-2 AL GIORNO DELLA MEMORIA / IL BARTALI DI FRANCO CRIBIORI

STORIA | 25/01/2026 | 08:25
di Marco Pastonesi

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, che dal 2005 l'Onu ha istituito per commemorare le vittime dell'Olocausto e della persecuzione nazista. Per noi è l'occasione per ricordare, ancora una volta, Gino Bartali.


Ne sentivo parlare come di un fenomeno. Che piovesse a dirotto o tirasse vento da bufera, che facesse quaranta gradi all’ombra o si battesse i denti dal freddo, che ci fosse da mangiare o che da mangiare zero, dicevano che lui andava sempre forte, comunque e dovunque. Una forza della natura”.


Ne sentiva parlare, Franco Cribiori – erano gli anni Cinquanta -, nel reparto corse della Legnano, in via Cicco Simonetta, a Porta Genova, Milano, a due passi dalla Darsena. “Si trovava sulla strada fra casa, a Corsico, e scuola, l’Istituto Carlo Bazzi in via Cappuccio, fra il diploma di perito edile e il sogno del ciclismo. Mi fermavo, entravo, c’erano Eberardo Pavesi, l’Avucatt, direttore sportivo, Umberto Mascheroni, che tutti chiamavano Lupo o signor Lupo, e Umberto Marnati, meccanici della Legnano. Lì dentro – lingua ufficiale il milanese - si respirava ciclismo, lì dentro si andava a lezioni ciclistiche di storia e geografia, lì dentro si ascoltavano storie e racconti soprattutto di Bartali. Quella volta che al Giro, quella volta che al Tour, quella volta che alla Sanremo, quella volta che al Lombardia, quella volta che sulle Alpi, quella volta che sull’Appennino, quella volta che sui Pirenei. Bartali, capace di sopportare qualsiasi difficoltà, fatica, dolore. Un fenomeno. Un fachiro”.

Così che, quando finalmente si incontrarono, si presentarono, si salutarono, a Cribiori sembrava già di conoscere Bartali. “E chi non conosceva Bartali? Era un padre della patria, era un eroe nazionale, era il ciclismo. Io venivo da tre anni, 1958, 1959 e 1960, vincenti da dilettante alla Cademartori e dal più grosso dispiacere della mia vita, una caduta con frattura della clavicola 15 giorni prima dell’Olimpiade di Roma, azzurro nella prova su strada. Passai nella Legnano per il finale della stagione, piazzato al Giro dell’Emilia, nella Coppa Agostoni e al Giro di Lombardia, rimasi nella Legnano nel 1961 sfiorando il podio al Giro di Campania, alla Tre Valli Varesine e al Giro del Lazio, soprattutto al campionato italiano, quarto. Nel 1962 passai alla San Pellegrino, dove Bartali era direttore sportivo, stella cometa, tutto. Perché lui di ciclismo sapeva tutto, ma misurato, calibrato, fondato su di lui. Solo che lui non era noi, anzi, noi non eravamo lui. Bartali non ammetteva che noi salissimo il Ghisallo con il 23 quando lui lo faceva con il 18 o al massimo il 20. Scuoteva la testa, brontolava e sentenziava: siete boni a nulla, siete tutti sbagliati e tutti da rifare”.

Non proprio tutto sbagliato e tutto da rifare, se quell’anno Cribiori sotto Bartali vinse la Coppa Placci, fu secondo al Giro del Piemonte, al Giro di Romandia (“Ma solo perché caddi”) e al Giro del Veneto. “Nel 1963 passai alla Gazzola, mi avevano proposto condizioni migliori e il ruolo di capitano, e quelle due stagioni sarebbero risultate le migliori”.

Ormai Bartali era entrato nella vita di Cribiori: “Era un’istituzione. E quando diventai direttore sportivo, lui era sempre nel mondo delle corse e dei corridori da opinionista, giornalista, testimone, ambasciatore, qualsiasi qualifica gli sarebbe stata stretta, riduttiva. La sera ci si ritrovava spesso nello stesso albergo, lui cominciava a raccontare storie con la voce rauca e finiva, magari dopo mezzanotte, con la voce buona, come se i ricordi avessero il potere di togliergli polvere, ruggine, tosse. E noi lo ascoltavamo avidi e incantati come i bambini quando gli si narrano le favole di Cappuccetto Rosso e il lupo cattivo o di Biancaneve e i sette nani. E pensare che, se fosse dipeso da me, sarei andato a letto presto, dopo la cena con i corridori e il giro delle camere me ne sarei andato a letto presto, con i giornali per tornare sulla tappa già vissuta e il Garibaldi per studiare la tappa ancora da vivere”.

Fra le storie che Bartali raccontava c’era sempre Coppi: “Ne parlava con rispetto e forse anche con nostalgia, dopo gli anni della rivalità erano sopraggiunti gli anni dell’amicizia”. Fra le storie che Bartali raccontava c’era anche la guerra: “Di quando aiutava i partigiani portando ordini e di quando salvava gli ebrei nascondendo i documenti nel tubo piantone della bici, facendo anche 300 chilometri tra andata e ritorno e sfidando i posti di blocco. Ma di questi ricordi non faceva pubblicità, li confidava soltanto a quelli di cui si fidava, di cui era amico, di cui sapeva che non ne avrebbe poi chiacchierato”.

Altri tempi, altro ciclismo. “Altro mondo – sospira Cribiori -. Oggi si parla tanto di intelligenza artificiale. Ma c’è da fidarsi più dell’intelligenza artificiale o dell’intelligenza umana, generosa e giusta di un Bartali?”. Non aspetta una risposta, Cribiori. Forse non era neanche una domanda


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