MANUELE MORI, LE VERITA' DEL "VECCHIO"

INTERVISTA | 02/02/2019 | 07:55
di Stefano Arosio

Ha corso per gli sloveni della Perutnina Ptuj e ha vinto la sua prima tra i professionisti nella giapponese Utsunomiya. Là dove, senza le “Notti magiche” , si corsero i Mondiali del 1990. Il passaporto per il mondo del ciclismo che conta, Manuele Mori da Empoli l’ha timbrato la prima volta in Spagna, con l’allora Saunier Duval. E da quel momento non si è più fermato. Il primo colpo di pedale del 2019 ha inaugurato la sua stagione numero 16, che se non è un record poco ci manca. Più di lui, tra i corridori in attività, solo un altro toscano ha fatto meglio, Daniele Bennati.
Come Mori sbocciato in Lampre, ma soprattutto «un amico vero. Nelle categorie giovanili ci dividevamo le vittorie, è una delle persone a cui sono più legato. E quando parliamo di ciclismo, adesso, parliamo del passato. Perché rispetto a oggi sono cambiate tante cose». Mori ha le gambe che pedalano come nessun altro, se è vero che è il corridore italiano con il maggior numero di partecipazioni alle Classiche monumento: 37, di cui 29 portate a termine. Ma a correre è anche la mente, perché l’esperienza la si coltiva con l’intelligenza. E viceversa. «Il mio babbo mi ha sempre insegnato una cosa: a rubare il mestiere ai vecchi. Ad andare con loro, a chiedere ed essere curioso. Oggi non avviene altrettanto. Ora c’è l’esasperazione di andare a cercare giovani talenti, anche troppo acerbi. Ma non tutti sono Sagan, anche se molti di questi ragazzi credono di esserlo».
Ci sono le eccezioni, come in tutte le cose. «E penso a Diego Ulissi o Adriano Malori, che se non si fosse trovato in mezzo alla strada - spiega riferendosi al terribile incidente al Tour de San Luis - a quest’ora avrebbe vinto un Mondiale».
Gli occhi di chi i 39 anni li compirà il prossimo 9 agosto non si fanno ingannare dagli abbagli. «A mancare a volte è anche la cultura del ciclismo. Alcuni giovani mi chiedono cosa fosse la Saunier Duval. Io, alla loro età, conoscevo ogni ciclista. Sono cresciuto nel mito di Gianni Bugno e Michele Bartoli, di Marco Pantani e Laurent Jalabert. Guardavo Luca Scinto, Mauro Gianetti e Mario Cipollini, Alessio Galletti e Paolo Fornaciari. Con alcuni di loro ho avuto poi anche la possibilità di allenarmi o correre. E ricordo il grande rispetto che avevo nei loro confronti e della loro storia. Oggi pensano tutti di essere dei piccoli fenomeni. A volte i ragazzi è come se mi dicessero “tu hai vinto una sola corsa in carriera, cosa rappresenti?”. Io auguro loro di vincere di più di gare di me. Ma io ho avuto una lunga carriera e soprattutto sono contento di ciò che ho fatto».
Mori lo dice con leggerezza, lasciando intuire quanto sia spontanea la sua convinzione. «Quando passi nel professionismo, speri sempre di poter diventare un capitano o avere un ruolo importante. Ovviamente è stato così anche per me. Nei primi anni facevo dei piazzamenti e la squadra non aveva niente di meglio, quindi era contenta così. Ho ottenuto qualche buon risultato. Ma la carriera di un buon piazzato è corta. E io compresi di non essere un vincente: certo, ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Così, quando sono arrivato in Lampre mi sono cercato un ruolo diverso in squadra. Davanti a me avevo capitani che anche quando stavano male finivano tra i 10. Ho compreso che avrei dovuto mettermi a disposizione della squadra. Una scelta che, dopo tanti anni, credo abbia pagato. Ho iniziato con Gianetti in Saunier Duval, ho proseguito con Beppe Saronni in Lampre. Oggi in Uae, con loro due insieme, è un po’ come se il cerchio si fosse chiuso. Quando le persone ti vogliono sempre accanto a loro, forse capisci di esserti comportato nel modo giusto».
