L'ORA DEL PASTO. PETIT IL FUNAMBOLO, ANCHE IN BICICLETTA

LIBRI | 23/01/2026 | 08:18
di Marco Pastonesi

Sempre vestito di nero: scarpe nere, pantaloni neri, camicia o gilet neri, cilindro di seta pesta nero; rossicci i capelli che spuntavano dal cilindro; smunta, pallida, cerea la faccia, quasi da sembrare una maschera. Faceva giochi di prestigio, andava in monociclo e presentava trucchi di magia. Maneggiava palle di gomma, birilli di legno e torce infuocate, in piedi o sul monociclo, passando da un numero all’altro senza interruzioni e in silenzio. Era Philippe Petit. Quello che avrebbe camminato fra le guglie della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, fra le Torri Gemelle a New York, sulle Cascate del Niagara, da una parte all’altra del Superdome di New Orleans. Su un filo.


“Trattato di funambolismo” (Ponte alle Grazie, 128 pagine, 12,50 euro) riemerge miracolosamente sugli scaffali di un book crossing. Scritto nel dicembre 1972, rivisto nel giugno 1982, pubblicato nel 1985 dopo parecchie bocciature di editori francesi e statunitensi e tradotto in italiano nel 1999, è la prima opera di Petit e, come sostiene lui stesso, “resta la più importante”. “Un libro straordinario – scrive Paul Auster nella prefazione del 1982 -. Non solo è il primo saggio sul funambolismo che sia mai stato scritto, ma è anche un testamento personale. Da questo libro si apprendono sia l’arte che la scienza del funambolismo, il lirismo e le esigenze tecniche del mestiere. Ma non si tratta di un libro didattico o di un manuale d’istruzioni, perché il funambolismo non può venire insegnato, si deve impararlo da sé”, tant’è che “è una specie di parabola, un viaggio spirituale in forma di trattato”, cioè “il suo cavo, la sua arte, la sua personalità ispirano tutto il discorso”. Il valore del libro prescinde dalla sua età.


Petit chiarisce: chi cammina, danza o volteggia o pedala su una corda a qualche metro da terra è un ballerino sulla corda; chi impiega un filo sottile di ottone o acciaio è un filferrista; “chi fa uno spettacolo che è simile a un gioco d’azzardo, chi è fiero della propria paura, osa tendere cavi sui precipizi, si lancia all’assalto dei campanili e unisce le montagne” è “il Ladro del medioevo”, è “il Funambolo”. Petit scrive dell’installazione del cavo, delle camminate e della corsa, della ricerca dell’immobilità, dei piedi nudi e del saluto. Fra gli esercizi (“Il funambolo dev’essere inventore”), oltre a quelli alla sbarra e al bambù orizzontale sospeso, ai trampoli e ai pattini, al pasto sul filo con tavolo e sedia e all’omelette sul filo con fornello e batteria da cucina, accanto alla danza con gli zoccoli o sulle punte, dei coltelli o delle lame sospesi alle caviglie, con l’ombrello cinese o il ventaglio indiano, cita il velocipede, la bicicletta, il monociclo normale o gigante, la bicicletta verticale (trasformazione della bicicletta in monociclo, o viceversa), la colonna con il monociclo o la bicicletta (a due, tre o quattro), la bicicletta con trapezio sospeso sotto le ruote (uno o due trapezi, uno o due acrobati), la piramide a tre biciclette con traversata…

Petit tratta di allenamento e riposo, occhi bendati e finzioni, spettacolo e prova, vento e caduta, grandi traversate e, infine, della paura. “Qualche volta attorno al filo il cielo si oscura, si alza il vento, il cavo si raggela, il pubblico diventa inquieto. Sento urlare dentro di me. Il filo smette di respirare. E io pure”.

Funamboli: nelle volate e sui sentieri, nel fango e dai dirupi, su pedane, panchine e corrimano. Il ciclismo ne è ricco.

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