FABIO MAZZUCCO E L'«INTERROGAZIONE» DOPO LA ROUBAIX

JUNIORES | 21/04/2017 | 06:58
Lui è un giovane corridore, Fabio Mazzucco, una piccola grande speranza del ciclismo italiano, ancora troppo giovane per pretendere di catalogarlo e definirlo in tutto e per tutto, bisogna solo farlo crescere: con calma. Lui è Romano Frigo, un amico e un lettore da sempre di tuttoBICI e tuttobiciweb. Un grande appassionato di ciclismo, con una felice propensione anche per la scrittura. Professore di religione, proprio di questo ragazzo juniores che alla Roubaix si è comportato più che egregiamente (settimo). Dal pavé Mazzucco è tornato in un’aula di scuola, al proprio banco, davanti al suo appassionato professore, che non si è lasciato sfuggire l’occasione per interrogarlo.

Sono abituato a trovarmelo di fronte il mercoledì mattina, alla prima ora di scuola e lì lo vedo per quello che è nella normalità della vita: un giovanotto, magari un po' distratto, sicuramente timido.
Poi, una domenica pomeriggio, mi ritrovo davanti alla TV a gustarmi la Parigi Roubaix quando Martinello annuncia con la sua abituale calma olimpica e un entusiasmo alla Poltronieri (Formula 1 anni 70-80) che è appena arrivata la corsa degli juniores con una buona prestazione di Fabio Mazzucco. Un nome come tanti, per il 99% dei telespettatori, ma non per me che resto lì, imbambolato a scoprire la dimensione nuova di questo mio alunno.
Sapevo che correva in bici, ma a questi livelli... Piazzato alla Roubaix, peraltro la mia corsa preferita.

Mi hai sorpreso, Fabio, davvero. (Ride...) Com'è nata questa Roubaix? La convocazione in azzurro, la sfida del pavé...
«Non è stata la mia prima convocazione. Già lo scorso anno ho partecipato alla General Patton in Lussemburgo, una corsa di due giorni. Il primo giorno ho beccato 11 minuti di ritardo. Il giorno dopo molto meno. Avevo capito come correre, il vento era pericoloso e bisognava stare attenti».

Chi è Fabio Mazzucco?
«Sono nato ad Este il 14 aprile del 1999. Mi sono fatto un bel regalo di compleanno.
La mia famiglia è composta da papà Simone, mamma Tiziana, e due fratelli: Claudio e Stefano. Tutti ciclisti come papà, che è un amatore fanatico. Adesso i miei fratelli hanno smesso, io mi diverto ancora».

Temprato nel training camp del "Bernardi"...
«Io mi ci trovo bene, sai? L'ho scelto perché è una scuola che mi permette di fare sport e coniugarlo con lo studio. Oddio, studio è una parola grossa. Mi basta stare attento a scuola e con un po' di fortuna e attenzione riesco a galleggiare. Infatti non ho materie col debito. Però non mi basta quello che posso portare a casa da qui. Col tempo mi piacerebbe frequentare l'università. Cosa? Magari scienze motorie. Ci metterei qualche anno in più, ma sarebbe per me molto interessante».

La prima gara?
«Ho iniziato da G1, avevo 6 anni. La prima gara l'ho vinta e così tutte le altre, quell'anno. Sono solo caduto alle regionali. L'anno dopo in G2 di nuovo l'en plein».

Un predestinato, quindi...
«Abbastanza, per quanto si possa capire da un bimbo di 6 anni. Poi negli anni successivi è andata in modo altalenante, soprattutto per via dello sviluppo fisico che in me non è stato esattamente precoce. Quando mi sono sbloccato sono iniziate le soddisfazioni con qualche bella annata fra esordienti e allievi dove ho ottenuto un terzo posto ai campionati italiani».

Con quali squadre hai corso?
«Inizialmente con la squadra del mio paese, poi la Cartura, la Santangiolese, da allievo sono stato a Mirano e da un paio d'anni sono alla Borgo Molino Rinascita Ormelle».

Devi ringraziare qualcuno?
«Sicuramente papà e mamma, i miei primi e grandi sponsor. Poi Marino Bettuolo, il DS del Mirano che mi ha allenato in anni molto importanti, un caro amico. Con Cristian Pavanello adesso mi trovo benissimo. Inizialmente abbiamo fatto un po' di fatica a capirci, ma adesso mi trovo davvero bene e la nostra è una bellissima sintonia».

Per un ragazzo è più importante vincere o divertirsi?
«Ma io mi diverto a vincere».

Hai mai provato a fare lo Stelvio per il gusto di andare a fare una salita, chiacchierando?
«Pedalo tutte le settimane, ci sono la scuola, le gare...».

Sì, ma io parlo del piacere di salire una salita - tu vai bene quando la strada sale, no? - per il gusto del panorama, per guardare la valle dall'alto...
«Non ne ho mai avuto né il tempo né l'occasione».

