Dopo aver approfondito in precedenza come si è arrivati a comporre il roster 2026 e quali saranno le scelte di calendario, abbiamo continuato la nostra chiacchierata con il Presidente dello Swatt Club Carlo Beretta concentrandoci su curiosità e aspetti non secondari per il team Continental brianzolo, atteso da una stagione molto più sostanziosa e impegnativa rispetto a quella conclusa qualche mese fa.
Parlando di struttura e di personale, nel 2026 come vi muoverete? Ci sarà qualche new entry?
“Sicuramente ci saranno più persone coinvolte perché avremo più gare a cui partecipare. Quest'anno solo in una circostanza ci siamo trovati ad essere impegnati con due corse in concomitanza, l'anno prossimo invece accadrà più spesso e avremo bisogno quindi di un supporto maggiore. Lo staff sarà dunque un po' più corposo e strutturato con 3 massaggiatori a rotazione, 3 fisioterapisti e un meccanico fisso (più altri 2-3 a chiamata), mentre io sarò il jolly e farò un po’ di tutto. Abbiamo poi tantissimi tesserati e amatori che, quando c'è bisogno, sono disposti a venire a darci una mano facendo qualsiasi cosa e questa è una grande fortuna”.
In ammiraglia chi ci sarà?
“Brambo (Giorgio Brambilla, ndr) ha voluto continuare con il nostro progetto anche se questo non è il suo primo lavoro e lo fa per puro piacere: sarà il nostro DS di riferimento. Assieme a lui avremo Casper Kaysen, un giovanissimo ragazzo danese del 2002 che farà tante corse con noi concentrandosi sulle gare danesi più vicine a casa sua e quelle di durata maggiore, e Lorenzo Peschi che ha finito nel 2025 di correre e si è aggiunto in extremis a novembre. È un ragazzo fresco, studioso e in linea con la nostra mentalità. Non ha esperienza in macchina ma per me non è un problema perché siamo tutti qua per farla e questo i ragazzi lo hanno capito già da quest’anno. Magari faremo qualche errore ma bisogna essere flessibili da questo punto di vista e poi a me l'idea di avere un'età media così bassa in macchina piace”.
Dal roster allo staff, avete un ambiente infarcito di danesi: come nasce e come si sviluppa il vostro rapporto con i corridori e il movimento di questa nazione?
“Principalmente tutto parte da Hellemose: da quando lui è arrivato in Swatt è nata subito questa connessione con la Danimarca. Quando siamo andati a fare i campionati nazionali danesi nel 2024, ci eravamo accorti che iniziavamo già ad avere un po' di seguito presso di loro, ma dopo la sua firma con noi tutto si è amplificato. Con Kasper Andersen poi, vincitore della Torino-Biella (la nostra prima gara UCI) e ragazzo conosciuto al Nord perché campione europeo tra gli juniores, questo legame si è consolidato. Grazie a queste due storie particolari, ma anche al fatto che siamo un progetto fresco, nuovo e abbiamo dalla nostra ottimi materiali, lassù si sono appassionati al nostro modo di fare. Lo dimostra il fatto che, mesi fa, in una settimana ho ricevuto qualcosa come 30 richieste da corridori danesi, fra cui tre appartenenti a squadre Continental e tutti quelli della Unibet Rose Rockets che, evidentemente informati da Asbjørn o da qualcun altro, hanno saputo che avevamo ancora qualche posto per il 2026”.
Sono molto diversi dai ragazzi italiani?
“Di base i danesi sono ragazzi che amano l'Italia e che in generale, dal mio punto di vista, è davvero figo provare a italianizzare. Fanno domande su tutto, dai componenti al programma, e sono davvero particolari. Sull’aerodinamica e i marginal gains ti tirano veramente matto, hanno una cultura dei materiali di un altro livello. Mi hanno raccontato che da loro, a livello dilettantistico, i ragazzi scelgono in che squadra correre verificando prima con che ruote e che bici potranno gareggiare e poi il calendario o il compenso. Questo è il loro modo di pensare (ma bisogna dire che vivono anche in una realtà che funziona diversamente). In Italia è il contrario e i ragazzi non sono abituati a queste cose. I danesi sono i primi a pressare per chiederti, ad esempio, se puoi dargli un copertone da 30” e sono obbligati a farsene una ragione se non puoi accontentarli, mentre gli italiani escono con lo stampino e, da questo punto di vista, sono degli “yes-men”: se gli metti il copertone da 28 o 26, ti dicono sempre “ok”.
Ecco, restando in tema materiali, nel 2025 siete stati supportati da brand di primissimo livello: quest’anno chi vi sosterrà?
“Tutte le partnership dell’anno scorso sono state confermate anche per il 2026 perché, alla fine, chi ha investito in noi ha avuto un ritorno quintuplicato in termini di visibilità. Da parte nostra, ovviamente, non possiamo che esser più che contenti di proseguire con determinati marchi al nostro fianco perché in questo modo, come materiali, riusciamo a essere super sul pezzo. Vi sarà comunque qualche new entry non legata strettamente all'ambito performance: Dynamic Bike Care per la ceratura delle catene e, fondamentale, Rocket Espresso per il caffè. Detto ciò, non mi dispiacerebbe trovare anche un marchio di pasta o riso perché i ragazzi ne consumano una quantità davvero folle e per noi sarebbe l’ideale”.
