TERENZI E IL GIRO DI CAMPANIA: «LA VERA SFIDA E' FAR VIVERE QUESTA CORSA NEGLI ANNI»

PROFESSIONISTI | 04/09/2026 | 08:30
di Giovanni Di Trapani

Ci sono corse che si organizzano e corse che si provano a restituire al ciclismo. Il Giro di Campania appartiene alla seconda categoria. Venticinque anni di assenza sono troppi perché basti rimettere un numero sulla schiena e disegnare un percorso sulla carta. Serve ricostruire un’identità, convincere le squadre, rassicurare i territori, garantire sicurezza, visibilità e continuità e, soprattutto, immaginare che cosa dovrà accadere dopo il 20 settembre.


Claudio Terenzi, organizzatore della corsa con Terenzi Sport Eventi, parte però dal tracciato. E lo fa con una lettura che, da uomo di ciclismo, ridimensiona subito una tentazione facile: pensare che tutto si deciderà ad Agerola.


«Ricevetti una prima bozza del percorso e la condivisi subito. Le cinque province, la Costiera Amalfitana e quella sorrentina: una cartolina dal richiamo internazionale. Agerola, però, per il mondo dei professionisti è una salita fattibile, pedalabile. Forse sarà più complessa la discesa verso Gragnano». 

È una considerazione tecnica tutt’altro che banale. La salita simbolo del nuovo Giro resta lontana dall’arrivo e, proprio per questo, potrà selezionare senza necessariamente decidere. Terenzi vede un copione aperto: se dopo Gragnano gli attaccanti conserveranno soltanto pochi secondi, il gruppo potrà tornare sotto. «Se non ci sarà il colpo di mano, vedo possibile lo sprint. Agerola è troppo lontana dal traguardo».

È la conferma che questo Giro non sembra costruito per un solo tipo di corridore. Chi attaccherà dovrà avere il coraggio di farlo presto e la forza di resistere; chi aspetterà potrà contare su molti chilometri favorevoli all’inseguimento. Il percorso, insomma, promette di chiedere alle squadre una lettura tattica più raffinata della semplice equazione salita-selezione-arrivo. Ma il progetto di Terenzi guarda anche oltre i 203 chilometri della corsa.

Il Gran Premio del Lazio si correrà il giorno precedente e arriva subito dopo il Giro d’Abruzzo. Una successione che l’organizzatore descrive quasi come «un piccolo giro a tappe tutto da costruire al Sud». Non nel senso tecnico del termine, naturalmente, ma come sistema di appuntamenti ravvicinati capace di rendere il Centro-Sud più attrattivo per le grandi formazioni internazionali.

«I team hanno apprezzato questa scelta», spiega e proprio dalla partecipazione potrebbero arrivare le prime risposte sulla dimensione internazionale del nuovo Campania. 

Terenzi conferma che Jayco AlUla ha aderito al progetto, mentre sono in corso interlocuzioni con Netcompany INEOS e XDS Astana. A queste dovranno aggiungersi Professional e Continental, con un obiettivo dichiarato: arrivare intorno alle venti squadre. 

«Se ci riusciremo sarà un successo. Il Gran Premio del Lazio era fermo dal 2012, il Giro di Campania da venticinque anni. Sono corse che vanno ricostruite».

Ricostruire significa anche confrontarsi con ciò che il pubblico non vede. Duecento chilometri attraverso cinque province, la Costiera, Agerola, l’area vesuviana e infine Napoli significano autorizzazioni, sicurezza, viabilità, rapporti istituzionali. Terenzi racconta un episodio emblematico: un dissenso ricevuto sul passaggio della corsa ad Amalfi, capace per qualche ora di mettere in discussione uno dei tratti più identificativi dell’intero percorso. Poi l’intervento della Regione e, nel giro di meno di ventiquattr’ore, la soluzione.

«Sto registrando una vera efficienza istituzionale», dice Terenzi e aggiunge, quasi divertito, che per entusiasmo di amministratori, appassionati e praticanti gli sembra talvolta «di organizzare una gara in Veneto o in Lombardia». È una battuta, ma contiene una questione più seria. Perché una grande corsa professionistica può sopravvivere soltanto se intorno esiste un territorio che la riconosce come propria.

Terenzi non nasconde però l’altra faccia della medaglia. Guarda al ciclismo giovanile e parla apertamente di una «grave disaffezione» che riguarda soprattutto il Centro-Sud. Dice di voler diventare, con la propria attività organizzativa, «un baluardo per il ciclismo da Roma in giù». 

Il discorso, poi, inevitabilmente si sposta dal 20 settembre agli anni successivi. La Regione Campania sostiene economicamente e istituzionalmente la rinascita della corsa e il progetto guarda a una continuità pluriennale. Ma Terenzi pone una domanda concreta, quasi materiale: che cosa accadrebbe domani se cambiasse l’amministrazione e venisse meno la stessa attenzione?

È probabilmente la domanda più importante dell’intera conversazione. Perché una corsa può rinascere grazie alla politica sportiva di un’istituzione, ma per diventare davvero patrimonio del ciclismo deve progressivamente costruire una propria autonomia. Terenzi indica una strada precisa: sponsor privati solidi, possibilmente aziende campane. Sorprende quando ridimensiona l’ordine di grandezza necessario: non decine di soggetti, ma «quattro o cinque aziende serie» capaci di sposare il progetto e accompagnarlo nel tempo. È qui che il Giro di Campania giocherà probabilmente la propria corsa più difficile.

Agerola potrà stabilire chi avrà le gambe. Gragnano potrà dire chi avrà il coraggio. Piazza del Plebiscito proclamerà il vincitore del 20 settembre. Ma per conoscere il vero successo del Giro bisognerà aspettare molto più a lungo. Perché riportare una corsa sulla strada è già difficile. Far sì che non debba più essere riportata in vita una seconda volta lo è molto di più.


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