2026, COSA DOBBIAMO ASPETTARCI DALL'«ANNO 1 DOPO IL DOMINIO UAE»?

PROFESSIONISTI | 03/01/2026 | 08:25
di Gianfranco Pezzolato

Un nuovo calendario non azzera ciò che è successo, ma lo mette alla prova. Il 2026 del ciclismo maschile nasce all’ombra di un dominio quasi imbarazzante e di una domanda semplice: chi, davvero, può cambiare il corso delle cose? Le risposte non stanno solo nei grandi giri, ma nelle scelte, nelle fratture interne, nei progetti che promettono più di quanto garantiscano. La primavera riparte da dove si era fermata: Tadej Pogačar contro Mathieu van der Poel.


Non è più una rivalità episodica, ma un’abitudine. Sanremo, Fiandre, Roubaix: stessi palcoscenici, stesso copione, con la differenza che ormai il resto del gruppo assiste. Pogačar ha reso il ciclismo prevedibile; Van der Poel è l’unico che riesce, a tratti, a sabotare questa sensazione. La primavera 2026 non promette sorprese, ma conferme. E forse è proprio questo il problema.


Il progetto Red Bull ruota tutto attorno a Remco Evenepoel. Il passaggio a Red Bull Bora–Hansgrohe non è solo un cambio di maglia, ma un esame di maturità. Squadra più solida, ambizioni dichiarate, meno alibi. Il Tour de France diventa la misura di tutto: se Evenepoel deve colmare il divario con Pogačar, è qui che lo farà. O qui che capirà quanto manca davvero.

Nel frattempo, il silenzio di Jonas Vingegaard dice più di molte conferenze stampa. L’idea del Giro come alternativa strategica al Tour aleggia da mesi. Andare in Italia significherebbe completare la collezione dei grandi giri, ma anche rinunciare – almeno in parte – al controllo ossessivo di luglio. Visma sa che il Tour resta il centro dell’universo. La scelta, qualunque sia, definirà non solo il 2026, ma il resto della carriera di Vingegaard.

Dentro il dominio, cresce una possibile crepa: Isaac del Toro. Al Tour partirà come gregario di lusso in UAE Team Emirates-XRG, ma la storia della corsa è piena di ruoli che cambiano strada facendo. Non è ancora un dualismo, ma un’ombra che accompagna Pogačar. E a volte, le ombre raccontano più della luce.

Per Juan Ayuso, il 2026 è l’anno zero. Fuori dall’orbita UAE, dentro le responsabilità di Lidl–Trek, non c’è più spazio per spiegazioni. Il Tour come obiettivo dichiarato, i risultati come unica lingua ammessa. Il talento non è mai stato in discussione; la continuità sì.

C’è poi una squadra che prova a ricordare chi era: Ineos Grenadiers. L’ingresso di Geraint Thomas nello staff e l’investimento su Oscar Onley non promettono miracoli immediati. Ma almeno restituiscono una direzione. Dopo anni di galleggiamento, anche la semplice rilevanza diventa un traguardo.

La Francia, intanto, guarda avanti con Paul Seixas. Diciannove anni, risultati già pesanti, aspettative ancora più grandi. Tour o Vuelta? Qualunque sia la scelta, il problema non è dove correrà, ma come verrà protetto da un entusiasmo che in passato ha bruciato più di un talento.

E poi c’è una domanda che ritorna, quasi malinconica: Wout van Aert può vincere ancora un Monumento? Il tempo passa, i rivali si moltiplicano, il livello medio si alza. Per tornare a vincere nelle grandi classiche servirà qualcosa di diverso: non più forza bruta, ma invenzione.

Anche le volate, in un ciclismo che sembra volerle evitare, restano un terreno di battaglia. Jonathan Milan, Tim Merlier, Jasper Philipsen: nomi diversi, destini che raramente si incrociano. E forse è proprio questa frammentazione a rendere le volate più preziose, quasi nostalgiche, nell’era del controllo totale.

Infine, lo sfondo economico: squadre sempre più distanti, budget che separano più delle montagne. Mentre alcuni progetti crescono grazie a sponsor ambiziosi, altri faticano a sopravvivere. Il tema del tetto salariale torna ciclicamente, respinto ma mai davvero archiviato. Il ciclismo del 2026 corre veloce, ma il suo equilibrio resta fragile, e nessuna vittoria può mascherarlo del tutto.

Il nuovo anno non promette rivoluzioni. Promette però storie. E, nel ciclismo, spesso basta questo per restare incollati alla strada.

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