi e Tour de France: «È il momento giusto per provarlo. Ho deciso insieme alla mia squadra, la Bahrain Victorious. Comincio a essere un corridore maturo, quindi sono curioso di vedere come va».


In questo momento, però, Antonio Tiberi, 24 anni, laziale di Frosinone, è a casa a tirare il fiato dopo il UAE Tour negli Emirati. E, poiché c’è vita oltre il ciclismo, è l’occasione giusta per scoprire quale sia la sua quando non è in sella. 


Inevitabile, però, partire proprio dalla bici. La prima che ti è stata regalata?
«Se non ricordo male, era un Natale. Avrò avuto quattro anni. Era una mountain bike con le rotelline, forse rossa e azzurra, richiamava Spiderman, una cosa del genere».

La passione è tutta farina del tuo sacco, oppure ti è stata trasmessa?
«Papà è stato un ciclista dilettante. Quando sono nato io aveva smesso già da parecchio, ma continuava a praticare a livello amatoriale. Ricordo che da bambino lo vedevo tornare dall’azienda agricola dove lavorava, cambiarsi, prendere la sua bici gialla vecchio stile, con la levetta del cambio su canotto obliquo, e uscire per tre-quattro ore. Gli rompevo sempre un po’ le scatole per provarla anch’io, nonostante non arrivassi neanche ai pedali una volta in sella».

Senza un papà ex corridore il ciclismo sarebbe stato lo stesso la tua vita?
«Non è stato lui a mettermi in bici, ma senza di lui non sarebbe stata la mia vita, perché, da quando mi ci sono dedicato sul serio, è stato mio padre a guidarmi».

Quando hai deciso che il ciclismo sarebbe stata la tua vita?
«Forse al primo anno da junior, quando iniziai a partecipare anche a corse internazionali e ad accorgermi dell’interesse di qualche procuratore. Pensai: “Se continuo così, potrei anche farla diventare una cosa seria”. E così è stato».

C'era un piano B nella tua vita? Se non avessi fatto il ciclista, cosa ti sarebbe piaciuto diventare?
«Sinceramente no, anche perché non sono mai stato nella situazione di dovermi porre questa domanda. In principio la bici era solo un gioco, ovviamente portavo avanti anche la scuola, ma non è che dicessi “Ok, vado a scuola perché poi poi voglio fare questo lavoro”. Ci andavo perché dovevo» (ride)

E com’era il rendimento?
«Mmmhh».

Materia preferita?
«Oddio, per non dire Educazione Fisica, viro su Storia o Italiano».

Il consiglio più importante e il rimprovero più duro di tuo padre.
«Da quando avevo 8 anni fino ad oggi che ne ho quasi 25, il suo consiglio è sempre lo stesso: metterci sempre la maggior professionalità possibile in quello che faccio. E mi ripete di provare sempre a fare qualcosina in più che in meno, sia l’allenamento o la gara. Il rimprovero? Quando non metto in pratica i consigli di cui sopra perché sono con la testa tra le nuvole o magari sono preso da altre cose. Soprattutto quando ero piccolo, capitavano i periodi in cui non pensassi troppo alla bici e papà diventava più rigido nei miei confronti per rimettermi in carreggiata».

A proposito: la rinuncia più grossa che hai fatto per il ciclismo?
«Intorno ai 10-15 anni sei nell’età in cui gli amici di scuola ti invitano a casa oppure ad andare al parco insieme. Io ero quello che, se la sera faceva una pizza coi compagni, alle 21.30 doveva tornare a casa perché il giorno dopo aveva scuola e allenamento al pomeriggio. Ero quello che litigava coi genitori perché voleva andare a giocare a calcetto, e il papà gli diceva no perché avrebbe potuto farsi male e compromettere la partecipazione a una corsa. Sono stato un bambino e un ragazzo vivace, che voleva fare mille cose e quindi, ecco, quella è stata la fase in cui più mi sono scontrato con mio padre».

Quali altri sport ti piacciono oltre al ciclismo?
«Mi piace molto nuotare. Nei mesi caldi, quando sono sul lago di Como, a Lecco, a casa dei genitori di Chiara, la mia ragazza, spesso faccio il bagno nel lago. Alla fine della scorsa stagione, in vacanza in Egitto, ho preso il brevetto per fare le immersioni con la bombola».

Hai mai avuto paura in bicicletta?
«Eh, sì, soprattutto nei primi anni da professionista, quando mi sono reso conto a quale velocità si andasse in discesa. Ci sono momenti in cui, se abbassi lo sguardo sul contachilometri e ti accorgi che viaggi a 70-80 km/h, qualche pensiero ti viene. Quando sono sceso dai passi di montagna del Giro di Svizzera, ho avuto parecchia paura».

La salita più bella dal punto di vista paesaggistico?
«Una che mi piace tanto è quella che porta in cima al Teide, in Spagna. Quando il cielo è limpido, la vista sulle Canarie è davvero spettacolare. In Italia mi viene da dire il Pordoi e le Dolomiti in generale».

La più difficile, spaccagambe che hai fatto?
«L’Angliru». 

La corsa che vorresti vincere? 
«Il Giro d’Italia».

Quella che vorresti correre di nuovo perché non ti è andata giù?
«Il Giro d'Italia del 2024».

L’ultimo pensiero prima di andare a dormire.
«Ripasso mentalmente il programma di lavoro del giorno dopo e tutti gli impegni».

Il primo quando ti svegli?
«Controllare il tipo di allenamento che mi aspetta, per capire se mi resta anche tempo per fare qualcos’altro».

Sarà contenta Chiara… Sei credente?
«No, sinceramente no».

A cena con…? 
«Cristiano Ronaldo, ma non per quanto è famoso, ma per la devozione che a quasi 40 anni nutre ancora verso il suo lavoro».

Film o serie TV?
«Film, perché una serie tv non so mai quando posso finirla oppure, se mi prende, sono capace di restare sveglio tutta notte».

Chi è il padrone del telecomando, tu o Chiara?
«Forse un pochino più lei».

Musica? 
«La straniera, un po’ di dance elettronica, ma anche i classici italiani».

Ultimo libro letto?
«“Impara a usare il cervello”, una guida per gestire le emozioni».

Chi e cosa farà tra 20 anni Antonio Tiberi?
«Bella domanda. Tra 20 anni spero di essere arrivato al punto di poter dire «Ok, adesso posso rilassarmi e fare un po’ quello che mi piace”. Tra vent’anni spero di aver messo su famiglia, e avere un figlio».

E chi è Antonio Tiberi quando non pedala?
«Mi piace molto viaggiare e questa è una cosa che coltiverò quando smetterò di correre. Mi piace molto la natura, quindi quando posso vado in giro per boschi dove abitano i miei, a Gavignano, in provincia di Roma. Poi mi piacciono molto anche i motori, quindi sto dietro alla mia macchina, una Audi S3, che ho pian piano ho trasformato in una vettura più da pista che da strada, tanto per gli spostamenti quotidiani ho un Suv. Infine sono un appassionato di tecnologia, attraverso la quale sto ammodernando casa. È ancora in fase di progettazione e assemblaggio, ma Alexa comanda un pochino tutto, le luci, la TV, la porta, l’allarme… Insomma, a casa mia è tutto collegato».

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COMMENTI
Alè Tiberi
3 marzo 2026 23:23 apprendista passista
Da abruzzese, fan di Ciccone...anche Tiberi un ottimo corridore e sono sicuro ci farà divertire.

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