L'ORA DEL PASTO. DE MARTINO E QUEL MONDIALE DEL 1928... - 2 / GALLERY

LIBRI | 20/06/2026 | 08:25
di Marco Pastonesi

“Svegli all’alba. Le vie ancora deserte. Il sole dominatore nel cielo limpidissimo comincia a lanciare le sue insolenti carezze. Ci si avvia rombando verso Rakosfalva, un piccolo paesetto a sei o sette chilometri da Budapest, dove dovrebbe trovarsi il traguardo di partenza e d’arrivo del campionato del mondo dei ciclisti amanti delle delizie della strada. Ma il traguardo non c’è”.


Ungheria, il 16 agosto 1928, ore 6.15, ottava edizione del Mondiale. Prima i professionisti, 191,7 km, poco dopo i dilettanti, 192 km. L’Italia campione uscente, quella del Nurburgring 1927: tra i professionisti, poker con Binda davanti a Girardengo, Piemontesi e Belloni; tra i dilettanti, Orecchia terzo.


“Soltanto fuori dal paese, sulla via bianca, un modesto gruppo di persone e qualche grossa macchina che attende. E’ proprio qui. Il campionato del mondo non ha molte pompe. Che vale? Ci si trova qui tutti alla buona, senza pretese, con un sorriso gioviale, con una stretta di mano vigorosa di marca americana. E vi sono anche i corridori, s’intende”.

Emilio De Martino, inviato del “Corriere della sera”, ripropone quel giorno rotondo su “Vita al sole” (Libreria d’Italia, del 1929), una raccolta di racconti di sport, fortunosamente ereditata dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza.

“Ma ai cosiddetti ‘assi’ della strada manca quel solito contorno di superappassionati che mendicano un sorriso, uno sguardo o uno scossone del campione del cuore. Il ‘sai mi ha salutato’ non è di moda in questa ospitale Ungheria, dove il ciclismo sta marciando i suoi primissimi passi. La passione verrà anche qui”.

De Martino, che aveva giocato a calcio (Juventus, Novara, Lazio…), da responsabile della rubrica sportiva del “Corsera” sarebbe diventato direttore della “Gazzetta dello Sport” dal 1947 al 1949, e ancora a “Lo Sport” e “Lo Sport Illustrato”. Romanziere, “La squadra di stoppa” fu un successo. Ieri, avrebbe compiuto 131 anni.

“Quest’adunata sulla strada semisolitaria, nella primissima fresca mattinata, senza la messa in scena delle grandi corse, ci fa rammentare le scappate di casa della gioventù quando, armati solo di entusiasmo, si fuggiva di casa alla chetichella per correre sull’amante a due ruote, magari una Milano-Magenta e ritorno”.

Il giornalismo sportivo era uno spazio cosmico. Poca radio, zero tv, neppure immaginabili internet e telefoni, De Martino e colleghi avevano il potere, se non il dovere, di ritrarre e descrivere, ricordare e raccontare, far sentire sapori e odori. Chi leggeva, veniva proiettato altrove. Più che una macchina per scrivere, quella macchina serviva per mostrare, immaginare e anche sognare.

“Partono i professionisti e ci gettiamo sulle loro tracce fra un paesaggio patriarcale rigoglioso di prati e di pendii. Ogni tanto s’incontrano curiosi gendarmi con enormi cappelli piumati, che salutano militarmente. Cominciano le strade sabbiose e le montagne russe e comincia anche il tormento della polvere. Gli abitanti dei piccoli paesi che attraversiamo sono tutti fuori dalle case incuriositi e stupiti, a guardare l’insolito passaggio di tante maglie multicolori, di tante macchine e di tanti uomini mascherati di polvere”.

I giornalisti seguivano, accompagnavano, esploravano, trasmettevano, abitavano, vivevano la corsa. La corsa mondiale sarà amara per gli azzurri. Binda e Girardengo si studiano, si marcano, si annullano.

“Belloni, provato dalle bucature di gomme si ritira; e il gruppo procede a passo turistico. Un inesperto ragazzino che monta una bicicletta preistorica, riesce a seguire facilmente i cosiddetti corridori. Ma la corsa è cessata ormai. Binda e Girardengo comprendono ora tutto l’errore iniziale e non sanno reagire allo sconforto. Per essi è finita. Si fermano entrambi sulla strada deserta arroventata dal sole e domandano ospitalità sulla nostra automobile; il loro sguardo è implorante e pieno di tristezza”.

Annullati a vicenda Girardengo e Binda (poi squalificati dall’Uvi, sarebbe successo 20 anni più tardi anche a Bartali e Coppi), ritirato Belloni, otto arrivati su 16 partiti, vinse il belga Georges Ronsse. Sarebbero stati i dilettanti a regalarci la felicità.

“Alle spalle ci arrivano improvvisamente due furie: ci voltiamo. Un tuffo al cuore. Sono due maglie azzurre: Grandi e Mara che marciano a tutta andatura curvi sulle macchine polverose, coi visi che sorridono d’orgoglio”.

Era un giornalismo più semplice, più onesto, più letterario. Più vero. Più diretto. E meno schierato, meno tifoso, meno urlato. Binda e Girardengo che chiedono un passaggio sull’auto dei giornalisti, che si alzano in piedi sulla macchina, incitano, gridano, soffrono. E Binda che dice: “Vi regalo tutte le maglie di campione del mondo che ho in casa”. Meraviglioso.

(fine della seconda puntata – fine)


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