MILLAR, SULLE TRACCE DI PHILIPPA

STORIA | 30/09/2017 | 07:00
Aveva un po’ di tensione sul volto, davanti alla telecamera. Poi Philippa York ha co­minciato a commentare la Pau-Peyragudes, tappa dell’ultimo Tour de France, su quei Pirenei formatisi nel Cretaceo inferiore che lo hanno reso celebre. Dietro i tratti di Philippa, gli appassionati di ciclismo, decisamente numerosi in quel momento davanti agli schermi di ITV4, hanno riconosciuto Robert Millar, vincitore di tre tappe al Tour de France nel 1983, ’84 e ’89.
«
Ho contattato Philippa in primavera - spiega Ned Boulting, telecronista dell’emittente britannica - e le ho pro­po­sto di intervenire nella nostra tra­smis­­sione. Ogni giorno, durante il Tour, avevamo un ospite a Londra che interveniva a commentare la tappa».
Boulting è una delle poche persone ad avere il numero di telefono di Philippa. «Mi ha chiesto una quindicina di giorni prima di darmi la risposta».

Quindici giorni per decidere di mettere fine ad una “assenza dal mondo” durata 14 anni: dal 2003 nessuno aveva più visto una foto di Robert, sentito una sua parola, niente.
Fino al 6 luglio scorso quando Millar ha fatto il suo ritorno sulla scena: un’intervista con tanto di foto sul Guar­dian, realizzata da William Fo­the­ringham, e un commento sul sito Cyclingnews.

Nell’intervista, Robert ha fatto ufficialmente coming out, raccontato la sua storia e rivelato la sua nuova identità: Phi­lippa York. Per quattordici anni Robert è stato in silenzio, si era letteralmente eclissato dal mondo. E la sua assenza di anno in anno si era fatta più pesante.
Il giornalista britannico Richard Moo­re anni fa gli ha dedicato un libro - Alla ricerca di Robert Millar - che ha venduto più di 50.000 copie.
«Robert - spiega Fotheringham - ha vinto al Tour de France proprio quando ITV cominciava a trasmetterne le tappe in diretta e per questo i tifosi britannici l’hanno subito preso a cuore».
«E in Scozia, poi, in quegli anni non avevamo grandi campioni cui ispirarci» aggiunge Richard Moore.

Robert Millar è nato il 13 settembre 1958 alle 6.15 - l’ora dei lattai - a Gor­bals, periferia di Glasgow, in una famiglia di classe media, con la quale appena potrà taglierà completamente i pon­ti.
Nel 1967 la famiglia ha traslocato a Pollok, sempre alle porte di Glasgow, cielo grigio sempre: dicono che a Pol­lok piova tutti i giorni, tranne che di notte.
La quotidianità di Robert è dura: la gente va in fabbrica, beve qualche birra al pub e tifa Celtic o Rangers a seconda dell’appartenenza religiosa. Millar è protestante, ma il pallone non fa per lui: gli piace il ciclismo. E pedala con alcuni amici nelle campagne, cavalcando dei ferri vecchi. E ad Hampden Park, lo stadio nazionale del calcio, ci va solo perché nel retro c’è la sede di una società ciclistica. Comincia a pedalare con la squadra, ma quando la sera il gruppo si ritrova attorno ad un fuoco nella landa scozzese, lui va a fare un altro fuoco poco lontano. Da solo.

Come molti giovani di quelle terre, da ragazzo entra in fabbrica. Quasi tutti ci restano per tutta la vita. Lui no, vuol fuggire via da quel mondo fatto di mattine grigie e piovose e di birre tiepide. La bici diventa il mezzo per scappare via. Si allena come un matto, poi si chiude nei bagni della fabbrica per cercare di recuperare dalle fatiche dell’uscita del mattino o della sera precedente. Ed è in questo momento che nasce la sua ossessiva cura di ogni dettaglio. Quando arriva in albergo alla vigilia di una corsa, va in cerca di portaceneri da posizionare sotto le gambe di una parte del letto, per tenere sollevate le gambe. Un vecchio corridore gli aveva spiegato che così si favoriva il recupero. E questo rigore assoluto diventa uno stile di vita, con l’ambizione di diventare un ciclista.

