VIAGGIO NEL MONDO DI MADS ANDERSEN, IL “MACELLAIO” DELLO SWATT CLUB

INTERVISTA | 17/07/2026 | 08:06
di Federico Guido


Lo chiamano “Il Macellaio” e in gruppo, vuoi per i quasi due metri di altezza, vuoi per la maglia esteticamente pulita ed estremamente riconoscibile dello Swatt Club (la squadra con cui sta gareggiando dall’inizio della stagione), non passa assolutamente inosservato. Oltre però che per la possente stazza, i suiveur quest’anno hanno imparato presto a riconoscere Mads Andersen, questi all’anagrafe il nome e il cognome di “The Butcher”, anche dalla fisionomia del suo volto che, in più d’una circostanza, hanno visto cappeggiare davanti a tutti nei finali e negli ordini d’arrivo di svariate corse in questo 2026.


In poco più di cinque mesi con i colori della compagine del Presidente Carlo Beretta, il classe 2000 di Odense ha infatti infilato quasi un terzo delle vittorie raggranellate complessivamente in carriera (8), ha esultato per la prima volta tra i pro’ (al Tour of Hellas) e ha già migliorato il primato personale di podi (7) e top ten (14) da lui ottenuti in una singola annata in corse di livello .2 o superiore, risultati questi che hanno finito per renderlo una presenza sempre più facilmente identificabile all’interno del gruppo.

Quasi dovunque quindi, facendo sfoggio di un’apprezzabile continuità, il venticinquenne scandinavo è riuscito a lasciare il segno, recitando di volta in volta un ruolo di primo piano grazie a una predisposizione alla fatica e ad astronomici picchi di potenza che gli hanno permesso di mettersi in luce in un range di situazioni davvero ampio: dalle volate di gruppo ristretto agli allunghi da finisseur, dalle lunghe giornate spese in fuga a macinare watt fino ai ventagli (vedi l’interpretazione che gli è valsa la vittoria a marzo dell’Olympia’s Tour) e alle brevi cronometro individuali.

In tutto ciò “Il Macellaio” (che, come ci ha tenuto lui stesso a chiarire fin da subito, “non si è mai sporcato le mani di sangue”) è riuscito a sorprendere anche per una dedizione alla causa Swatt (evidente dalle volte in cui si è sacrificato senza problemi per i compagni) sintomatica della perfetta simbiosi creatasi con l’ambiziosa squadra Continental italiana che, svelato al grande pubblico il suo valore, potrebbe riuscire a rilanciarne le quotazioni esattamente come avvenuto nel recente passato con Mattia Gaffuri, Filippo Conca e con l’anello di congiunzione dietro al suo sbarco nel Bel Paese, ovvero Asbjørn Hellemose.

Proprio del ruolo giocato dall’attuale portacolori della Jayco AlUla nell’approdo di Andersen in Italia, come anche del tipo di ambiente trovato dal danese in Brianza e dei suoi primi passi nel mondo delle due ruote, abbiamo parlato con lo statuario corridore danese al Sibiu Tour dove abbiamo avuto l’opportunità d’incontrarlo insieme a tutta la compagine nostrana.

Mads, intanto, perché ti chiamano “Il Macellaio”?

“Quando ho lasciato la scuola perché non riuscivo a concentrarmi su due cose contemporaneamente, mio padre mi ha detto che dovevo cercarmi un lavoro per potermi permettere di fare il ciclista e così mi ha trovato un impiego in una fabbrica dove si lavorava la carne. È allora che il mio amico Matthias Norsgaard mi ha soprannominato “Il Macellaio”.

Detto ciò, come ti sei avvicinato al ciclismo?

“Anche se da piccolo ho provato tanti sport diversi, mia madre, mio padre e il mio bisnonno – in realtà tutta la mia famiglia – erano appassionati di ciclismo e quindi in pratica le due ruote sono sempre state di casa. Quando poi ho iniziato a pedalare, la bici mi ha preso subito. Ho gareggiato per otto anni nelle categorie giovanili senza vincere mai (ma al tempo questo non era qualcosa che m’importava granché) finché da junior non ho ottenuto il mio primo successo e lì ho finalmente compreso che sapore avesse la vittoria”.

