A meno di 20 km da dove è nato, lui pinerolese di Osasco venuto alla luce a Savigliano, volta pagina sul traguardo di Bra. Jacopo Mosca, dopo dieci anni sulla ribalta del ciclismo professionistico, sette dei quali con la maglia della Lidl Trek, appende la bici al chiodo e dalla prossima stagione è pronto a salire sull'ammiraglia della stessa squadra di matrice tedescostatunitense.
Giovedì 8 ottobre, con il Gran Piemonte, che viaggio si chiude?
«È stato appagante, desiderato con una buona dose di testa dura, che mi riconosco, perché se non sei vincente è più impervia la strada: ma io ce l’ho fatta e sono orgoglioso per il cammino che ha compiuto quel bambino affacciatosi al ciclismo nella SC Bricherasio. Poi ci tengo a citarle espressamente, sono arrivate Esperia, Ucab, Podenzano e Viris, incontrando una figura guida come Matteo Provini» .
Alla voce soddisfazioni cosa non possiamo proprio dimenticare?
«Mi conforta aver ricevuto e penso dato molto. Quando leggo i messaggi arrivati in queste ore da diversi miei compagni capisco cosa significhi per me dare il massimo in gara, la gratificazione che hai quando collabori all’ottenimento del risultato ».
Da generoso fuggitivo a gregario di lusso che passaggio è stato?
«Il vento in faccia è il comune denominatore, nei primi due anni alla Wilier dovevo mettermi in mostra con fughe da lontano e trovai anche il successo due volte in Cina, dopo le esigenze di squadra sono cambiate, anche se ho avuto belle occasioni individuali, senza perdere di vista la mission del gregario, che sentivo sempre più cucita addosso» .
Nel frattempo il ciclismo è cambiato molto: come?
«Vi basti un dato: la mia migliore performance sui 10 minuti era del 2020, due settimane fa ho battuto quel record ma la differenza l’hanno fatta altri».
Il Giro 5 volte, la Vuelta 3: bel bottino di partecipazioni…
«Non mi posso lamentare, è un caleidoscopio di sfumature quello vissuto nelle corse a tappe, ci aggiungo le classiche a partire dalla Sanremo, vinta come squadra l’anno di Stuyven, gran bel ricordo, anche se mi inorgoglisce soprattutto aver corso insieme e per un capitano come Vincenzo Nibali. Sono ammirato dalla leadership di Skjelmose, mentre parlando dello 'Squalo' avrei voluto scortarlo in azzurro a Imola 2020. Non andò così, peccato, anche se con la Nazionale ho vissuto un Europeo nel 2024».
Quanto giravano le gambe nel 2021 prima dell'incidente agli Italiani crono?
«Avevo disputato un ottimo Giro e anche al Tour d’Occitanie era arrivato un doppio terzo posto. Faceva il paio con i tanti piazzamenti dell’estate dell’anno prima. La rovinosa caduta mi ha costretto ad una risalita durata due anni, togliendomi una percentuale di possibilità nel mettermi a servizio dei capitani in salita».
Orgoglioso di non aver mollato nel 2019 trovando posto in una Continental?
«Vi parlavo di testa dura, qualità ereditata da mio padre. La maglia azzurra per la Coppi e Bartali fu onorata con un terzo posto di tappa e non mi sono spaventato quando c’era da correre competizioni meno blasonate. In agosto ero alla Vuelta. Sballottato il giusto ma felice».
Si apre un capitolo da tecnico: con quali premesse?
«Anticipo di 12 mesi quanto era già previsto, sono pronto a imparare ed è un compito che sento come confacente alle mie caratteristiche: alla Lidl Trek ho la fortuna di apprendere da chi ha smesso da non molto tempo come Rast e Monfort, così come sperimento le qualità organizzative di Baffi (o Andersen, ndr), al quale sono grato insieme a Luca Guercilena e Josu Larrazabal per tutto il supporto ricevuto. Il ruolo di direttore sportivo va ben oltre guidare un’ammiraglia, somma tante conoscenze e vorrei contribuire a far sì che ogni corridore dia il suo meglio. Non è una frase fatta, la motivazione davvero può fare la differenza».
Ci sarà più tempo per tifare alle gare Longo Borghini?
«Questo mi rende felice, da atleti entrambi conciliare i calendari con quelli di mia moglie non è stato semplice affatto, assomigliava ad un risiko. Martedì, di prima mattina, sono partito per la Slovenia con i miei suoceri: non volevamo perderci l’emozione di vedere Elisa in gara agli Europei con la maglia iridata del Team Relay conquistata in Canada».
Giovedì è lo Jacopo Day: «Lei, Elisa, ci sarà, il ciclismo ci ha fatti incontrare e non sarò mai grato abbastanza per questa combinazione del destino: la vicinanza di chi mi vuol bene nell’occasione dell’ultima recita da professionista? Motivo in più per essere sereno mentalmente nell’affrontare questo passaggio».
da L'Eco del Chisone del 7 ottobre - foto di Marco Galliani