L'ORA DEL PASTO. I RACCONTI DELLA MAGLIA NERA: GIUSEPPE FONZI - 9

STORIA | 28/05/2026 | 08:25
di Marco Pastonesi

Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. Questa è la nona puntata, dedicata a Giuseppe Fonzi, ultimo al Giro d’Italia del 2017 e del 2018.


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Da piccolo era abituato a vincere. Da grande si è abituato a non vincere più. Da professionista il capolavoro: la doppietta, Giro d’Italia 2017 e Giro d’Italia 2018, ultimo in classifica. Con una regolarità straordinaria: nel 2017 a 5 ore, 48 minuti e 40 secondi, che a una media di 39,843 all’ora significano più o meno 225 km di distanza da Tom Dumoulin; e nel 2018 a 5 ore, 48 minuti e 37 secondi, tre secondi in meno ma cinque km in più, che a una media di 40,181 all’ora corrispondono più o meno a 230 km di distanza da Chris Froome.

Testacoda, Fonzi?

“Con Dumoulin no, non ci siamo parlati. Con Froome sì. Alla partenza dell’ultima tappa, il circuito a Roma, lui era schierato in prima fila, io mi sono avvicinato, gli ho detto ‘io sono l’ultimo’, ‘ah, sì’ mi ha risposto, gli ho domandato ‘possiamo fare una foto insieme?’, e l’abbiamo fatta, la foto celebrativa, lui in maglia rosa, io con la quella della Wilier Triestina, perché la maglia nera non c’era, non era prevista, era soltanto simbolica”.

E’ stata dura?

“Sarebbe stata più dura andare più forte, per me si trattava di andare più piano. Ma anche quel piano, spesso, era dura, se non durissima. Dipendeva dalle tappe. La differenza stava tutta nelle salite. La prima maglia nera me la conquistai da gregario. La quarta tappa si arrivava sull’Etna. Jakub Mareczko, il nostro velocista, si staccò su una salita lontano dal traguardo. Inseguimmo tutto il giorno. Arrivammo dopo oltre mezz’ora, io 189°, lui alla mia ruota, e dopo di noi c’erano altri due corridori. La nona tappa si arrivava sul Blockhaus. Stavolta il distacco fu di oltre 34’, Mareczko 188°, io alla sua ruota, e dopo di noi c’era ancora un corridore. Mareczko si sarebbe ritirato e io sarei stato libero di fare la mia corsa. In fondo”.

Fughe davanti, dalla parte giusta?

“Giro d’Italia del 2017, la tappa di Alberobello, in fuga dal km 0 al km 199, peccato che ce ne fossero altri 18 al traguardo. Giro d’Italia del 2018, la tappa di Prato Nevoso, fuga solitaria, 11’ di vantaggio, sull’ultima salita mi si spense la lampadina, buio, nero, vuoto, crisi, cotta. Ero partito forte, volevo combinare qualcosa di buono, così concentrato da dimenticarmi di mangiare e bere, anche se Serge Parsani, dall’ammiraglia, continuava a ripetermelo. Non solo mi ripresero quegli 11’, ma ne aggiunsero altri 27’. E c’era chi pensò, disse e scrisse che avevo rallentato per salvare il mio ultimo posto”.

Gratificazioni?

“Soldi, zero. Circuiti, mai. Spinte, qualche volta: su a Piancavallo arrivai fresco e riposato. Interviste, poche, però una alla Japan Cup, dopo il capitano Filippo Pozzato vollero me come l’ultimo al Giro. La vera gratificazione veniva dalla gente: mi sentivo cercato, coccolato, amato, incitato, applaudito. La gente vuole bene a chi va più piano. Un po’ mi ha aiutato il cognome: nel 2017, all’ultima tappa, la crono da Monza a Milano, come ultimo in classifica partii per primo, mi presentai con un giubbotto di pelle tipo, appunto, Fonzie in ‘Happy Days’. Fu un successo. Lo rifeci nel 2018, in Sicilia. Un altro successo. E pensare che…”.

E pensare che?

“Mio padre aveva due passioni: la bicicletta, tanto che giunse a un passo dal professionismo, e il camion, tanto che aprì un’azienda di autotrasporti. Mi disse che nella vita avrei potuto fare tutto, tranne il corridore e il camionista. Nemmeno a farlo apposta, dal 2013 al 2019 ho corso da professionista e adesso sono con mio padre nell’azienda di autotrasporti. Faccio tutto: in ufficio e al volante”.


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