LIEGI-BASTOGNE-LIEGI. STORIA DI MINIERE, DI VISI NERI, DI RISCATTO ITALIANO

STORIA | 26/04/2026 | 10:13
di Francesca Monzone

C’era una volta il velodromo di Rocourt, alla periferia di Liegi. Un catino di cemento e vento, dove il ciclismo finiva e ricominciava ogni primavera, quando la Liegi-Bastogne-Liegi tornava a raccontare la sua storia antica. Oggi non esiste più: demolito nel 1973, si è portato via un pezzo di memoria, insieme allo stadio che ospitava anche il Royal Football Club di Liegi. Ma chi c’era, chi ha vissuto quegli anni, giura che in quel velodromo si sentiva battere il cuore della “Doyenne”.


Era lì che si concludevano giornate epiche, sotto la pioggia e il cielo basso delle Ardenne. Era lì che arrivavano uomini stremati dopo più di sette ore di corsa, sporchi di fango e fatica, dopo aver attraversato strade che tagliavano boschi e miniere, salite brevi ma affilate come lame. La Liegi non è mai stata una corsa per cuori teneri: non ha il pavé delle Fiandre, ma ha la Redoute, un muro terribile che a cento chilometri dall’arrivo comincia a fare selezione. E poi non ti lascia più: strappi su strappi, senza tregua, fino ad Ans, lassù, dove il traguardo aspetta come un giudice severo. Dal 2019 si ritorna a Liegi, e con il ritorno nella città più famosa della Vallonia, che ha dato i suoi natali anche al commissario Maigret, si è perso anche il passaggio sulla cote di Saint-Nicolas, conosciuta come la collina degli italiani.


Eppure, per tanti anni, il traguardo era Rocourt. Ed è lì che il 2 maggio 1965 si scrisse una delle pagine più intense della storia italiana nel ciclismo. Pioveva, faceva freddo, e il gruppo si era sgretolato lungo le strade. In testa, tra cadute e resistenza, erano rimasti in pochi. Tra loro, un ragazzo di 22 anni, figlio di emigrati: Carmine Preziosi.

Figlio di minatori, come tanti italiani arrivati in Belgio dopo la guerra, Carmine non era solo un corridore. Era uno di loro. Gente che scendeva nelle gallerie all’alba e ne usciva al tramonto, con la polvere nei polmoni e la fatica nelle ossa. Gente che aveva lasciato l’Italia per fame, inseguendo un futuro migliore nelle miniere di carbone delle Ardenne.

Sulla strada da Bastogne a Liegi, quel giorno, c’erano anche loro. I “visi neri”, come li chiamavano: operai coperti di carbone, uomini invisibili che vivevano ai margini. Tra Mons, Charleroi, Namur e Liegi, l’italiano era la lingua più diffusa nei bar, nelle case, nei cantieri. Dialetti del Sud, conservati come un tesoro, per non perdere le radici, che insieme agli orti fatti tra una casa e l’altra, raccontavano di un’Italia lontana, dove il sole splendeva sempre.

La loro storia era dura. Il protocollo italo-belga del 1946 aveva portato in Belgio migliaia di italiani: in cambio del carbone, braccia giovani da mandare in miniera. Contratti rigidi, salari bassi, sicurezza quasi inesistente. E tragedie, come quella di Marcinelle, l’8 agosto 1956: 262 morti, 136 italiani. Un’intera comunità segnata per sempre.

In quel contesto, la Liegi-Bastogne-Liegi diventava qualcosa di più di una corsa. Era un simbolo. Un’occasione di riscatto. Gli emigrati arrivavano sulle strade per vedere passare i corridori, sperando che uno di loro, un italiano, potesse vincere. Perché quella vittoria sarebbe stata anche la loro.

E quando Preziosi entrò nel velodromo di Rocourt, quel giorno del 1965, non era solo. Con lui c’era un intero popolo. In volata superò Vittorio Adorni, che di lì a poco avrebbe vinto il Giro d’Italia. Ma quel giorno, in Belgio, vinse Carmine. E con lui vinsero i minatori italiani.

Fu più di un successo sportivo. Fu una rivalsa sociale. Si dice che, spinti da quell’impresa, molti riuscirono a ottenere condizioni di lavoro migliori. Come se quella vittoria avesse restituito dignità a chi l’aveva persa scendendo sotto terra.

La Liegi, per questo, è sempre stata anche una corsa italiana. Dopo il Belgio, è l’Italia la nazione che ha vinto di più: undici successi. Da Silvano Contini a Moreno Argentin, dominatore negli anni Ottanta, da Michele Bartoli a Paolo Bettini, fino a Rebellin e Di Luca. Il 2002 resta l’apice: Bettini davanti a Garzelli, con Basso terzo. Un podio tutto azzurro, unico nella storia.

E poi ci sono i luoghi. Come la collina degli italiani a Saint-Nicolas, poco prima del traguardo moderno di Ans. Lì, ogni anno, si ritrova una comunità. Bandiere tricolori, cori, accenti familiari. Era un pezzo d’Italia trapiantato in Belgio, dove il tempo sembra essersi fermato.

Perché la Doyenne non è solo ciclismo. È memoria. È fatica. È pioggia che cade incessante su strade che sembrano non finire mai. È il racconto di uomini che pedalano e di altri che lavorano nell’ombra, uniti da un destino comune.

Il velodromo di Rocourt non c’è più. Al suo posto, il silenzio. Ma chi conosce questa storia sa che lì, tra quelle curve scomparse, è passata la vita. E che ogni volta che la Liegi-Bastogne-Liegi torna sulle strade delle Ardenne, qualcosa di quel passato ritorna sempre.

È il rumore di una folla, è il respiro  di un corridore. È il sogno di un minatore che, per un giorno, ha visto uno dei suoi diventare il più forte di tutti.


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26 aprile 2026 10:34 Gnikke
Bello! Emozionante! 🙏

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