Quando siamo andati alla tappa di Pau e abbiamo parlato di Millar, tutti coloro che l’hanno conosciuto hanno sottolineato le sue esigenze gianseniste, il suo rigore indiscutibile. «Era un ragazzo completamente concentrato su quel che doveva fare - spiega il mitico direttore sportivo della Peugeuot e della Z, Roger Legeay - e forse era un modo per sfuggire da se stesso».
Una fuga cominciata presto, una fuga da tutto e da tutti. A 19 anni diventa il più giovane campione di Gran Bre­ta­gna e un suo compagno confida di aver incontrato i suoi genitori alla vigilia e di aver rivelato loro - ignari del fatto - che Robert avrebbe corso l’indomani. Robert non andrà al funerale di sua ma­dre né al matrimonio della sorella. Voleva seguire la sua strada e farlo da solo. Sempre.
E così nel gennaio del 1979 lascia la periferia di Glasgow per approdare a Parigi, più precisamente in Rue de Sèvres a Boulogne-Billancourt, dove la ACBB ospita i suoi corridori, tra i qua­li qualche speranza britannica.

Millar e compagni erano come oggi i keniani che vengono a correre le maratone in Europa: sanno che devono vincere o tornare a casa. I corridori francesi non sono molto accoglienti, con loro. Ma non è un problema per uno che ha il carattere di Millar. E che oggi al Guar­dian rivela: «Ho saputo di essere diverso sin da quando avevo cinque anni».
La vita quotidiana è dura, ma Robert non molla. Divide il suo appartamento con John Parker, originario di Southport, a nord di Liverpool. Per migliorare il loro francese, decidono di non parlare inglese dalle 9 alle 17: il risultato sono lunghi giorni di silenzio to­tale. Parker ha talento ma non il sa­cro fuoco di Millar e dopo qualche tem­po riprende la nave per Dover, aprirà un negozio di biciclette nel Lan­cashire.

Nel 1986 Parker realizzerà almeno in parte il suo sogno: andrà al Tour, come tifoso e senza rimpianti. Pianterà la sua tenda sull’Alpe d’Huez e aspetterà quel gruppo del quale sognava di far parte. Quel giorno Millar vivrà una delle sue giornate peggiori, una defaillance storica: sale a fatica e quando un inglese in calzoni corti lo spinge e gli grida «Co­me on, bastard» non lo riconosce nemmeno. Parker lo guarda salire zigzagando, sparire dietro un tornante e si accontenta di fare ritorno verso casa.

Contrariamente al suo compagno di stanza, Millar ce la fa e passa professionista con la Peugeot, consigliato al team da un allenatore di Troyes, Jack André. Un personaggio che ha disputato a 19 anni il suo primo campionato mondiale dilettanti, che ha vinto più di 200 corse ma non è mai passato professionista. È la vita: dei conoscenti, lo scrittore Joseph Joffo e suo fratello, gli propongono di entrare nel mondo dei parrucchieri, lui in sei mesi si diploma e in un anno apre a Troyes un salone che gestirà per 35 anni. Ma il ciclismo resterà sempre al centro delle sue at­tenzioni: diventa direttore sportivo del­l’UVCAT, la formazione di Troyes, e scopre tanti talenti, tra i quali i fratelli Simon e un gioiello raro, Robert Mil­lar.

«Decidemmo di ingaggiare corridori britannici perché avevano più vo­glia di arrivare rispetto ai nostri e poi costavano meno» ricorda l’anziano tecnico.
Jack André porta Millar a Culoison, in una fattoria dove alloggiano altri due corridori britannici. E lo accompagna con la sua Vespa in allenamento sulle strade della Champagne. Ha 79 anni, oggi, Jack, ma la passione per il ciclismo è rimasta quella di sempre e continua ad insegnare le sue regole ai giovani ciclisti.

