Dopo cinque ore di corsa, una salita non è più soltanto una salita, ma prima di tutto diventa una conversazione mentale. Il cervello inizia a fare calcoli continui: quanto manca, quanto sto consumando, quanto stanno andando forte gli altri, quanto dolore posso ancora tollerare, quanto senso abbia rispondere a quell’attacco oppure lasciare andare. È in quel momento che il Giro d’Italia smette di essere soltanto una gara fisica e diventa qualcosa di molto più interessante: una battaglia cognitiva.
Quando guardiamo il ciclismo si tende a osservare quasi esclusivamente ciò che è visibile: le gambe, i watt, i distacchi, le salite, la preparazione atletica, l’alimentazione, i materiali. Tutti elementi fondamentali, ovviamente. Ma chi vive davvero il ciclismo professionistico sa che esiste un’altra corsa, molto meno evidente, che si svolge contemporaneamente dentro la mente dei corridori. E spesso è proprio lì che si decide tutto.
Negli ultimi anni le neuroscienze e le scienze comportamentali hanno iniziato a mostrare qualcosa di estremamente interessante: la fatica (così come la qualità stessa di una performance) non è soltanto un fenomeno muscolare, ma anche una costruzione cerebrale. Significa che il cervello non si limita a registrare la fatica, ma la interpreta continuamente. E questa è una differenza enorme.
Perché due atleti possono vivere in modo completamente diverso uno sforzo molto simile. Non solo per condizione fisica, ma anche (e soprattutto) per condizione mentale: percezione dello sforzo, livello di attenzione, qualità del dialogo interiore, capacità di rimanere lucidi sotto pressione e così via.
Nel ciclismo professionistico questa dinamica diventa ancora più evidente. Il Giro d’Italia non è una gara di un giorno: per la mente di chi lo vive da protagonista, il Giro è a tutti gli effetti un ambiente estremo, protratto per settimane. E il cervello umano, in ambienti estremi, cambia modo di funzionare.
Dopo ore di sforzo, il consumo – oltre che energetico – diventa a tutti gli effetti cognitivo: l’attenzione si restringe, la lucidità decisionale cala, i pensieri negativi diventano più invasivi, anche i dettagli cominciano a pesare di più, e persino la percezione della strada può cambiare.
È il motivo per cui, a volte, anche il corridore apparentemente più brillante può “saltare” improvvisamente da un giorno all’altro: da fuori vediamo il corpo che cede, ma spesso il processo è iniziato molto prima, e riguarda qualcosa di gran lunga meno tangibile. Insomma, citando un caro amico con cui ho scritto un libro, è più una questione di “watt per neurone”, che di “watt per chilo”.
Nel mondo delle neuroscienze esiste un concetto molto interessante chiamato “fatica cognitiva”. In parole semplici, si tratta del progressivo affaticamento dei sistemi mentali coinvolti nell’attenzione, nella concentrazione e nella capacità decisionale. È lo stesso fenomeno che si verifica dopo una giornata di lavoro piena zeppa di appuntamenti, di impegni, di attività stressanti, per intenderci.
E al Giro d’Italia (ma in realtà, come dicevo, vale anche in ogni sfida della vita quotidiana di tutti noi) questa componente è ovunque, ed è espressa all’ennesima potenza.
Un corridore deve infatti gestire contemporaneamente innumerevoli variabili: la corsa, la strategia, la radio, il posizionamento, il meteo, gli avversari, il dolore fisico, l’alimentazione, il rischio di cadute, le aspettative della squadra, la classifica, la pressione mediatica, il continuo confronto con gli altri. E l’elenco potrebbe andare avanti ancora per molto.
Ma, per sintetizzare, sono tre gli insegnamenti più rilevanti e impattanti che possiamo portarci a casa, se analizziamo il dietro le quinte della mente di chi proprio in questi giorni sta correndo al Giro d’Italia. Tre preziose lezioni sulla mente umana.
1. La fatica cambia il modo in cui interpretiamo la realtà: dopo ore di sforzo, il cervello tende ad amplificare dolore, difficoltà e segnali negativi. Dunque, non cambia soltanto il fisico, ma cambia il modo in cui percepiamo ciò che stiamo vivendo. È il motivo per cui, in certe giornate, anche una salita apparentemente “normale” può sembrare infinita. La fatica mentale restringe la prospettiva, aumenta il peso dei pensieri negativi e porta il cervello a concentrarsi molto più sul pericolo che sulla possibilità. Da un punto di vista neuroscientifico, non è tanto quel che viviamo ma è sempre e solo il modo in cui lo percepiamo a fare davvero la differenza.
