Da Iasi, Romania, a Jurilovca, Romania, 575 km. Poi da Jurilovca per la Bulgaria fino a Serres, Grecia, 1050 km. Infine da Serres a Igoumenitsa, Grecia, 560 km. Totale: 2185 km, 50 giorni e 50 notti. Non è obbligatorio arrivare a Capo Nord o cimentarsi sul Cammino di Santiago o attraversare qualche deserto africano. Più valoroso, perché più creativo e coraggioso, disegnare e vivere un viaggio così, dal Mar Nero all’Adriatico, dai confini con la Moldavia a quelli con l’Italia. Tanto più che il viaggio è stato disegnato e vissuto in bicicletta.
“Ciclopedia balcanica” (Ediciclo, 208 pagine, 17 euro) è il racconto di questo cicloviaggio a due, Carla Alexia Dodi, professione insegnante, anche giornalista, qui scrittrice, e di Draga, bicicletta pieghevole di origine cinese, già collaudata in un’avventura in Dobrogea, fra Romania e Bulgaria, poi in una esplorazione nel Delta del Danubio, fra Romania e Ucraina. Un tandem, dunque, quasi una figura mitologica, metà umana, Dodi, e metà meccanica, Draga, anche se i ruoli si confondono, c’è una parte meccanica anche in Dodi, che pedala, e una parte umana in Draga, che guarda, accompagna, assiste, condivide, conforta oppure chiede aiuto. Dodi definisce Draga “compagna di avventure, coscienza critica e interlocutrice ironica”. E scrive: “Ho cercato di prepararla bene per le grandi traversate che avremmo fatto. Ma, in fondo, è rimasta la stessa, senza troppo sofisticherie. Ha un telaio in alluminio, robusto e un poco pesante, tredici chili. Si piega in due, all’occorrenza. Utile nelle grandi stanchezze di un viaggio lungo: entra in qualunque mezzo di trasporto a motore, volendo. Con me ha guadagnato un portapacchi posteriore e un cesto da mettere davanti, sul manubrio. Poi le luci, davanti e dietro”. Cambio a sette velocità. Niente sacche, ma zaino e tenda legati con un cavo elastico. Draga, in romeno, significa cara, cioè gioia, anche tesoro. Il rapporto che si stabilisce non solo fra Dodi e Draga, ma fra tutti i ciclisti e le cicliste con le loro bici è stretto fino all’intimità, affettuoso fino alla dipendenza. C’è un ultimo particolare cui Dodi tiene molto: ha spazio per un solo libro, la carta pesa e ingombra, lei ne sceglie uno doppio, “Se questo è un uomo” e “La tregua” di Primo Levi. Le servirà da guida e bussola.
Il Grande Viaggio Balcanico ha una meta: Sultana, amica greca. Ma i traguardi volanti sono imprevisti, improvvisi, infiniti: monasteri e campanili, officine e cantine, caffè e vino, sogni e progetti. “L’uomo ha la faccia rubizza e le mani forti, vuole parlare. Non devi aver paura! Barcolla. Dice che ha il cuore buono, intenzioni oneste, due figlie all’estero che lo hanno dimenticato – ho lavorato tutta la vita per loro! – e ora piange, cacciandosi le mani negli occhi”. “Nel villaggio di Aliman ci hanno guardato come marziani sbarcati sulla terra in un giorno di sole feroce. A Negureni, con le gambe pesanti, ci siamo fermate su una panchina davanti al cancello di un giardino. In molti villaggi della Romania le panchine stradali sostituiscono la piazza: qui si prende il fresco o il primo sole di primavera, si parla, si scambiano le notizie di un giorno”. “Rivedevo gli ultimi giorni di mio padre, che se n’era andato poco prima della pandemia. Non riusciva più a camminare bene quando si era seduto al volante della sua auto, una mattina di settembre”.
I viaggi in bici sono vite centrifugate, radiografate, recuperate. Gli incontri in bici sono pacifici, nessuno approfitterebbe di chi pedala. Gli incontri a forza di gambe sono anche più diretti, più semplici di quelli a scappamento di motore. Le sensazioni in bici sono più forti, come amplificate dalla fatica, dalla autenticità, dalla mancanza di schermi, vetri, finestre. Sul traghetto per l’Italia, Dodi guarda Draga, “minuscola tra camion di spaventose dimensioni”, non dorme e conta le pecore, “ma non posso contare quello che mi appaga di più, l’adrenalina migliore: i sorrisi, gli abbracci, le porte aperte. L’accoglienza e la cura”. Forse si pedala solo per questo.
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