Quello a cui avete dato vita nel 2025 ha avuto un impatto importante e ampliato notevolmente la cassa di risonanza di Swatt Club: in che modo oggi i ragazzi della vostra comunità, che è giusto ricordarlo non è legata solo al ciclismo ma anche al podismo, al triathlon e agli sport invernali, sono legati all’attività che tu e i ragazzi del team élite svolgete e viceversa?
“Ti dico solo che quest’anno gli amatori mi hanno raccontato che venivano fermati alle fontane da persone che chiedevano se fossero della squadra campione d'Italia, domanda che a molti di loro ha dato una carica emotiva e una spinta per allenarsi sufficienti per mesi. Altre volte è capitato che chiedessi io ai ragazzi élite di andare in Veneto o altrove per partecipare ad alcune pedalate con gli amatori ed è successo che, finendo più di una volta a tirarsi il collo a vicenda, entrambe le parti si siano divertite molto. In generale, cerchiamo di tenere un rapporto tra di loro il più naturale possibile. Per l’élite è bello sentire una spinta e un tifo del genere un po’ in stile calcistico, che ogni tanto va un po' oltre le righe ma che fa parte del gioco, mentre l'amatore, grazie agli élite, riesce a esser coinvolto a tal punto da arrivare oggi, per esempio, a non veder l'ora di indossare la maglia con scritto UCI Continental Team. Alla fine, così, è come diciamo sempre noi: non ci sono differenze. Se la gente scambia un amatore per un corridore del roster Continental, a me non interessa anzi va benissimo perché così finiamo per essere tutti la stessa cosa che poi è la verità: sia élite che amatori, a loro modo, tutti si allenano, fanno sacrifici e partecipano alle gare per divertirsi e perché adorano l’agonismo. Dire “non ci sono differenze” è il modo più semplice di vedere le cose e affrontare le barriere dell’elitarismo sportivo che, secondo me e noi, vanno abbattute: lo sport, e anche l’agonismo, è uguale per tutti, c'è chi va più forte e chi va più piano, ma tutti alla fine fanno la stessa cosa”.
Nel post che avete fatto sul vostro blog Solowattaggio in merito all'ottenimento della licenza Continental parlate di WorldTour come di un “sogno”.
“Lo è sostanzialmente da quando, nel 2017, abbiamo aperto l’ASD col claim “Road to WorldTour” e andavamo alle gran fondo come se per noi fosse il Tour de France. È un sogno perché è quello che vediamo, è quello che imitiamo ed è quello in cui speriamo anche se, a esser sincero, a mio parere non vivremmo mai le stesse emozioni che proviamo nella situazione in cui siamo adesso. Essere un team con un budget limitato e avere la possibilità di andare a scontrarsi contro squadroni World Tour, un po’ come una squadra di provincia che si ritrova a giocare a San Siro, è una sensazione stupenda da vivere e sarebbe bello rimanere per sempre in questa sorta di adolescenza”.
Ma quindi quanto è realizzabile?
“Vedendo come si alzano i budget ogni stagione, tra due anni bisognerebbe disporre almeno di 50 milioni quindi direi che è irrealizzabile. Il problema, o l’assurdità, però che noto io non riguarda solo il passaggio nel WorldTour. Noi infatti adesso siamo una squadra Continental e possiamo rimanere così per sempre con un budget uguale (o, volendo, anche leggermente inferiore), tornare ad avere lo status di Club come nel 2025 facendo un buon calendario o, se volessimo salire di livello, pensare di diventare un ProTeam. Ma è davvero fattibile se, con la forbice enorme che si è aperta oggi, bisogna passare da un budget di 200 mila a uno di 7-10 milioni e non di 700 mila o 2 milioni? Alla luce di tutto ciò, riallacciandomi alla questione sogno, credo che questo rimarrà tale per un po’. A noi, comunque, va bene così perché dove siamo ora ci divertiamo lo stesso”.
Tra l'altro avere un certo tipo di pensiero credo aiuti a vivere poi tutta la stagione in un determinato tipo di modo. I sogni sono quelli che alimentano passione, desideri, a volte sono la benzina per determinate vittorie quindi è anche bello sognare in grande proprio per avere quel tipo di spinta che non è poco.
“Esatto, è proprio quello che ho detto ai ragazzi a dicembre quando ci siamo trovati per la prima volta. Il nostro bello, per ora, è che siamo in piedi non grazie a entità esterne ma a noi stessi, a gente che da lunedì al venerdì va a lavorare che però è appassionata del mondo Swatt e che, tramite l'abbigliamento e i crowdfunding, sostiene il progetto. Tutto questo ai ragazzi dà una questa una spinta incredibile tant’è che ora, a gennaio, c’è gente che mi scrive che ha già voglia di gareggiare e se ciò accade in questo periodo dell’anno è tanta roba”.
Per scoprire l’ultima interessante parte dell’intervista rilasciataci da Beretta relativa ai costi e ai profitti nel ciclismo, al divario sempre più marcato tra le squadre al lavoro della Lega Ciclismo Professionistico vi invitiamo ad ascoltare la puntata del nostro podcast Bla Bla Bike in uscita lunedì 26 gennaio.
Photo credit: Swatt Club