2. Il cervello anticipa la fatica prima ancora che arrivi: una delle cose più sorprendenti è che il cervello non aspetta di essere completamente “finito” per rallentare. Molto spesso inizia a ridurre performance, motivazione e tolleranza allo sforzo già quando percepisce il rischio di esaurire troppe risorse, quindi anche molto prima di arrivare al suo limite. È il motivo per cui, a volte, la parte più dura di una salita non coincide con il tratto più impegnativo, ma con il pensiero della salita stessa. L’anticipazione mentale della sofferenza può consumare energie ancora prima dello sforzo reale
3. La qualità dei pensieri influenza la qualità delle decisioni: sotto pressione il cervello cerca scorciatoie, costantemente. Ed è proprio lì che fanno la differenza lucidità, interpretazione della fatica e capacità di non farsi trascinare dal rumore mentale. I grandi campioni non sono
necessariamente quelli che non hanno dubbi o paura, ma al contrario spesso sono quelli che riescono a non trasformare un pensiero negativo momentaneo in una verità assoluta mentre tutto intorno inizia a complicarsi.
Ed è proprio questo l’aspetto più affascinante del Giro d’Italia: osservandolo bene, ci si accorge che il ciclismo racconta molto più del semplice sforzo fisico, dell’allenamento e della gamba. Racconta prima di tutto il modo in cui il cervello umano reagisce quando viene portato vicino al proprio limite, mostrando in maniera quasi brutale una verità che spesso tendiamo a dimenticare anche nella vita quotidiana: quando aumentano pressione, fatica e incertezza, non cambia soltanto il nostro corpo, ma cambia il nostro modo di pensare, scegliere e agire.
Per questo motivo il ciclismo non premia soltanto chi ha più gambe, ma premia sempre di più chi riesce a proteggere meglio la qualità dei propri pensieri quando tutti gli altri iniziano mentalmente a consumarsi. Ed è qui che il Giro diventa affascinante anche da un punto di vista umano oltre che sportivo, perché racconta qualcosa che va molto oltre lo sport e riguarda la vita di tutti noi.
Racconta cosa succede agli esseri umani quando devono continuare a performare sotto pressione, stanchezza e incertezza. Ed è proprio lì che emergono differenze enormi tra gli atleti (e più in generale tra le persone).
Perché la vera differenza non è eliminare le difficoltà e la fatica (quelle, che ci piaccia o no, tanto nel ciclismo quanto nella vita ci sono e ci saranno sempre), ma piuttosto riuscire a convivere con esse senza lasciare che prendano il sopravvento. Tutto parte da un dettaglio in particolare (tanto al Giro, quanto nella vita): dal modo in cui accendiamo la nostra mente. In altre parole, dal modo in cui pensiamo, che influenza a sua volta il modo in cui scegliamo, che infine ha un impatto sul modo in cui agiamo. Pensieri, scelte, azioni: tutto nasce dal modo in cui controlliamo la mente (evitando che sia lei, invece, a controllare noi).
È lì che il Giro smette definitivamente di essere soltanto una corsa ciclistica e diventa una delle rappresentazioni più estreme e affascinanti del comportamento umano sotto pressione.
Forse è anche per questo che il ciclismo continua ad avere qualcosa di profondamente diverso rispetto ad altri sport. Perché dentro quelle ore di fatica e di performance straordinarie non vediamo soltanto degli atleti, ma vediamo persone che cercano continuamente di gestire attenzione, paura, energia, aspettative, dolore e pensieri mentre il corpo chiede di rallentare.
In quest’ottica, il Giro d’Italia assume tutto un altro fascino e tutto un altro sapore: oltre ad essere la corsa più bella (e dura) del mondo nel Paese più bello del mondo, diventa – da un punto di vista neuroscientifico - anche la metafora perfetta delle sfide che tutti noi spettatori viviamo ogni giorno, raccontando così un pezzo della nostra vita. A lavoro, nel privato, nella vita.
E saper accendere la propria mente, in ciascuna di queste sfide, è ciò che fa davvero la differenza.
1 - continua
Michele Grotto è architetto delle scelte e behavioral strategist. Si occupa di scienze comportamentali applicate, processi decisionali e miglioramento della performance umana. Ha fondato BrainHacking® ed è coautore, insieme a Ivan Basso, del libro “Accendi la mente” (Bompiani).
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