DAN MARTIN SI PRESENTA AD ISRAELE: «GLI OBIETTIVI? TOUR E DIVERTIMENTO IN BICICLETTA»

INTERVISTA | 11/12/2019 | 15:00
di Carlo Malvestio


Prime pedalate, bike-fitting e colloqui con i direttori sportivi. Daniel Martin ha cominciato il suo processo di inserimento nella nuova Israel Start Up Nation a Parenzo, in Croazia, nel primo breve ritiro che ha preceduto quello più lungo in Israele, dove è stato annunciato il roster definitivo. L’irlandese dovrebbe essere la superstar del team, visto il palmares con il quale il solo Greipel può competere in squadra, invece l’ex UAE Emirates non ha la minima intenzione di atteggiarsi come tale. E la sua visione del ciclismo non è sicuramente quella della gran parte degli atleti professionisti.


Come è nata questa opportunità israeliana?
«Ero in cerca di un ambiente come quello della Israel. Ho parlato con Kjell Carlstrom e ho subito pensato facesse al caso mio. Credono in me, anche se arrivo da una stagione in cui non sono mai riuscito a vincere e questo era semplicemente quello che cercavo. Guardandoli da fuori notavo quanto si divertissero a correre e ogni anno diventavano più forti. Voglio aiutarli a crescere ancora».

Anche se non avevi la certezza di essere nel WorldTour?
«Sapevo che puntavano al WorldTour, e che quest'anno o il prossimo ci sarebbero entrati. Però non ha influenzato più di tanto la mia scelta, perché già quest'anno avevano fatto un calendario di altissimo livello. E poi sinceramente non mi interessa più di tanto quali corse farò, lo deciderò con la squadra, l'importante è che mi diverta in bicicletta. Ho già fatto tutte le corse più importanti del mondo e in molte di queste ho ottenuto anche buoni risultati, quindi veramente non ho interessi particolari per questa o quella corsa. Coi direttori sportivi capiremo quali gare ci potranno permettere di ottenere i risultati migliori».

Sei mai stato in Israele?
«No e non vedo l'ora di andarci la prossima settimana (intervista fatta prima della partenza per Israele, ndr), non ci sono mai stato. In una settimana vedrò la Croazia e Israele, due paesi che non avevo mai visitato. Ovviamente mi informerò bene sulla storia di Israele perché voglio farmi trovare preparato e penso che faremo anche un po' di turismo. Era da tanto che non avevo così voglia di andare in ritiro».

Ti sei fatto un’idea sui Grandi Giri per il 2020?
«Hanno rivelato i percorsi di Giro e Tour e quest'ultimo si adatta maggiormente alle mie caratteristiche, quindi è più probabile che sia al via del Tour. Mi piacerebbe vincere una tappa, poi se avrò l'opportunità di lottare anche per la generale tanto meglio. Mi aspetto una corsa molto aperta, che favorirà i corridori aggressivi. L’avvicinamento credo che sarà simile a quello che ho avuto negli scorsi anni, però dobbiamo ancora decidere con esattezza».

E subito dopo volerai a Tokyo con quali ambizioni?
«L'Olimpiade è una corsa di un giorno, difficile da gestire e prevedere. Una foratura e tutti i tuoi programmi vanno in fumo. Non mi concentrerò solo su quella perché, non voglio essere pessimista, se una cosa va storta rischi di compromettere una stagione. Dopo il Tour ci sarà il problema del viaggio, del fusorario, del caldo e dell'umido e non sarà facile adattarsi in appena 5 giorni tra Tour e Olimpiade. Sarebbe bello far bene e rendere il popolo irlandese fiero, ma non sarà facile, spero di uscire bene dal Tour e fare una bella prestazione».

Sarai il capitano sia per le classiche più dure che al Tour. Pressione?
«È una pressione positiva. L'avevo anche in altre squadre, sono io l'unico che può mettermi più pressione. Poi sapere che la squadra crede in me mi aiuta molto».

La prima impressione che hai avuto sulla nuova squadra?
«Finora ci ho lavorato solo poche ore, ma l’impressione è molto positiva. Tutti lavorano per uno stesso obiettivo e l’ambiente è familiare. Tutti continuano a dirmi che sarò il capitano, l’uomo più importante del team, ma loro mi trattano come tutti gli altri e io sono il primo a volere che sia così. Ognuno ha il suo ruolo in squadra e tutti sono importanti. Se il meccanico non gonfia bene le ruote, non posso vincere, se la squadra non mi porta davanti, non posso vincere, quindi sono solamente un membro della squadra».

Nei Grandi Giri non sei mai stato tanto fortunato…
«Vero. Prima di finire la carriera vorrei rispondere a questo punto di domanda. Dove posso arrivare senza la sfortuna in un Grande Giro? Nel 2017 ho chiuso sesto il Tour con due vertebre lombari rotte. L'importante, comunque, è guardare sempre al futuro e son sicuro di poter fare bene allenandomi e divertendomi».

Pensi di avere nelle corde un podio in una corsa di tre settimane?
«Fisicamente sì, come lo hanno anche tanti altri corridori. Però non può bastare, perché sono i dettagli a fare la differenza in un Grande Giro. Se arriverà bene, altrimenti non importa, non mi rattristerà se non ci riuscirò».

Qual è il risultato più grande che hai raggiunto fino ad ora?
«Vincere tappe al Tour de France è grandioso, per l'atmosfera che c'è. Ma ho anche vinto due classiche monumento (Liegi e Lombardia, ndr), quindi non saprei rispondere sinceramente. Sono orgoglioso di quello che ho fatto, ma non mi piace guardare al passato, penso che nel ciclismo sia meglio guardare sempre al futuro».

Se dovessi scegliere una corsa da vincere?
«Sinceramente mi darebbe fastidio non vincere mai la Freccia Vallone, visto che sono arrivato due volte secondo e una volta terzo. Ma l’importante è riuscire a ripagare questa squadra con qualche vittoria, perché l’ultimo anno senza successi è stato abbastanza frustrante per me. Dovrò sfruttare tutte le chances che mi capiteranno, senza avere rimpianti. Certamente non correrò al risparmio».

Hai una mentalità diversa da tanti tuoi colleghi. Ti senti differente?
«Non c’è bisogno che sia diverso da quello che sono. Se sono diverso da altri corridori perché non dico “voglio vincere questa o quella corsa”? Sì, può essere, è il mio modo per gestire la pressione. Altri corridori sono più abitudinari e più strutturati, ma io non lo sono mai stato. Non parlo mai di sogni, perché non è realistico; sono corse in bicicletta e alla fine vince solo uno. Tante cose possono succedere che non dipendono da me. Per esempio, ero sempre andato piuttosto male al Giro dei Paesi Baschi e poi quest’anno all’improvviso l’ho quasi vinto. Penso che il ciclismo sia unico da questo punto di vista, è così imprevedibile, un anno vai forte in una corsa e l’altro no, perché magari hanno cambiato anche solo una strada, o hai mangiato male, o hai dormito male la notte prima. Facciamo del nostro meglio per controllare tutte le variabili, ma è impossibile».

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