GIULIO CICCONE E LA STAGIONE DEL CUORE

INTERVISTA | 27/11/2019 | 07:44
di Pier Augusto Stagi

Avrebbe tutto il diritto di fare un po’ lo spaccone, ma Giulio Ciccone non è più lo stesso: né come corridore, né tantomeno come giovane uomo. Non è più lo stesso da quando ha lasciato la Bardiani Csf ed è entrato a far parte del grande circo del World Tour. Non è più lo stesso da quando ha conquistato la tappa del Mortirolo e ha portato a Ve­rona la maglia azzurra di miglior scalatore del Giro d’Italia. Non è più lo stesso, e non poteva essere altrimenti, dopo aver corso il Tour de France e aver vestito per due giorni due la ma­glia gialla. Non è più lo stesso da quando mamma Silvana, subito dopo la Grande Boucle, è stata costretta ad un delicatissimo intervento chirurgico al Gemelli di Ro­ma.


«È così, spesso ci troviamo a parlare di fatica e sacrifici, di sport terribile, ma poi quando succedono certe cose rimetti tutto al posto che merita - ci spiega -. Le parole hanno un senso, diceva in un film Nanni Moretti, ed è proprio vero. Noi giochiamo con le nostre biciclette e voi con le parole, ma la vita ti riserva prove ben più dure del Mortirolo o dello Zoncolan. Sono esperienze che ti fanno crescere e ora vedo tutto sotto una luce diversa».


Giulio è cresciuto, come atleta e giovane uomo. Ha sempre il suo faccino da eterna peste, con quel sorriso gentile e sincero che conquista. Lo incontriamo a Bergamo, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede della Trek Italia di Davide Brambilla. Lui in provincia di Bergamo ci vive ormai da qualche anno, a Sorisole, con la compagna Chia­ra.

Forse anche Bergamo ha inciso…

«Questo non lo so, ma è chiaro che an­che questa terra ha probabilmente in­fluito sulla mia crescita - ci spiega -. Ter­ra di ciclismo e di ciclisti, con grande tradizione ma anche sofisticata ri­servatezza. Io vengo dall’Abruzzo, da noi siamo un po’ più esuberanti, qui molto più compassati e contenuti. Io, se c’è da fare casino, lo faccio ancora adesso, perché se uno nasce tondo non può diventare improvvisamente quadrato, ma penso di essere cresciuto, sot­to tutti i punti di vista. Come sta mamma? Meglio, grazie».

Sei chiaramente l’uomo nuovo del ciclismo italiano. Te lo aspettavi?
«Per me quello di quest’anno era l’anno zero e francamente alla fine non posso che ritenermi soddisfatto. Che voto mi do in pagella? Un bel 7».

C’è qualcosa che speravi potesse andare diversamente?
«Al Giro tenevo tantissimo alla tappa de L’Aquila, purtroppo quel giorno non ero al top e sono andato non come avrei voluto. Ecco, se potessi fare un rewind, mi piacerebbe ricorrere quella tappa. Stessa cosa al Tour: nel complesso sono contento, ma senza la caduta avrei potuto correre con più tranquillità e senza ossessioni».

Questo è tempo di bilanci, ma anche di buo­ni propositi in vista dell’anno nuo­vo…
«È chiaro che c’è da lavorare e anche tanto, soprattutto per migliorare nelle prove contro il tempo dove non mi so­no mai applicato più di tanto, però lo voglio dire chiaramente: non sono an­cora pronto per fare la classifica. Il prossimo anno avrò in squadra un mo­numento che di nome fa Vincenzo Nibali e sarà un valore aggiunto per tutti, soprattutto per me. Voglio guardare, osservare, rubare il mestiere per crescere e migliorarmi. L’idea di poter correre al suo fianco mi elettrizza. Sono felice di poter condividere questa esperienza con Vincenzo, ma io devo ancora lavorare tanto: con Enzo al mio fianco sarà tutto più facile».

