GUILLAUME MARTIN, IL CICLISTA-FILOSOFO CHE AMA L'ITALIA

INTERVISTA | 28/01/2020 | 08:30
di Giulia De Maio

Spesso si è utilizzato a sproposito il termine di ciclista intellettuale. Laurent Fignon, per esempio, era definito così solo perché portava gli occhiali... Altri corridori sono stati definiti tali per i loro studi, ma un ciclista filosofo, un intellettuale tout court è davvero una rarità. Lo è Guillaume Martin che in questi giorni alla Vuelta a San Juan debutta nel World Tour con la nuova maglia del Team Cofidis. Il 2020 è un anno di grandi cambiamenti per il 26enne parigino, che in gruppo è conosciuto come il ciclista-filosofo, titolo meritato sul campo. O meglio sui libri, letti e scritti.


«Mi fa piacere e sono orgoglioso che il pubblico e i media si siano interessati a me per la mia tesi di master Lo sport moderno: è l’applicazione della filosofia nietzschiana? discussa all’Università di Nanterre nel 2015 e ciò che ne è conseguito, ma voglio essere valutato come atleta per le mie performance e come filosofo per i miei pensieri» ci racconta l'autore di Socrate in bicicletta: il Tour de France dei filosofi, libro pubblicato in francese e tradotto in olandese e cinese, ma non ancora in italiano, e dell'opera teatrale, Platon VS Platoche. Dedicata alla filosofia, naturalmente.


La sua scelta filosofica Martin l’ha fatta nel 2014, quando ha accettato di entrare a far parte della nazionale francese Under 23. Avrebbe potuto fare il giornalista (collabora con Le Monde, sulle cui colonne l'anno scorso ha raccontato la sua partecipazione al Tour de France, ndr) o l’attore come sua madre o il maestro di aikido come suo padre. Ma proprio pedalando con quest’ultimo, ciclista dilettante, ha imparato a misurarsi nelle cronometro e si è innamorato delle salite, tanto da riuscire a passare professionista nel 2016 con la Wanty Groupe Gobert.

«Il ciclismo non può essere ridotto a una semplice riflessione, a un calcolo razionale. Se penso troppo, non agisco. I briefing sul bus prima della partenza, i grandi piani di battaglia, le istruzioni del ds trasmesse tramite l'auricolare vanno bene, ma non sostituiranno mai l’istinto e l'esperienza del corridore. In fin dei conti, l’importante è pedalare! Mi viene spesso chiesto cosa penso del ciclismo o cosa la filosofia apporti alla mia pratica. A rischio di deludervi, il più delle volte in bici non penso proprio a nulla. Troppo pensiero uccide l’azione» prosegue Guillaume, che sul comodino in questi giorni ha La cura dell'acqua pura di John Irving.

«Mi sono ben integrato nella nuova squadra, mi sto godendo l'atmosfera, l'inizio in Argentina non è stato dei più fortunati perchè nella prima tappa è caduto Christophe Laporte, ma guardiamo avanti con fiducia. Conclusa questa corsa andrò in ritiro in altura in Sicilia, sull'Etna, per poi correre la Faun-Ardèche Classic a fine febbraio. Il mio programma prevede la Parigi-Nizza, il Giro de Paesi Baschi, le Classiche delle Ardenne, il Delfinato, il Tour de France e probabilmente la Vuelta a España. La Grande Boucle è l'obiettivo principale sia per me che per il team. La Cofidis non vince una tappa al Tour da 10 anni, è ora di terminare questo digiuno. Detto questo cercherò di mettermi in mostra in ogni corsa a cui prenderò il via» prosegue Guillaume, che durante il traning camp siciliano oltre a pedalare dovrà mettersi a scrivere visto che a maggio è prevista la pubblicazione di una seconda edizione del suo libro.

Del nostro paese custodisce bei ricordi. «Nel 2017 ho vinto la prima tappa e la classifica generale del Giro della Toscana - Memorial Alfredo Martini e l'anno scorso ho conquistato la tappa regina del Giro di Sicilia. Nel mio libro avevo scritto un capitolo sull'Etna, vincere al Rifugio Sapienza dopo averne scritto è stata una coincidenza curiosa».

Guardando al futuro più che di sogni preferisce parlare di obiettivi. «Il più grande è vincere un giorno una tappa al Tour, ma bisogna arrivarci per gradi, prima devo vincere una corsa World Tour».

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COMMENTI
IL PROFESSORE
28 gennaio 2020 22:42 simo
Laurent Fignon aveva quel soprannome non per gli occhiali, ma perché frequentò l'università (a Villetaneuse): una primula rossa rispetto ai colleghi. Abbandonò presto: erano altri tempi e lui, a ventidue anni e mezzo, aveva già vinto il Tour..

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