I BUONI DEL PASTO. ANTONIO MASPES, QUELL'ULTIMA INTERVISTA - 2

STORIA | 09/08/2026 | 08:00
di Marco Pastonesi

Il tempo è tiranno, ma lo è anche lo spazio. Anzi, i due sono complici: il tempo satura lo spazio. E con il Covid o l’estate, arriva il momento del repulisti. Si comincia puntando a liberare la soffitta, ci si accontenta di liquidare uno scatolone. E fra buste, cartelle e faldoni, spuntano ritagli irrinunciabili. Come questo mio articolo ancora su Antonio Maspes: “La Gazzetta dello Sport”, 21 ottobre 2000, due giorni dopo la sua morte (ieri è stato pubblicato il primo articolo!).


La sua voce, tonante, sembrava risuonare dal fondo degli spogliatoi. La sua “e”, aperta, si dichiarava milanese: cotoletta, bicicletta, schiscetta. Il suo girovita, smisurato, s’ispirava alla pista del Vigorelli – 397 metri e rotti – lunga e sinuosa. Le sue mani, agitate, accompagnavano la voce, tonante, e sminuivano il girovita, smisurato. Poi il suo cognome, un misto di latino, veneto e spagnolo, probabilmente esperanto. Tant’è che Maspes significa, in tutte le lingue, pista, velocità sette titoli mondiali.


Era martedì 19 settembre. Mattina. La redazione della “Gazzetta dello Sport” si stava risvegliando dopo la prima, lunga, dolce ed eccitante notte olimpica. Antonio Maspes, con la sua voce, la sua “e”, il suo girovita e le sue mani, e Sante Gaiardoni, che come voce, girovita e anche mani gli era secondo, ma di poco, erano stati invitati per ricordare le loro Olimpiadi e commentare quelle del 2000 per un programma in collaborazione con RaiSportSat. Si sono seduti, solenni e monumentali come due re, accanto al nostro Pier Bergonzi, che sembrava inghiottito, risucchiato, liofilizzato dall’onda di storie, avventure, segreti, trucchi, leggende e testimonianze.

“Prima gara al Vigorelli e prima vittoria. ‘Primo Maspes’, ha gracchiato l’altoparlante. Mio ‘adre è scattato in piedi con le braccia in alto. ‘Sont chì, sont mi’. Si chiamava Primo, Primo Maspes”.

“Avevo la passione per il gioco. Finché la passione diventò malattia e intaccò i miei danée. Prima azzerati, poi sotto zero. Un giorno scrissi una lettera a tutti i casinò d’Italia e dintorni: ‘Vi chiedo di non farmi più entrare. Firmato: Antonio Maspes’. Fu la mia salvezza”.

“Il surplace? Né facile né difficile. Lo fanno anche certi ragazzini, per strada, con la ruota libera. E’ come camminare sulla corda, al circo: un po’ avanti, un po’ indietro”.

 


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