«Ma Robert è stato il ragazzo più eccezionale che io abbia mai conosciuto in 65 anni di attività, guerra d’Algeria compresa». Non la pensa allo stesso modo il diesse della Peugeot, Maurice de Muer, che non apprezza lo scozzese. Ma Millar vince il Gp de Grasse, poi la Parigi-Evreux e la Palma d’Oro, che consacra il miglior dilettante della stagione. E firma nel 1979 il primo contratto da pro­fessionista per 4.250 franchi al me­se.

L’apprendistato è duro, tra i professionisti è tutto diverso, bisogna vincere per farsi spazio. Millar divide la sua camera con Roger Legeay: «L’hanno messo con me perché parlavo inglese. Ma in allenamento era intrattabile, fa­ceva lavori specifici per i muscoli, era il solo a farlo. Si metteva dei pesi da un chilo alle caviglie e si allenava così. Era molto duro con se stesso e di conseguenza lo era anche con gli altri».

Millar si mette in mostra al campionato del mondo di Sallanches nel 1980. È uno dei pochi a tenere testa a Hinault e Baronchelli in quella gara durissima. Il gruppo scopre così quel giovane scozzese che vola in salita con la stessa ve­locità con cui i suoi connazionali scolano pinte di birra. Ma De Meur non lo schiera ancora al Tour de France. La musica cambia quando arriva a dirigere la squadra Roland Berland, che avrà Roger Legeay come assistente. Tren­ta­quattro anni più tardi, Legeay spiega perché Millar fu convocato per la Gran­de Boucle: «Era un individualista, ma non un egoista, Lavorava per il gruppo senza discutere. Si poteva sempre contare su di lui».

Al suo primo Tour, l’11 luglio 1983 Millar vince la decima tappa, la Pau-Bagnères de Luchon. Un tappone, con quattro colli leggendari: Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourde. Quel giorno Robert scrive una grande pagina di storia del ciclismo britannico e il suo compagno di squadra e amico Pa­scal Simon conquista la maglia gialla. L’indomani Simon cadrà e qualche giorno dopo sarà costretto al ritiro con la morte nel cuore. L’anno successivo Mil­lar vince un’altra tappa sui Pirenei, finisce quarto a Parigi e conquista la maglia a pois.

Il 1985 avrebbe dovuto essere l’anno della sua consacrazione, ma il ciclismo ha le sue imperscrutabili leggi. Quel­l’anno passa professionista nella Peu­geot Ronan Pensec: «Robert era il mio modello - confida il bretone -, avevo e ho tuttora il massimo rispetto per lui. Io bevevo letteralmente i suoi consigli, era un precursore in tutto. Sui metodi di allenamento, sull’alimentazione. Fa­ceva attenzione a quel che mangiava, era vegetariano. Un professionista perfetto in un mondo che funzionava un po’ alla carlona. Per questo era tenuto ai margini, ma per me era un onore lavorare per lui. Peccato che...».

Ronan Pensec ritorna con i ricordi alla Vuelta del 1985. Millar domina la corsa, a due tappe dalla fine ha la ma­glia gialla con quattro minuti di vantaggio. Sembra fatta, c’è una sola frazione di montagna da affrontare e lui finora è stato il migliore degli scalatori... Ma le squadre spagnole formano una santa alleanza per farlo perdere. Tempo terribile, quel giorno. Tutti contro Millar, tranne Pensec e Simon. Approfittando di una foratura dello scozzese, Delgado attacca.

