MARTINELLI. «IL GIRO, PER ME UN SOGNO»

PROFESSIONISTI | 28/06/2017 | 08:33
Il regalo più bello per i suoi primi 24 anni, compiuti il 31 maggio, Davide Martinelli se lo è fatto da solo: ha concluso il Giro d’Italia numero 100. E per una matricola, il ragazzo bresciano della frazione Lodetto di Rovato era all’esordio assoluto nella corsa rosa, non era assolutamente cosa semplice e soprattutto facile. Tanti, anche atleti maturi con più Grandi Giri alle spalle, rimbalzano di fisico e di testa dopo 21 tappe e gli oltre 3600 chilometri percorsi ad una media davvero elevata. Davide, atleta dello squadrone Quick-Step Floors che a livello di vittorie parziali ha dominato la corsa dei 100 anni con 5 vittorie di tappa, è riuscito a portare a termine la sua prima avventura al Giro, e già questo è un bel traguardo raggiunto.
L’obiettivo numero uno, Martinelli lo aveva messo nella valigia prima di partire da Rovato, insieme a papà Giuseppe direttore sportivo dell’Astana, per volare ad Alghero da dove è partita la corsa rosa. Davide, ottimo dilettante con un bel poker di maglie tricolori (conquistate a cronometro tra Juniores e Under 23) che spicca tra le diverse affermazioni, ha esordito tra i prof nel 2016 lasciando subito il segno e ottenendo due vittorie in Francia e Polo­nia. Il “Brama”, al secolo Davide Bra­mati, e lo staff della Quick-Step Floors lo hanno ritenuto maturo per l’esordio al Giro dove Martinelli ha corso in ap­poggio al colombiano Fernando Ga­vi­ria, ed era il penultimo uomo del treno (l’ultimo, l’esperto Richeze) del funambolico ve­locista che oltre a vincere 4 tappe ha conquistato anche la maglia ciclamino della classifica a punti.

Il franciacortino ha fatto per intero la sua parte, lavorando sodo quan­do era il suo turno (oltre a Gavi­ria è stato vi­cino e d’aiuto al lussemburghese Bob Jungels, che a Milano ha indossato la maglia bianca del leader dei giovani), salvando le gambe quando doveva correre solo per arrivare al traguardo.

Davide è “figlio d’arte” ed essere cresciuto all’ombra di papà “Mart­ino” non è stato così facile come può sembrare. Orgoglioso e tenace, cocciuto al punto giusto, Davide ha sempre scelto di fare da solo la sua strada, senza “abbeverarsi” ad una fonte comoda, quella di casa sua. Lo ha fatto e lo farà sempre. I consigli di papà Giuseppe certo gli interessano e li fa propri, ma non li cerca per forza: la strada maestra deve trovarla da solo ed essendo puntiglioso e meticoloso non fa fatica a im­boccarla. La chiacchierata del fine Giro la facciamo toccando più temi.

Davide, il primo Giro d’Italia.

«Ci pensavo mentre facevo la valigia a casa mia e ricordavo i sogni che facevo da bambino guardando la televisione. Stavolta sono andato da mamma e le ho detto: ciao prendo l’aereo e vado al Giro. Incredibile ma vero!».

Il Giro e la gente.
«Essere italiano al Giro è un po’ come sentirsi vincitore ogni giorno. Ci sono molte persone che ti conoscono e ti in­citano, senti tanti che gridano “dai Da­vide”. Ti applaudono e incitano al mattino quando vai a firmare e anche du­ran­te la tappa: ed è bello e appagante davvero. Sono tutte grandissime emozioni e c’è sempre un fiume di gente prima del via della tappa, una cosa in­credibile se non la vedi con i tuoi oc­chi».

Papà “Martino”.
«In corsa ci si vedeva naturalmente, più o meno al mattino e alla sera qualche parola siamo riusciti a dircela. È importante per me sapere le sue im­pressioni, per capire cosa pensa lui: dall’ammiraglia cogli un po’ di retroscena diversi, e poi mi può sempre da­re qualche piccolo indizio in più, che magari in gruppo ti sfugge e che invece può essere importante sapere. Qualche consiglio da papà a figlio certo ci scappa, ma siamo in due team diversi e quindi giustamente abbiamo ruoli, compiti e obiettivi differenti. Prima della cronometro finale ci siamo parlati un attimo, mi ha detto “prova a spingere”, gli ho risposto che non avevo più niente da dare».

I tuoi tifosi. A bordo strada, sulla neve, nella scalata allo Stelvio è comparso “137 Martinelli”, numero e nome che i tuoi tifosi hanno voluto sottolineare nella tap­pa regina del Giro100.
«Bello vedere la scritta sulla strada dello Stelvio! È stata una tappa lunga e dura ma chi non cura la classifica, come è il mio caso, fa subito gruppetto e va con il suo ritmo senza forzare. Una scalata lunghissima. Devo confessare che al secondo passaggio in cima allo Stelvio ho alzato le braccia al cielo in segno di vittoria perché aver concluso una tappa così dura per me vale davvero come una vittoria. Mi sento di dire che è così per tutti quelli che l’hanno portata al termine: chapeau a tutti».

Cosa ti ha insegnato il primo Giro della tua giovane carriera?
«Che la terza settimana ti presenta il conto! Quello che hai speso prima, co­me ad esempio ho fatto io nella tappa di Bergamo, lo paghi subito, come mi aveva peraltro già spiegato il mio compagno di camera Capecchi. Me l’avevano detto, papà per primo, ma provarlo sulla tua pelle è diverso: ora so cosa significa “salvare la gamba”».

Cosa ti porti a casa?
«Tanta emozione, infinita, tappa dopo tappa. Nella prima frazione, ad esempio, nel finale pensavo a tante cose, al fatto che era la prima volata del Giro e che si assegnava la maglia rosa. Quella maglia che io sogno sin da bambino di indossare un giorno. E ti accorgi, mentre sei in mezzo al gruppo, che tutto può accadere e delinearsi in un attimo dopo tanti chilometri di gara. Sensa­zioni impagabili, come quella dell’ultima tappa da Monza a Milano. Non dovevo forzare, anche perché non ne avevo più, ed è stata una goduria pedalare “sul velluto” tra ali di folla sulla strada. Ho fatto il conto alla rovescia: meno 5, meno 4, meno 3 chilometri e così via per tagliare il traguardo finale del mio primo Giro d’Italia».

I grandi campioni visti da vicinissimo.
«È sempre qualcosa di particolare stare fianco a fianco con Nibali, Quin­tana, Gaviria, con il vincitore del Giro Du­mou­lin e tanti altri che sai che poi scatteranno e andranno a darsi battaglia per i rispettivi obiettivi. C’è una sorta di corsa parallela tra questi campioni e tutti coloro che hanno naturalmente altri compiti e sono altrettanto importanti. Devo dire che Vincenzo Nibali in questo è bravissimo: rispetta moltissimo il lavoro che fanno gli altri, qualcun altro lo fa un po’ meno».

In definitiva come esci dal Giro numero 100.
«Sono felice. Ci tenevo a concludere il Giro e ce l’ho fatta nonostante problemi intestinali non indifferenti sofferti nell’ultima settimana. Come squadra avevamo come obiettivo prendere la maglia rosa in Sardegna, portare a Mi­lano quella ciclamino della classifica a punti e vincere qualche tappa. Abbia­mo centrato il bersaglio in Sardegna, Gaviria ha vinto la ciclamino, abbiamo vinto 5 tappe e Jungels ha riconquistato la maglia bianca. Bilancio più che positivo».

Valerio Zeccato, da tuttoBICI di giugno
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