L'ORA DEL PASTO. VELODROME MARCON OVVERO IL CICLISMO ALLA MANIERA ANTICA. GALLERY

SOCIETA' | 20/02/2026 | 08:25
di Marco Pastonesi

Non ha bici, non ha ammiraglia, non ha sponsor, non ha dirigenti. Non ha che sette juniores e un ventunenne fra gli Under 23, più una decina di amatori. Ma ha un’anima. E tanto basta.


Si chiama Velodrome Marcon. Velodrome non perché possa contare su una pista, ma per la musicalità, il fascino, la seduzione della parola francese. E Marcon non è un altro francesismo, ma il nome di un comune nella città metropolitana di Venezia, 17mila abitanti e questa squadra di ciclismo che ai suoi ragazzi ha chiarito subito: la bici dovete usare la vostra, la maglia ve la dovete comprare, la tessera ve la dovete fare. E tanto basta.


Simone Tortato ha 51 anni, è veneziano, è lui che ha dato vita al Velodrome Marcon. La passione per il ciclismo l’ha ereditata dal padre, Rizzieri, imbianchino e artista, pittore e scultore: “Le prime corse da giovanissimo, con buoni risultati, che sarebbero stati migliori se non avessi trovato, da avversario, Simone Cadamuro”. Duelli, ma anche alleanze: “Allievi, andò via una fuga, ci accordammo per l’inseguimento, rientrammo, poi la volata, mi fece vincere, primo io e secondo lui”. In tutto 27 vittorie: “A un passo, forse due, dal professionismo, da under 23 pensavo ancora di potermela giocare, poi però una lesione al sottorotuleo mi bloccò sei mesi, l’occasione per entrare nell’azienda di famiglia, settore allestimenti per eventi, addio ciclismo”. Un addio durato qualche anno: “Quando un amico mi confidò che suo figlio voleva correre, dissi sì e ritrovai quel mondo di corse e corridori. Cominciammo da quel ragazzino, Pietro Foffano, e da mia figlia, Anna Lucrezia. Pietro si sarebbe rivelato talentuoso, fra i giovanissimi primo al Meeting nazionale, una sorta di campionato italiano, su strada e su pista e secondo nel ciclocross, poi, per il suo bene, dirottato in altre squadre più ricche e organizzate. A loro si sarebbero uniti altri ragazzini che non avevano mai corso o che erano stati esclusi e lasciati a piedi. Le loro bici, la mia macchina come ammiraglia, le maglie bianche, arancione e nere con strisce e stelle, l’appoggio del Comune di Marcon, qualche contributo per l’affiliazione, ed eccoci qui”.

Nomi e cognomi: Ruben Pistolato, Jonathan Recchia, Giovanni Florian, Domenico Berra, Edoardo Cosentino, Francesco Larice e Filippo Berdusco sono gli juniores; Mattia Zago l’under 23. Insieme, non fanno una sola vittoria in carriera. Però Larice abita a Manzano e ogni volta fa 100 km per potersi allenare con i compagni; Recchia abita a Combai e ogni volta viene e torna in treno; Zago non ha mai corso in vita sua; alle corse, per non fare la figura degli accampati, adesso possono contare su un piccolo gazebo, sedie e tavolini; e una volta, guadagnato il quarto posto in una prova su pista, si è festeggiato come se fosse la conquista di un titolo mondiale o di un alloro olimpico. “Io, di mio – spiega Tortato -, e l’ho detto subito, ci metto il tempo, un po’ di esperienza, tanta buona volontà e i corsi di perfezionamento da direttore sportivo”. In più ci sono sempre gli amatori, capaci addirittura di vincere un campionato italiano nella cronosquadre: “Ma più importante la loro partecipazione nel 2025 alla Sei ore di Imola per raccogliere fondi destinati agli autistici”. Deve avere una vocazione, la Velodrome Marcon, nella corsa contro il tempo. Perché il suo reclutamento fra gli ultimi e gli abbandonati, la sua fede nella semplicità e nella chiarezza, anche la sua enorme predisposizione umana e la sua scarsa disponibilità economica sembrano cozzare contro gli obblighi del ciclismo attuale e le regole dello sport odierno. “Siamo quelli che ci alleniamo in un’area poco frequentata di un parco comunale, mountain bike per i più grandicelli e giocobimbi, dove premiano tutti, per i più piccoli. Siamo quelli che si allenano con la nebbia, con il freddo, sotto l’acqua, e non in Spagna o alle Canarie. Siamo quelli che un paio di mesi fa siamo andati in gita, in giornata, in Slovenia, a provare in pista, tre ore ad andare in macchina, tre o quattro ore a girare su bici a noleggio, altre tre ore a tornare in macchina, tutti felici e contenti, anche i genitori”.

Ecco perché il leone, simbolo della squadra, riproduzione dell’opera d’arte costruita con un mosaico di sassolini da papà Rizzieri Tortato, sembra sorridere.


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COMMENTI
Marco Pastonesi
20 febbraio 2026 11:31 Miguelon
La sua prospettiva sugli ultimi, cantati con dignità e maestria, è unica,

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