IL MIO GIANNI

STORIA | 25/03/2020 | 08:00
di Gian Paolo Ormezzano

Devo essere breve, che in giornalismo non vuole sempre dire non lungo ma spesso significa non dilungato (non si può, non si deve essere breve raccontando la Cuneo-Pinerolo di Coppi 1949), per acconciamente scrivere di Gianni Mura, gran collega che amò il ciclismo più di ogni altro sport e il Tour de France più dello stesso ciclismo, e che ebbi il piacere, l’onore, il gusto di ospitare spesso sulla mia vettura al suo primo Giro d’Italia, lui ragazzino o poco più (sulla “rosea” scriveva soprattutto di pallavolo), io ragazzaccio o anche meno, di ben dieci (dieciiiiii!) anni meno giovane.


Mi spiegò le delizie del vino chardonnay, ricordo eccome: io, che mi spacciavo per suiveur cresciuto alla grande scuola anche enogastronomica del ciclismo, non lo conoscevo. Mi fece e restò amico nonostante questo mio coté blasfemo. Mi ha telefonato poche ore prima di andarsene, ha usato per salutarmi una parola della nostra koiné, forse voleva farmi sapere con questa emergenza lessicale che si stava facendo sera, anzi notte (della sera mi aveva detto prennunciandomi due mesi prima il suo dover andare sull’Adriatico per ragioni di salute).


Ciao Gianni, in primis. E lui che mi controsaluta con quella parola molto nostra, adesso quasi rivelatrice. Ciao Gianni, e devo dirti che in tua morte hanno scritto di te tanti colleghi e amici e conoscenti e rivali, e sempre hanno scritto il giusto, d’altronde facile da praticare: Gianni Mura bravo bravissimo, brillante, colto e però mai greve, onesto onesto onesto, schiena drittissima sempre, classico&innovatore, ciclofilo arguto ma anche duro con i nemici, mai ciclomane che non sa scrivere sereno, toh sa anche scrivere di calcio…. E giornalista sommo, Brera o non Brera nel tuo scrivere, come se fosse importante, mentre tutto in te era naturale, logico, felicemente incastrabile un aspetto nell’altro.

Prime e magari ultime righe che scrivo su di te. Ti ho saputo morto da una telefonata di buon mattino da Senigallia che avevi scelto per respirare aria buona di mare, era Emanuela Audisio, giornalista grande ma soprattutto amicona nostra, lei ti aveva ospitato nel suo paese sull’Adriatico, tu con Paola che ti presentai ad una Marcialonga e che tu sposasti, Paola del Trentino ruvido, e  tu la seducesti a colpi di poesie.

Ho letto tutto quello che è stato scritto su di te scomparso e posso dirti che più o meno so già quello che ancora verrà scritto. Bene, sono felice, davvero, che nessuno abbia scritto uno di quei pezzi coccodrilleschi che hanno crivellato le bare di nostri colleghi.  Insomma, nessuno ha scritto frasi che, se lette insieme tu ed io, ci avrebbero fatto scoppiare di riso facile o riempirci di rughe da faticato sorriso. Naturalmente nessuno ha scritto quello che vivono insieme dei gaudenti seri come tu e se permetti anche io quando girano il mondo per sport, per scrivere di sport. Nessuno ti ha visto allegro come ti ho visto io una sera del 1992 a Barcellona olimpica, nessuno ha goduto delle tue folgoranti definizioni come quella volta a Montréal 1976, per stare al comune giornalismo dai Giochi. Cose belle tue, ora cosine mie di cui sono geloso.

Io ho smesso col Tour de France ben prima di te, mi piaceva leggerti sulla nostra Francia dei cibi alti e dei vini sommi, delle poesie e delle canzoni, dei lumi di cultura e dei giochi di parole. Tu fingendo o no di imparare qualcosa dalla mia più longeva esperienza, io imparando davvero dalla tua classe superiore e dalla tua amicizia. Il mestiere ci ha distanziati nel mondo, oltre che nelle città di residenza, ma bastava un colpo di telefono, una mezza frase ed era come se riprendessimo un discorso durato anni ed anni, in pratica mai interrotto.

Ma adesso basta con l’autotrombonismo, sennò finisco per fare come quelli che, ricordi?, criticavamo insieme perché commemorando un collega, un amico, un personaggio finivamo per scrivere la storiella di se stessi. Aggiungo soltanto che tu non lo sai (o non lo hai mai voluto sapere) ma ti ho sempre usato recepito sfruttato: battute, intuzioni, anagrammi, epigrammi, giochi di penna cioè di parole, di cultura, anche acrobazie nella lingua francese che pure mi piccavo di conoscere meglio di te. Un venerdì non ti trovai come sempre sul settimanale di Repubblica, voglio dire il pezzo tuo e di Paola su qualche ristorante, ti telefonai, mi dicesti - discreto, quasi pudico - del problema fisico che ti obbligava a staccare, a sigillarti al mare per guarire da quella cosuccia. Poco prima di andartene via da questo nostro mondo mi facesti capire che la cosuccia non era per niente “uccia” e mi salutasti in quel certo modo, e avrei voluto intuire subito di più e dirti chissaccosa. Ma sto parlando di me, scusami anzi perdonami. E grazie di tutto.

 

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