IL GIRO DELLA MENTE: NEUROSCIENZE, COMPORTAMENTO UMANO E PERFORMANCE NELLA CORSA PIÙ DURA DEL MONDO - 3

APPROFONDIMENTI | 02/06/2026 | 08:22
di Michele Grotto

In Piancavallo, a un certo punto, il gruppo si è fatto silenzioso. Le gambe continuavano a girare e i chilometri scorrevano. Ma chi era lì — o chi guardava con attenzione — poteva vedere che qualcosa stava per succedere. Non sulle strade del Friuli, ma dentro la testa di ogni corridore ancora in gara.


E poi è arrivato: un cambio di ritmo. Pochi secondi, e tutto è cambiato. Da fuori, abbiamo visto un attacco. Abbiamo visto un distacco, una reazione mancata, un corridore che se ne andava e altri che restavano. Ma quello che non si vede — e che spesso è molto più interessante di quello che si vede — è ciò che è successo prima. Dentro. In quei tre secondi che, da un punto di vista neuroscientifico, hanno già deciso tutto.


Negli ultimi anni le neuroscienze cognitive e le scienze comportamentali hanno iniziato a mappare con ancor più precisione un meccanismo che chiunque abbia vissuto una situazione ad alta pressione conosce bene, anche se non ne ha mai sentito il nome: la sequenza pensiero-scelta-azione. Tre operazioni mentali distinte, che in condizioni normali si succedono in modo fluido e quasi invisibile, ma che sotto pressione — fisica, emotiva, cognitiva — tendono a degradare, a cortocircuitarsi, a confondersi l'una con l'altra fino a diventare una reazione unica, automatica e spesso controproducente.

È esattamente il meccanismo che, insieme a Ivan Basso, abbiamo analizzato in profondità all'interno di Accendi la mente (Bompiani): la vera sfida della performance non è mai soltanto fisica, ma è quella di proteggere la qualità di questa sequenza quando tutto — fatica, paura, pressione, incertezza e così via — spinge nella direzione opposta. E il Giro d'Italia, come abbiamo visto in queste settimane, ne è la dimostrazione più estrema e affascinante che esista.

Partiamo da una domanda che sembra semplice, ma non lo è per niente: come è possibile che corridori allenati allo stesso livello, in condizioni fisiche simili, nelle stesse identiche circostanze, reagiscano in modo completamente diverso allo stesso attacco? Come è possibile che uno stesso strappo in salita mandi in crisi qualcuno e non lasci traccia su qualcun altro?

La risposta standard, quella che sentiamo più spesso, è fisica: gambe, watt, condizione del momento, chilometri accumulati nelle gambe. Tutti elementi reali, intendiamoci. Ma chi conosce davvero il ciclismo professionistico e chi studia il comportamento umano sotto pressione sa che quella risposta è incompleta. Perché quello che vediamo dall'esterno (il distacco, la reazione tardiva, il cedimento improvviso) è soltanto l'effetto visibile di qualcosa che era già successo prima, molto prima, dentro la testa di quel corridore.
Ed è lì che dobbiamo andare a guardare.

Quando siamo in condizioni ottimali, la sequenza Pensa → Scegli → Agisci funziona in modo quasi automatico: il cervello elabora le informazioni disponibili, valuta le opzioni, seleziona la risposta più adeguata e la traduce in azione. Un processo che nei corridori di alto livello è stato affinato negli anni fino a diventare quasi istintivo, ma che resta, a tutti gli effetti, una sequenza cognitiva precisa.
Il problema nasce quando questa sequenza viene sottoposta a pressione prolungata. E al Giro d'Italia, dopo ore di corsa, dopo settimane di sforzo accumulato, la pressione non è soltanto fisica: è cognitiva, emotiva, decisionale. È qui che le neuroscienze ci mostrano qualcosa di fondamentale, che vale tanto in gara quanto nella vita di tutti i giorni.

Ecco cosa succede a questa triade, quando la fatica inizia davvero a farsi sentire.
1. Il pensiero rallenta e si distorce. Dopo ore di sforzo intenso, la corteccia prefrontale — per intenderci: la sede del ragionamento lucido e della capacità di inibire le risposte impulsive — subisce una riduzione misurabile nelle sue funzioni esecutive. In parole semplici: il cervello pensa più lentamente, tende ad amplificare i segnali negativi e fatica a distinguere il rumore dal segnale. Una salita che era già stata affrontata decine di volte in allenamento può improvvisamente sembrare insormontabile. Non perché sia cambiata la salita, ma perché è cambiato il modo in cui la mente la interpreta.

2. La scelta diventa automatica invece che consapevole. Quando le risorse cognitive calano, il cervello attiva quello che il premio Nobel Daniel Kahneman chiamava sistema 1: il pensiero veloce, intuitivo, basato su schemi e scorciatoie. Smette cioè di elaborare in modo ponderato e inizia a reagire. Per esempio, il corridore che risponde a ogni attacco senza valutare, quello che segue per inerzia invece di scegliere con intenzione, sta vivendo esattamente questo: la scelta consapevole è stata sostituita dall'automatismo. E un automatismo sotto pressione, nella maggior parte dei casi, è una scelta già persa in partenza, a meno che non ci si avvalga delle giuste strategie cognitive.

3. L'azione perde direzione. Senza un pensiero lucido e senza una scelta consapevole a monte, l'azione che ne risulta è reattiva invece che intenzionale: è la differenza tra rispondere e scegliere di rispondere, tra inseguire alla cieca e decidere di attaccare, tra subire il ritmo degli altri e imporre il proprio. Una differenza che dall'esterno può sembrare sottile, ma che nei numeri — nei distacchi, nelle classifiche, nei risultati — è spesso enorme.

