BALLERINI A CUORE APERTO. «OGGI LA FORTUNA È STATA DALLA MIA PARTE MA... ME LA SONO MERITATA»

GIRO D'ITALIA | 14/05/2026 | 19:10
di Francesca Monzone

Sul lungomare di Napoli, tra il cielo grigio, sampietrini scivolosi e una volata diventata improvvisamente caotica, Davide Ballerini ha conquistato oggi una delle vittorie più significative della sua carriera. Non soltanto per il prestigio del palcoscenico, ma per il modo in cui è arrivata: inattesa, sofferta, giunta dopo anni passati a lavorare per gli altri.


Ballerini è sempre stato uno di quei corridori che il gruppo riconosce immediatamente: generoso, affidabile, pronto a spendersi per i compagni senza risparmiarsi mai. Un uomo squadra nel senso più autentico del termine. Per anni ha guidato volate, chiuso buchi, tirato il gruppo e preparato il terreno perché fossero altri ad alzare le braccia al cielo. Eppure, per lui, quelle vittorie valevano tantissimo, come se quel primo posto fosse anche il suo.


Lo ha raccontato lui stesso ricordando l’esperienza accanto a Mark Cavendish, quando faceva parte del treno che accompagnò il campione britannico verso il record di vittorie di tappa al Tour de France. L’ultima volata vinta da Cavendish, quella che gli permise di diventare il corridore più vincente nella storia della Grande Boucle, porta anche un pezzo del lavoro silenzioso di Ballerini.

«Quando vinceva lui era come se avessi vinto io - ha spiegato oggi in conferenza stampa -. Si fanno tanti ritiri insieme, si vive praticamente insieme, si vedono più i compagni della famiglia. Ognuno ha il suo compito preciso e tutto questo poi viene ripagato. È come una vittoria per me».

Parole che raccontano bene il suo modo di intendere il ciclismo: un mestiere duro, spesso ingrato, dove la soddisfazione personale passa anche attraverso il successo degli altri.

Per questo la vittoria di Napoli ha un peso diverso. Perché arriva dopo mesi complicati, dopo classiche affrontate con ambizione ma senza il risultato sperato, dopo giornate in cui il lavoro sembrava non bastare mai. E soprattutto perché arriva quando quasi nessuno la immaginava. L’arrivo partenopeo era uno di quelli da prendere con le pinze: pavé sconnesso, curve insidiose, asfalto reso viscido dalla pioggia. Ballerini conosceva bene quel finale e sapeva che sarebbe servito coraggio.

«Sapevo che c’erano questi sampietrini molto sconnessi e sapevo anche che c’era la possibilità della pioggia», ha raccontato. «Quando arrivi in volata però stacchi il cervello. Se pensi a queste cose, ti freni e ovviamente non la fai».

Nel finale ha scelto la traiettoria giusta, entrando davanti nella doppia curva decisiva. Poi il caos: cadute alla sua sinistra, il buco che si apre davanti, la radio che urla di andare.

«Ho sentito in radio: “Vai, vai, vai che c’è il buco”. Da lì speravo solo di passare la linea».

E quando la linea è arrivata davvero, il successo ha assunto il significato di una liberazione.

«Nel ciclismo serve anche fortuna».

Uno dei passaggi più autentici della conferenza stampa è arrivato quando Ballerini ha parlato del rapporto tra lavoro e risultati. Alla domanda su che tipo di corridore sia diventato, il lombardo ha risposto così: «Mi identifico come un mezzo velocista. Nelle tappe dure riesco a salvare un po’ di più la gamba rispetto agli altri velocisti e a mantenere energie utili più avanti in un grande giro. Oggi però è andata in un altro modo: la fortuna era dalla mia parte. È da un po’ che mi chiedevo quando sarebbe arrivata anche per me. Nel ciclismo ci vuole molta fortuna: devi esserci di testa e di gambe, ma la fortuna deve girare».

Parole quasi disarmanti, perché il ciclismo moderno è spesso raccontato come il regno dei numeri, dei watt e della preparazione scientifica. Ballerini invece ricorda che esiste ancora una componente incontrollabile: una curva presa bene, una ruota che non scivola, pochi centimetri che separano la gloria da una caduta.

«Sono stato fortunato a non cadere - ha ammesso - Appena sono uscito dalla curva ho perso la ruota posteriore ma sono rimasto in piedi. Magari con 0,2 di velocità in più ero per terra anch’io».

Forse il momento più profondo a fine giornata è arrivato quando gli è stato chiesto quale fosse stato il periodo più difficile della sua carriera. La risposta è stata quella di un corridore che conosce bene la fatica invisibile di questo sport: «Il momento più critico è quando fai tutto bene: ti alleni, mangi bene, pesi il cibo, vai a letto presto per mesi, poi vai alle gare, investi tantissimo e non arrivano i risultati che ti aspetti. In quel momento non ti devi abbattere, devi continuare a spingere. Io dico sempre che prima o poi la ruota gira per tutti».

È probabilmente qui che si capisce davvero la vittoria di Napoli. Non solo nello sprint finale, ma in tutto quello che c’è stato prima: le aspettative deluse, i piazzamenti mancati, le Classiche del nord inseguite senza riuscire a trovare il grande risultato. Eppure Ballerini continua ad amare quelle corse più di ogni altra cosa.

«Le classiche mi sono sempre piaciute e mi piaceranno sempre. Ho il cuore in Belgio».

Nel ciclismo c’è una differenza enorme tra vincere spesso e vincere nel giorno giusto. Per Davide Ballerini, Napoli potrebbe essere proprio quel giorno.

Perché questa vittoria non racconta soltanto un successo al Giro d’Italia. Racconta il premio a una carriera costruita con pazienza, spirito di sacrificio e dedizione agli altri. Questa è forse la storia di un corridore che non ha mai smesso di lavorare anche quando i risultati non arrivavano. E racconta soprattutto quanto possa essere speciale, per chi è abituato a fare vincere gli altri, ritrovarsi finalmente dall’altra parte della barricata ed essere il primo, il numero uno, che sale sul gradino più alto del podio, davanti ad una folla che acclama il tuo nome. E oggi Ballerini ha finalmente conosciuto il sapore di una vittoria al Giro d’Italia. 


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