L’esuberante Giulio gioca a nascondino?...
«Ma no, cosa dici? Io in questi anni ho sempre fatto qualcosa di più e di me­glio. Un passo per volta, e sono convinto che anche il prossimo anno potrò far vedere qualcosa di bello, ma non posso certo dire: ragazzi il prossimo anno per i Grandi Giri ci sono anch’io. Mi metterò alla prova, consapevole di dover colmare qualche criticità. Le crono so­no il mio tallone d’Achille. Posso lavorarci, anche se non so quanto possa es­sere il mio margine di crescita. Spe­riamo tanto».

In salita, intanto, parti già da un ottimo livello.
«Vero, e quello deve essere il mio pun­to di forza. Lì voglio migliorare ancora e so di poterlo fare, perché ce l’ho nelle mie corde».

Ti saresti mai immaginato di arrivare a questi livelli?
«Se ti riferisci a quando io bimbetto lascio il calcio per la bicicletta, no, non mi sarei mai immaginato di arrivare a correre al Tour de France con tutti i corridori più forti del mondo. Sono nato in cima a una salita della contrada Mulino, del paese Brecciarola, del co­mu­ne di Chieti, e alla prima corsa a soli 8 anni, a Manoppello, ho rischiato di lasciarci immediatamente l’osso del col­lo per evitare una caduta. Di strada ne ho fatta tanta e ne vado orgoglioso».

In mezzo ci sono un po’ di cose: dall’ablazione al cuore ad una maglia azzurra e poi quella gialla.
«La vita è fatta di tante tonalità: di bianchi e di neri e tantissime zone grigie. Quelli bravi bravi hanno più tonalità di bianco che mi hanno portato a vestire la maglia gialla a la Planche des Belles Filles. Ma nella Albi-Tolosa l’ho vista brutta. Cado e picchio il ginocchio. Lì temo di aver compromesso tutto e di dover fare le valige per tornare a casa. Poi è tornata la luce».

A la Planche des Belles Filles la rabbia per una vittoria sfuggita e la gioia per una maglia inaspettata…
«È così. Quello è stato davvero un giorno pazzesco. Ho vissuto al termine di quella tappa un’infinità di emozioni. Sfinito, deluso e amareggiato. Poi in­cre­dulo ed ebbro di gioia. Io, sconfitto ma in giallo. Pazzesco».

C’è anche la tappa con il Mortirolo…
«Grande vittoria. Quel giorno mi sono davvero piaciuto un sacco».

Socchiudi gli occhi per un attimo e ripensa alle raccomandazioni di mamma Sil­vana, maestra elementare, che soleva dirti «va’ piano». E quelle del papà Roberto, impiegato regionale, che invece ti rassicurava con io suoi «va bene». Cosa ti evocano?
«Il tempo dei sogni, che ho la fortuna di vivere ancora oggi in sella alla mia bicicletta, esattamente come allora. Io li ascoltavo tutti e due: “va’ piano” e “va bene”. Però ho sempre fatto di te­sta mia, ed è andata bene».

Ti sei sempre fatto guidare dal cuore, che ad un certo punto ha anche cominciato a fare le bizze.
«Mi ero già palesato al Giro d’Italia, vincendo la tappa di Sestola. Soffrivo di tachicardie, così mi sono sottoposto a due interventi non invasivi al Mon­zino di Milano. Sarò sempre grato al professor Tondo che mi ha operato e mi ha consentito di continuare a coltivare il mio sogno».

Ti piace di piacere?
«Moltissimo».

Ti sei dato una spiegazione del perché?
«Penso di essere spontaneo e senza filtri o sovrastrutture. Nella vita giù dalla bicicletta mi sento più riflessivo, attento e calmo. In bicicletta sono esuberante e combattivo. È vero, anche qui de­vo imparare ad essere meno precipitoso, ma gli attaccanti restano at­taccanti. Gli Joaquin Rodri­guez, i Contador e i Nibali han­no so­lo imparato a gestire meglio i tempi dell’azione, hanno af­finato l’arte, ma attaccanti erano e tali sono rimasti. Io voglio fare co­me loro: vo­glio che qualcuno salti sul divano per me. Guai farli addormentare».

da tuttoBICI di novembre

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