Ed è esattamente qui che la tappa del Piancavallo, la penultima di questo Giro d’Italia, diventa qualcosa di più di una tappa di montagna. Diventa, se la si guarda con gli occhi giusti, una delle rappresentazioni più nitide di come funziona, o smette di funzionare, questa sequenza nella mente umana sotto pressione estrema.

Vingegaard non ha vinto solo perché aveva più watt degli altri, ma ha vinto perché nei pochi secondi decisivi che fanno la differenza all’interno di una tappa la sua triade funzionava ancora, quando invece quella degli altri aveva già iniziato a degradare. Ha pensato nel modo giusto: ha letto la situazione senza amplificarla o distorcerla, ha valutato il momento senza farsi travolgere dall'emotività del contesto. Ha scelto con intenzione: non ha reagito, non si è fatto trascinare dal ritmo degli altri, ha aspettato il suo momento e lo ha costruito. Ha agito con precisione: quando è partito, è partito davvero, senza tentennamenti, senza procrastinare, con una scelta eseguita con la lucidità di chi sa esattamente cosa sta facendo e perché (tecnicamente, si parla di agentività cognitiva: la capacità di rimanere autori consapevoli delle proprie azioni anche quando il contesto spingerebbe verso la risposta automatica).

Ora fai un passo indietro. Esci dall’arrivo in Piancavallo ed esci dal ciclismo professionistico, dai watt e dalle classifiche. Pensa invece all'ultima volta in cui ti sei trovato in una situazione ad alta pressione, come per esempio una riunione che stava andando nella direzione sbagliata, una conversazione – anche personale - che si stava surriscaldando, una scadenza che si avvicinava mentre le energie calavano.

In quel momento, cosa è successo dentro di te? Quasi certamente, senza accorgertene, la tua sequenza è andata in cortocircuito. Il pensiero si è fatto più frettoloso e meno lucido, hai risposto per inerzia, magari per paura di sbagliare o per paura di deludere. E l'azione che ne è seguita non era quella che avresti scelto a mente fredda: era la prima risposta disponibile, non la migliore.
Non è una questione di carattere, né di debolezza, né di talento: è pura neurobiologia. Quando il sistema nervoso percepisce una minaccia — reale o immaginata, fisica o emotiva — l'amigdala prende il sopravvento sulla corteccia prefrontale con una velocità che non lascia scampo se non siamo allenati a riconoscerlo. Il risultato è sempre lo stesso: meno pensiero, meno scelta, più reazione. Ed è esattamente lì, in quello spazio microscopico tra lo stimolo e la risposta, che si gioca davvero la qualità di una performance, tanto sportiva, quanto lavorativa o personale.

Allora, la vera domanda non è come fare a non stressarsi. La pressione — tanto al Giro quanto nella vita — c'è, ci sarà sempre e non possiamo eliminarla. La vera domanda è un'altra, ed è quella che ci siamo posti in Accendi la mente da ogni angolazione possibile: come facciamo a proteggere la qualità della nostra sequenza quando la pressione sale, le risorse calano e tutto spingerebbe verso la reazione automatica?

La risposta non è nell'allenamento della sequenza stessa: imparare a riconoscere quando il pensiero inizia a distorcersi, quando la scelta diventa automatica, quando l'azione perde direzione. Perché nel momento in cui riesci a osservare la sequenza — invece di esserne trascinato — hai già recuperato una parte del controllo.

Ed è proprio questo che il Giro d'Italia ci ha raccontato (e insegnato) quest'anno, tappa dopo tappa, salita dopo salita. A volte in modo brutale, a volte in modo quasi poetico.

Non ci ha raccontato solo di gambe, di watt, di tattica e di classifica. Ci ha raccontato di menti sotto pressione. Di sequenze che funzionavano e di sequenze che cedevano. Di corridori che restavano autori delle proprie scelte e di corridori che diventavano invece gli esecutori di reazioni che non avevano scelto, e che semplicemente si limitavano a subire.

Ci ha raccontato, in fondo, qualcosa che riguarda tutti noi: che la qualità della nostra vita — nelle sfide grandi e in quelle piccole — dipende in larga misura dalla qualità di quella sequenza invisibile che attraversiamo decine di volte ogni giorno, spesso senza accorgercene.
Perché accendere la mente non significa pensare di più, scegliere di più o agire di più, ma al contrario significa imparare a farlo meglio.
Il Giro è finito. Ma il giro della mente non finisce mai.
E la prossima salita è già lì, dietro l'angolo. La domanda è solo una: con quale sequenza arriverai ad affrontarla?

PER APPROFONDIRE
Il Giro d’Italia racconta molto più di una semplice corsa ciclistica. Racconta il modo in cui pensiamo, scegliamo, reagiamo alla pressione e gestiamo la fatica quando la strada si fa più dura. Questi temi sono al centro anche di Accendi la mente (Bompiani), il libro scritto da Michele Grotto insieme a Ivan Basso, per ben due volte vincitore del Giro d’Italia.

Un viaggio tra neuroscienze, comportamento umano, performance e grandi lezioni nate dentro e fuori dal ciclismo professionistico.

Clicca qui per scoprire di più.

3 - fine

Michele Grotto è architetto delle scelte e behavioral strategist. Si occupa di scienze comportamentali applicate, processi decisionali e miglioramento della performance umana. Ha fondato BrainHacking® ed è coautore, insieme a Ivan Basso, del libro “Accendi la mente” (Bompiani).


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COMMENTI
Beh
2 giugno 2026 12:09 frankie56
capito poco.

Infatti
2 giugno 2026 12:26 Craven
"Un processo che nei corridori di alto livello è stato affinato negli anni", esattamente dove che passano più tempo a guardare dietro che avanti. Prendete una tappa di montagna di 30 anni fa e vedete le differenze.

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