SORAYA PALADIN. «CHE EMOZIONE CORRERE AL NORD. E NELLE ARDENNE...»

DONNE | 19/04/2021 | 08:00
di Giorgia Monguzzi

Soraya Paladin sta vivendo un periodo di forma strepitoso, una vera e propria rinascita dopo la stagione scorsa segnata dal lockdown: quando si deve correre duro non si tira mai indietro e ha dimostrato che in corsa può essere davvero temibile. L’atleta della Liv Racing ha iniziato le Ardenne con un buon quinto posto nell’Amstel Gold Race e ha fatto sognare tutti quanti nel finale della Gand Wevelgem, quell’azione in compagnia di Elisa Longo Borghini interrotta solo poco prima del traguardo.  Nella prima parte della campagna del nord aveva fatto un duro lavoro per Lotte Kopecky, ora però sono arrivati i terreni a lei più congeniali.


Hai corso le classiche del pavè da protagonista e all’Amstel hai raggiunto un bel quinto posto. Sei soddisfatta di come sta andando la tua campagna del nord?
«Assolutamente sì. Penso di aver iniziato la stagione molto bene, era quello che mi serviva per riscattarmi dalla stagione scorsa: durante l’inverno ho fatto una buona preparazione che ora sta dando i suoi frutti. Non ho vissuto molto bene il primo lockdown, continuavo a pensare che all’estero le mie compagne si potevano allenare, mentre io ero costretta a fare i rulli che non mi piacevano. Con il senno di poi avrei fatto tutto diversamente, non mi sarei lasciata abbattere, ma fortunatamente mi sono ripresa e sento di avere una buonissima forma».


Nel finale della Gand Wevelgem hai fatto emozionare tutti i tifosi. Ripensi mai a quel giorno?
«Ci ripenso spesso, durante l’allenamento e perché me lo ricorda la gente che incontro, finali come quello fanno emozionare chiunque, anche chi il ciclismo non lo segue, succede anche a me quando guardo una corsa, tifare per i fuggitivi viene automatico. Gli ultimi chilometri sono stati complicatissimi, ci avevano detto che a causa di un incendio la corsa sarebbe stata deviata e che il chilometraggio cambiava, ma noi ad un certo punto non sapevamo nemmeno più quanto mancasse, io addirittura non avevo il contachilometri perché avevo cambiato la bici, ero completamente spaesata. Elisa pedalava bene, ha fatto una corsa incredibile, io ero veramente cotta, non ne avevo più, inoltre le strade erano larghe, avevamo il vento contro, il gruppo era organizzato e ci ha ripreso. Sarebbe servito che dietro ci fosse stata più anarchia, anche se non è arrivato il risultato è stata un’emozione incredibile».

Anche il Fiandre ti ha visto protagonista…
«Sapevo che, se volevo fare un buon risultato, dovevo anticipare e così ho fatto, quando sono partita su uno dei muri credevo che mi avrebbero dato più spazio e invece nulla da fare. Ai piedi del Kwaremont Lotte (Kopecky, ndr) ha avuto un problema meccanico, ci siamo guardate e di istinto le ho dato la bici, speravo riuscisse a rientrare, peccato che ormai fosse tardi, davanti stavano andando veramente a tutta».

Come sono state queste classiche senza pubblico?
«Mi verrebbe da dire surreali. In Belgio il pubblico fa veramente la differenza a partire dalla presentazione delle squadre, la piazza gremita è qualcosa di incredibile che non si può descrivere a parole, sui muri poi è un’autentica magia. Gli anni scorsi quando la finivo mi veniva da dire “cavolo questa è una delle gare che quando smetterò di correre voglio vivermela come spettatrice”. I tifosi del nord la vivono come una feste, tifano tutti, indifferentemente, noi donne non siamo abituate ad avere così tanto pubblico tutto per noi. È una cosa che in Italia un po’ manca, abbiamo tifosi e appassionati, ma non fino a quel punto».

E se dovessi scegliere tra Ardenne e classiche delle pietre?
«Scelta difficile. Sicuramente il primo blocco di classiche è più bello per il pubblico, ma le corse più adatte a me sono le Ardenne. Quest’anno mi sento veramente carica, alla Freccia Vallone e alla Liegi mi piacerebbe essere protagonista, essere davanti e non subire la gara, ma non voglio che la ricerca del risultato sia così logorante».

La prima classica delle Ardenne è andata a Marianne Vos, ma chi sono le atlete più pericolose?
«Vos è in una forma strepitosa e anche Van Vleuten non scherza. Per quanto riguarda le squadre, la Sd Worx è sicuramente quella più attrezzata, ma io terrei d’occhio anche la Canyon Sram, anche se non ha raccolto molto nelle ultime gare. All’Amstel hanno provato a controllare la corsa e Kasia Newiadoma ha attaccato nel finale, io non sottovaluterei nemmeno le altre due punte: la neozelandese Mikayla Harvey e la svizzera Elise Chabbey».

Fino all’anno scorso c’era in gruppo anche tua sorella Asja, che effetto fa non gareggiare più con lei?
«Da una parte mia sorella mi manca, era come avere un pezzo di casa con me, sapeva sempre cosa dire per tranquillizzarmi; dall’altra parte però da brava sorella maggiore mi preoccupavo troppo per lei, se c’era una caduta pensavo subito che fosse tra le ragazze coinvolte e andavo in panico. Averla in gruppo era tutta un’altra cosa, ma nel frattempo ha trovato una sua nuova dimensione, è veramente soddisfatta e io sono felice per lei, quando sono a casa andiamo sempre fuori a pedalare insieme».

E nel tempo libero ha anche creato il Soraya Paladin Fan club..
«È stata una folle idea, era casa annoiata, non poteva muoversi perché le avevano appena tolto dei ferri e così mi ha detto “Soraya, preparati che ti faccio il fanclub”. È agguerritissima e ha coinvolto anche i nostri genitori, la mia famiglia è sempre stata presente in tutte le avventure, sono un supporto fondamentale».

Però in squadra puoi contare su Sofia Bertizzolo, una veneta doc come te…
«Avere Sofia in squadra è proprio un bene,  soprattutto nelle trasferte lunghe è fondamentale avere qualcuno che parli la tua stessa lingua d’origine, visto che siamo in un team con tutte straniere. La cosa più difficile sono le abitudini, in Belgio e in Olanda hanno un modo completamente diverso di scandire la giornata, alle 17.30 già sono a tavola per la cena, praticamente nel nostro orario merenda. Così Sofia ed io ci coalizziamo per spostare tutto qualche ora più in là e a portare un po’ di sana cultura veneta».

Con la lingua veneta in squadra come siamo messi?
«Con la pronuncia siamo un po’ in alto mare, ma stiamo facendo progressi. La nostra tattica è prima insegnare bene a mangiare come facciamo noi, ma soprattutto a conoscere il prezioso vino veneto, poi potremo procedere al prossimo step della conquista».

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