PIEDE A TERRA. GIOVANI, CICLISMO E SICUREZZA: COSÌ SI VINCE IL GIRO D'ITALIA

SOCIETA' | 08/06/2026 | 09:59
di Marco Scarponi

Il Giro d’Italia ha dato ancora una volta la prova di essere capace, come nessun altro evento, di raccontare l’Italia strada per strada, promuovendo la bellezza senza fine delle nostre città, delle campagne e delle montagne e di tutta quella storia che riempie ogni cosa, nel bene e nel male. Nessuna guida o compagnia turistica ha la stessa potenza del Giro d’Italia, non fosse altro per l’enorme visibilità che la corsa rosa è in grado di portare sui nostri territori. La grande corsa sa raccontare l’Italia da scorci insospettabili, unici, e da questo punto di vista resta in gran forma. 


Il Giro è anche un momento fondamentale per parlare di sicurezza stradale e quest’anno ho avuto modo di apprezzare i telecronisti Rai che ogni giorno hanno dato spazio con competenza e profondità a questo tema fondamentale. Francesco Pancani, Davide Cassani, Stefano Rizzato e Stefano Garzelli, uno dei partecipanti onorari della Fondazione Michele Scarponi, hanno continuamente alzato il volume ricordando Sara Piffer, Matteo Lorenzi e Michele, discutendo di bike lane, piede a terra e di molti dei temi che ci stanno a cuore. E lo hanno sempre fatto in momenti cruciali della corsa, quando gli ascolti salivano.


Negli spot sulla sicurezza che intervallavano la telecronaca si è invece sempre raccontato di una strada condivisa tra le persone che si muovono in auto e in bici, dove bisogna rispettarsi a vicenda, un vecchio mantra scontato che spesso evita di guardare negli occhi la cultura sbagliata della sicurezza stradale del nostro Paese, quella che mette tutti sullo stesso piano, carrozzati, motorizzati e non, e questo vuol dire, senza girarci troppo intorno, allinearsi alle regole e alle non regole del più forte. Insomma, si poteva fare molto di più: chiarendo una volta per tutte cosa può fare l’automobilista per proteggere chi gira disarmato in strada. Si poteva parlare di velocità, ad esempio. Invece ancora una volta ci siamo dovuti accontentare di uno spot, come quello della FCI, che scarica le responsabilità esclusivamente sul ciclista. Difendiamoci insomma, altrimenti ce l’andiamo a cercare.

Il Giro può cambiare il nostro approccio alla strada, ma il ciclismo deve raccogliere i cocci di una storia in frantumi partendo appunto dalle proprie origini e dalla sicurezza, quella vera, quella di cui si ha paura di parlare altrimenti si perdono tesserati o qualche sponsor.

Ma abbiamo già perso i giovani. Quest’anno, con i vari collaboratori della Fondazione, sono entrato in quasi cento classi, dalle primarie alle secondarie di primo e secondo grado. A quasi tutti i ragazzi coinvolti ho fatto sempre due domande: quanti corsi sulla sicurezza stradale avessero fatto a scuola fino ad allora e se conoscessero almeno un campione di ciclismo. Bene, in pochissimi hanno visto per più di un’ora nell’arco di otto anni di scuola un rappresentante della polizia stradale entrare in classe, in pochi poi nelle grandi città prendono il patentino, quindi si arriva spesso a 18 anni avendo fatto al massimo due ore di sicurezza stradale in classe con un taglio educativo mirato a prevenire l’uso di alcol e droga, a mortificare l’uso dei monopattini e della bici e a ricordarci che fai un incidente e non una violenza orribile, se magari investi qualcuno mentre guidi l’auto e guardi il cellulare. Poi un risicato 1,5 per cento conosce al massimo il nome di un campione del ciclismo italiano. Coppi, Bartali, Gimondi, Moser, Pantani, Nibali sono dei perfetti sconosciuti per i nostri giovani. Non è fondamentale per la vita delle persone conoscere la storia del ciclismo, ma è fondamentale per la sopravvivenza del ciclismo farsi conoscere dai più giovani perché altrimenti tutti quei valori, di cui tanto ci raccontiamo, finiamo per impacchettarli in esperienze da Granfondo e la corsa rosa si iscrive a capofila di tutte le guide cicloturistiche. 

A quando dunque un vero progetto culturale per i giovani nelle scuole con al centro il ciclismo e la sicurezza stradale? La Fondazione Michele Scarponi, nel suo piccolo, ha iniziato a farlo da un po’ di tempo e siamo meravigliati ogni volta dalla forza e dall’entusiasmo che queste tre parole insieme riescono a creare in classe: giovani, ciclismo e sicurezza, così si vince il Giro d’Italia.

www.fondazionemichelescarponi.com


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COMMENTI
Forza,
8 giugno 2026 12:57 noel
c'è un infinito lavoro da fare 💪💪👍

Spot televisivo
8 giugno 2026 22:50 nsilvioant
Salve a, mio avviso, gli spot sulla sicurezza svolti durante la cronaca del recente Giro d’Italia, tramite gli egregi conduttori citati nell’articolo, non sono sufficienti, in quanto recepiti solo dagli appassionati di ciclismo!!!! Ben venga ciò, ma non basta!!!Per arginare, contrastare il livello di barbarie e di azioni terroristiche di chi è armato di volante, è indispensabile promuovere attraverso un decalogo di regole basilari, semplici ed essenziali, dalla durata di 1 minuto dopo ogni TG, sia RAI, che MEDIASET, e non una volta al giorno, ma per ben 3 volte!!!! Come una terapia farmacologica, rivolta ai milioni di utenti “italioti” convinti che essendo patentati sono i padroni assoluti della strada, dimenticando che va condivisa anche con i più deboli e disarmati
come ciclisti e pedoni. Anche a quest’ultimi, vanno ricordati, obblighi, diritti e doveri, in ogni circostanza, soprattutto ai semafori col rosso!!!! Si parla tanto di morti sul lavoro, sulle misure di sicurezza volte a contrastarli, quanto alla sicurezza stradale, non bastano, decreti recenti, leggi e postille
ignorate da buona parte di terroristi al volante, come la distanza di sicurezza di 1,5 mt, ma bisogna propinarla notte e giorno con spot televisivi, brevi, sintetici, ed efficaci, da ricordare a tutti di come si viaggia in sicurezza, rispettando i limiti di velocità( propongo l’autovelox su ogni cartello, altro
che servono solo a “far cassa” come sostiene l’attuale ministro……cmq rispettati solo da pochissimi), evitando distrazioni al volante e tante altre violazioni che comportano situazioni di pericolo. Solo così, forse in futuro si potrà ottenere la tanto desiderata svolta culturale, auspicata da più parti,
volta a contenere, meno stragi sulle nostre strade, con conseguenti dolori, tragedie e lutti famigliari.
Va ricordato, che le statistiche, confermano questo bilancio gravissimo, e a mio avviso non fa onore assolutamente ad un paese civile come il nostro.

Nigro Silvio Antonio


Ecco
9 giugno 2026 08:21 lupin3
qualcuno dice le cose come stanno, come anche Pozzato. Ma per FCI e Lega è sempre tutto ok. Se non si fa niente tra 10 anni in Italia non esisterà più il ciclismo su strada per mancanza di praticanti.

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