«Eravamo al suo inseguimento - racconta Pensec -, arriviamo ad un passaggio a livello, scendono le sbarre e... non passa nessun treno. Delgado vincerà con sei minuti di vantaggio e conquisterà la Vuelta». Millar accetta il verdetto, «I ragazzi di Gorbals non piangono» titola per lui un giornale scozzese.
Ormai però Millar è un personaggio del gruppo, anche se un personaggio strano con l’orecchino e i capelli lunghi.
François Lemarchand oggi è il responsabile della sicurezza al Tour e per cinque anni è stato compagno di squadra di Millar: «Era davvero un personaggio atipico. Certo non amabile, era duro con se stesso e con gli altri. Quante volte ci ha rimproverato perché non eravamo stati perfetti... Di giorno poteva anche essere rude e scortese, poi la sera si lasciava andare. Ma non gli ho mai visto fare un gesto al femminile. Forse ha dovuto lottare per anni con se stesso, chissà... Ne ho un bellissimo ricordo. Che corridore! Che coraggio! Che classe! E comunque ci vuole un grande coraggio per fare quello che ha fatto e per rivelarlo a tutti. Ma è tipico del suo modo di essere. Come quel che ha fatto con Pensec...».

Già, nel 1990, Robert Millar ha scortato Ro­nan Pensec nella salita dell’Alpe d’Huez consentendogli di conservare la maglia gialla. «Non scorderò mai quel momento - confessa Pensec -, Robert ha mostrato di essere davvero un uomo di parola».
Un po’ strano, comunque, lo era davvero. Si racconta che se in autostrada ve­deva una possibilità di uscire, lo faceva per non pagare il pedaggio, anche se questo lo costringeva a viaggiare per ore... Utilizzava vecchi calzoncini e vecchie maglie, vendeva quelli nuovi che la squadra gli forniva. «Non è uno scozzese per caso... - racconta Jack André - e se comprava qualcosa, potevate essere sicuri che aveva già girato tutta la reg­ione per cercare il prezzo migliore. Anche nella sua carriera, spesso ha preferito i soldi alla gloria». Una allusione a certe pratiche diffuse in gruppo, dove qualcuno disposto a pagare alleati di giornata lo si trova sempre. E anche col fisco... Millar ha lasciato più di un de­bi­to “in ricordo” all’ufficio esattoriale di Troyes.

Quando non correva, Millar faceva ba­se proprio a Troyes ed è lì che ha conosciuto una ragazza, Sylvie, che ha sposato in tutta segretezza. Era la sorella della moglie di Jerome Simon, maglia gialla nel 2001 e fratello di Pascal. I fratelli Simon, che non hanno voluto commentare per ovvie ragioni, vivono ancora vicino a Bercenay-en-Othe, paesino di 400 anime dove Millar era an­da­to ad abitare con la moglie e poi con il loro figlio, Edward, in una fattoria rimaneggiata, con uno splendido granaio a graticcio, a due passi dalla chiesa. Per allenarsi, si affidava al vecchio maestro Jack André al quale si rivolgeva anche per tagliare i capelli. «E un giorno mi chiese di fargli una permanente. Ma sembrerai una donna, gli dissi...».

A Bercenay-en-Othe Millar rimane fino al 1995, quando si ritira dal ciclismo agonistico. Fino all’86 ha corso con la Peugeot, poi con Panasonic, Fagor e quindi con la Z dove ritrova Roger Le­geay, prima della sfortunata esperienza con la Le Groupement. Quando questo team chiude i battenti a metà stagione, Millar cerca un’altra squadra, ma non la trova. A 37 anni vince ancora il campionato britannico: sarà la sua ultima corsa.

La sua situazione è precaria, il fisco lo assilla e lo cita in giudizio. Per questo, secondo il racconto di Richard Moore, nell’autunno 1995 lascia la Francia, la moglie e il figlio e torna in In­ghil­terra, scegliendo Daventry, nelle Midl­ands. E si dà al taekwondo.
Incontra una giovane donna che gli dà una figlia, inizia a collaborare con il periodico Cycle Sport e poi con Procy­cling. «Le sue cronache erano geniali - spiega William Fotheringham che allora era il suo caporedattore -, uniche, scritte con una sensibilità e un’intelligenza rara».