Chi è stato il tuo idolo da ragazzo?

“Fin da quando ho iniziato a pedalare il mio più grande idolo è stato Fabian Cancellara. E lo è ancora. Da giovane era lui il corridore che sognavo di diventare e, ancora oggi, è a lui che voglio somigliare. Questo anche perché non ho mai avuto una vera passione per i Grandi Giri e, al contrario, ho sempre avuto le classiche nel cuore per cui non potevo non avere che lui come modello”.

Parlando invece dello Swatt Club, quando hai sentito parlare per la prima volta di questo team e quando sei entrato in contatto con la squadra?

“Sono amico di Asbjørn Hellemose e nel 2019 abbiamo corso insieme in una squadra di club in Danimarca (il Team OK Kvickly Odder, ndr): è lì che per la prima volta ho sentito parlare dello Swatt Club. L’anno scorso poi un altro mio caro amico, Kasper Andersen, è entrato a far parte della squadra e, allo Swatt Crit in estate, ho avuto modo di vedere tutta la comunità che vi ruotava attorno finendo per innamorarmene. Inoltre, l’energia che ho percepito nel vedere Carlo (Beretta, ndr) cercare di portarmi in squadra e credere nelle mie capacità è stata uno dei motivi per cui, alla fine, ho deciso di unirmi a loro”.

Prima di entrare in questa squadra, avevi ricevuto offerte da altre squadre World Tour o ProTeam?

“No, assolutamente nulla, ma volevo provare a fare un’esperienza al di fuori della Danimarca e le uniche offerte che avevo ricevuto provenivano dall’Italia, appunto, e da una squadra olandese. Ammetto che ero un po’ preoccupato relativamente a cosa avrei dovuto fare, ma in conclusione sono davvero felice di essermi unito allo Swatt Club”.

Qui hai trovato un ambiente davvero fantastico direi…

“Assolutamente. Quando mi chiedono cosa ho fatto di diverso quest’anno, dato che ho iniziato a vincere un po’ di più e a ottenere buoni risultati, rispondo sempre “Mi sono semplicemente unito allo Swatt Club”: è questo il motivo. Non è che sia migliorato molto in termini di potenza espressa, ma è la mia mentalità, diventata molto più forte da quando sono entrato a far parte della squadra, ad essere cambiata”.

Questa squadra è nota per saper rilanciare la carriera dei corridori. Ti aspetti qualcosa del genere nei prossimi mesi?

“È anche per questo che sono qui. Lo Swatt Club vuole portare un gruppo di ragazzi over 23 nel mondo dei professionisti e, come loro, sono convinto che possa succedere. È questo l’obiettivo che sto perseguendo: quando non vorrò più farlo, sarà il momento di provare a capire cos’altro fare nella vita”.

Ma hai già ricevuto qualche offerta?

“Ad essere sincero al 100%, neanche una ed è qualcosa che un po’ comincia a darmi fastidio perché c’è un sacco di gente in Danimarca che scrive sui social che merito un contratto nel World Tour e anche in Italia molti si aspettano che diventi professionista, ma dall’altra parte non arriva nulla. Spero che un giorno accada, staremo a vedere”.

Alla fine, cosa ti ha sorpreso di più della squadra?

“La comunità e gli amatori che mi sostengono…Alcune delle cose che mi dicono, il modo in cui credono in me e, direi proprio, l’amore che provano per quello che sto facendo sono incredibili. Se dovessi lasciare la squadra l’anno prossimo per diventare professionista, mi mancheranno davvero tutti i ragazzi che mi supportano in Italia”.

Hai mai pensato che potesse crearsi un legame così forte tra Italia e Danimarca?

“Sì. Penso che le culture si fondano molto bene ed è anche quello che crede Carlo: il legame tra i corridori italiani e quelli danesi è davvero ottimo perché gli italiani aggiungono qualcosa da un punto di vista della tattica in gara mentre i danesi contribuiscono aggiungendo qualcos’altro integrandosi in un modo che funziona davvero bene”. 

Photo credit: Tour of Hellas


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