Se mai tornerò ad avere delle gambe allenate, andiamo a fare assieme il Manghen. Va bene?
«Ok! Fatta».

Hai un tuo mito fra i grandi del passato?
«Devo essere sincero? Non li conosco. Non ho mai avuto un mito. Pantani, Merckx, ma non so molto di loro. Li ho sentiti nominare. Diciamo che mi sono dedicato al ciclismo pedalato più che a quello raccontato».

Che ciclista sei?
«Un passista scalatore. In salita so andare forte, a cronometro... anche».

Stile?
«Dicono buono».

Un uomo da corse a tappe?
«Potrebbe essere, adesso ne devo correre una, poi ci sarà il giro del Friuli dal 1 al 4 giugno dove voglio provare a fare classifica. Mi metto alla prova».

Com'è stata la Roubaix?
«Dura. La gara era di 111 km, di cui una trentina sulle pietre».

Era la prima volta sul pavé?
«Sì. I settori di pietra li ho visti solo il giorno prima, in allenamento. In realtà avrei voluto correre anche il Fiandre, già che c'ero, ma avrei dovuto stare troppo assente da scuola, e mi hanno consigliato di concentrarmi sull'Inferno del nord. Come primo assaggio sarebbe bastato, mi hanno detto».

Che tratti di pavé avete percorso?
«Fra quelli più duri il Carrefour de l'Arbre, Mons en pévèl, e poi alcuni a 4 stelle, oltre ad altri minori: 11 tratti in totale. Arenberg lo abbiamo saltato anche in allenamento».

Come ti sei trovato?
«Bene!  Per carità: duro, ma affascinante. La bici salta dappertutto. È un'impresa tenerla in strada. Ma ha un fascino… che soddisfazione».

Hai avuto problemi tecnici?
«Sì, ad inizio gara, poco prima del primo tratto in pavé. Un altro corridore mi è venuto addosso entrandomi di brutto nel cambio; da quel momento in poi non sono più riuscito a far salire la catena sopra al 17. Sulle pietre sarebbe stato meglio andare con rapporti un pochino più agili. Invece ho dovuto fare tutto col rapportone e alla fine ho pagato. Il conto arriva sempre».

Non c'era il tempo per cambiare bicicletta...
«Ovviamente no, stavamo filando a 50 all'ora. Se mi staccavo, anche solo di pochi secondi, mica mi aspettano. Così sono andato a tutta, a alla fine mi è mancato mezzo giro di pista, 20" sai? Non molto».

Come sei entrato nei vari settori di pavé?
«Nel primo tratto ero indietro, quarantesimo, ma ho capito subito che dovevo stare più attento e più davanti. Nei "tratti" il gruppo si allunga e si formano buchi che non ricuci più. Così sono risalito e il gioco è stato diverso. È così che siamo andati in fuga fino all'arrivo».

Hai appreso qualche segreto per affrontare il pavé?
«Sì, non farlo. Stare sulla terra battuta a fianco della carreggiata, quando il pubblico te la lascia».

E perché i belgi corrono al centro, sulla parte a "schiena d'asino"?
«Perché, appunto, c'è il pubblico e sanno che se tocchi uno spettatore sei per terra e la gara è finita. Corrono lì perché sono bravi e non vogliono prendere rischi».

Hai un momento della corsa che ricordi come particolarmente bello?
«Beh! Il Carrefour è fantastico. Una montagna di gente, tifo vero, eravamo in fuga e l'abbiamo fatto "a tutta" e non mi sono staccato: uno spettacolo».

Quando hai capito di essere fuori dal gioco per la vittoria?
«In un tratto di leggera salita prima dell'ultima rotonda che immette sul lungo rettilineo verso Roubaix. Quello davanti a me hanno fatto un buco di 50 metri,  ho sentito le gambe vuote, incapaci di dare forza. Ho provato a tener duro, ma gli altri non hanno mollato».

A proposito, chi ha vinto?
«Thomas Pidcock: campione del mondo di ciclocross. Non so se mi spiego…».

Che programmi hai per il proseguo della stagione?
«Ci sono alcune internazionali sul trevigiano, poi il Giro del Friuli, i campionati italiani in linea e a crono. Corro tutta la stagione, se posso».

E il prossimo anno? Arrivare con i primi al Velodromo per eccellenza può valere una buona maglia fra gli U23. Hai qualcosa in vista?
«Desideri... uno, ma non scriverlo, tanto è facilmente immaginabile. Certo, se mi chiamasse una squadra World Tour potrei cambiarlo (ride). Qualcuno parla, dice... ma non c'è ancora niente di concreto. È ancora presto».

Adesso, mi raccomando, prepariamoci per la scuola. Ok?
«Sì, prof. Te l'ho detto, non ho problemi. Stai tranquillo».

Romano Frigo
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