Nel 1997 Millar diventa allenatore na­zionale ma dopo qualche tempo la Fe­derazione britannica lo escluderà dai quadri. Ed è a questo punto che Ro­bert Millar sparisce. Nessuno avrà più sue notizie. Né i suoi compagni, né Jack André. Il mistero si infittisce, le voci si rincorrono.

Nel 2000, il quotidiano scozzese Sun­day Mail decide di scoprire quel che ac­cade. I giornalisti si piazzano per giorni davanti alla casa di Millar, lo seguono, indagano. Quando esce, l’articolo spiega che l’ex professionista si sta sottoponendo a un trattamento ormonale per affrontare il cambio di genere. Lo aveva già fatto in passato e proprio per questo era risultato positivo alla Vuelta del 1992.
Dopo l’articolo, di nuovo il silenzio, interrotto una sola volta, nel 2002, per presenziare ad una corsa a Manchester. Nel mondo del ciclismo si parla di lui, qualcuno lo chiama “Roberta”, la so­cietà non è ancora pronta ad affrontare il problema, meno che mai lo è un mon­do tradizionalista come quello del ciclismo.

Passano gli anni, nel 2007 il Tour parte da Londra e il Daily Mail rivela che Millar è ormai divenuto una donna e che si chiama Philippa York. Lei, Phi­lip­pa, rifiuta di parlare. Non è ancora pronta a farlo. Lo farà dieci anni più tardi, il 6 luglio 2017.

«Dall’inizio del nuovo millennio ho intrapreso un viaggio - ha scritto su Cyclingnews - e ormai da tempo vivo nel­la pelle di Philippa. Se ho tenuta se­greta la mia vita intima per tutti questi anni, è perché c’erano problemi evidenti nel rivelare la mia immagine pubblica. Ma oggi sono contenta di vedere che le cose sono cambiate».

Quanto al Tour, la carovana non è sorpresa dalla novità e la accetta con benevolenza. Warren Barguil, suo ultimo erede in maglia a pois, è chiaro: «Ha scelto il suo stile di vita, è libero di far­lo, non c’è nulla da discutere».
I suoi vecchi amici sono tranquilli, sollevati e coscienti di quanto sia stato sofferto il cammino di Millar. «È davvero bello sapere che alla fine ha ottenuto quello che voleva - dice Stephen Roche, che con Millar ha diviso i giorni in Rue de Sèvres -. In fondo, ha dato un’altra prova di grande coraggio, proprio come quando era corridore».

«È la sua vita - commenta Pensec - il re­sto non ci deve interessare. Piuttosto mi piacerebbe incontrarlo. Io non ho nulla a che vedere con il suo cambio di ge­nere, ma quello che mi resta nel cuo­re sono i momenti che abbiamo vissuto insieme».
E anche per Jack André, l’affetto per il ragazzo di un tempo è immutato: «Non lo vedo da venticinque anni. Che abbia dei seni o no, per me non cambia nulla. Resta il mio amico o amica, non importa, e ricordo le grandi emozioni che ab­biamo vissuto insieme».
«Dopo l’intervista che ho realizzato con lei sul Guardian - conclude Wil­liam Fotheringham - ho ricevuto solo reazioni positive. I tempi sino cambiati».
E lo sottolinea nel suo intervento la stessa Philippa: «Fortunatamente, la questione di genere non è più materia di ignoranza e intolleranza, c’è molta più comprensione rispetto ad una volta, c’è maggiore accettazione».
Tra i commenti all’intervento di Phi­lip­pa su Cyclingnews c’è quello di Mickael che vale per tut­ti: «È stato il mio eroe negli anni Ottanta, è la mia eroina nel 2017».

da tuttoBICI di settembre
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COMMENTI
Lo ricordo
30 settembre 2017 22:35 Gianni63
Lo ricordo come corridore e ricordo bene quanto era forte. Grazie per averci raccontato questa bellissima storia, che ci fa crescere tutti. Grazie a TB e grazie a Philippa

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