Per Mori negli anni arrivano un secondo posto al Gp Beghelli, un secondo alla Coppi e Bartali, un piazzamento al Giro di Polonia e un nono durante la Tirreno-Adriatico. Ha corso 9 volte il Giro d’Italia, 2 Tour de France e 3 edizioni della Vuelta. E sul suo abaco si sommano le 12 Liegi-Bastogne-Liegi agli altrettanti anni di Giro di Lombardia, oltre che 11 Milano-Sanremo. «La corsa più bella in assoluto è il Fiandre. Non c’è paragone con niente. Ha un fascino particolare. Ma il feeling migliore l’ho avuto con la Liegi. Al primo anno, nel 2004, mi sono trovato a scattare con Paolo Bettini sulla Redoute, dove da ragazzo vedevo correre Bartoli. Non mi sembrava vero essere lì, nella gara dei miei sogni. Alla sera, dopo aver chiuso 41esimo, ho telefonato a casa, felicissimo. Ansioso di sapere se avessero visto la mia azione. Mia mamma mi è sembrata perplessa. Poi ho scoperto il perché: in telecronaca mi avevano confuso con Martin Perdiguero», ride Mori. Che riguardando il percorso di una vita sui pedali, indica quattro persone quando si tratta di scegliere chi l’abbia più di ogni altro segnato nella sua esperienza da professionista: «Sicuramente Michele Bartoli. Ho avuto la fortuna di allenarmi con lui da Junior, quando correvo con suo cugino Claudio, poi di averlo trovato in gruppo nel 2004, al mio primo anno da professionista e al suo ultimo da corridore. L’ho anche incontrato nelle vesti di preparatore: persona davvero molto preparata e amante di questo sport. Leonardo Piepoli invece è divenuto per me quasi un secondo fratello: uno meticolosissimo e vincente, uno con cui è sempre stato bellissimo trascorrere il tempo. Con Michele Scarponi ho condiviso tutte le categorie e nessuno come lui è riuscito a trasmettermi qualcosa: stare lontano dalla famiglia è sempre difficile, ma con lui alle corse è sempre stata un’allegria. Aveva davvero una marcia in più. E poi Mario Cipollini. Ho avuto di allenarmi tutti i giorni con Vincenzo Nibali, che è uno dei pochi campioni in grado di vincere tutto, ma il carisma sprigionato dal Cipo è sempre stato qualcosa di differente: quando andavi per strada con lui, la gente ti fermava…».
Sintomo che l’impatto mediatico del ciclismo è cambiato? «Sì, ma in un’altra accezione. Ora è diventato più un evento, mentre prima si andava alle gare per vedere da vicino il personaggio. Oggi è uno sport che ha più seguito a livello mondiale e attira persone che vogliono assistere a uno spettacolo. E questa è sicuramente una cosa positiva. Basti pensare una cosa: ho vinto una gara, in Giappone. E lì nel Sol Levante oggi ho un numerosissimo fan club. Un risultato che 30 anni fa era impossibile anche da immaginare. La nostra squadra ha tra gli sponsor alcuni tra i marchi più importanti al mondo. Ripenso alla nostra Lampre e alla famiglia Galbusera, che non possiamo smettere di ringraziare per aver fatto i salti mortali per tanto tempo. Ma oggi le spese del ciclismo sono triplicate e se non avessimo questi supporti sarebbe difficile gestirsi», continua Mori. Che, inconsapevolmente, dopo tanti anni dimostra di aver rubato il mestiere anche a Gianetti. Uno che in Uae Emirates ha portato la sua esperienza di marketing al servizio delle due ruote a pedali. «In passato i ciclisti cominciavano a pianificare il proprio futuro negli ultimi anni di carriera. Ricordo mio fratello, che già durante l’ultima stagione cominciò ad avviare due gelaterie che ora funzionano così bene. Ma adesso il ciclismo è diverso e non ci è permesso di pensare ad altro. Se ti concedi di dedicare energie ad altre cose, finisce che hai l’anno contato, che a fine stagione smetti. Sono nato nel ciclismo e non nego che mi piacerebbe restarci, magari con un ruolo da direttore. Ma è prematuro pensarci. Quando sei giovane devi dimostrare di valere questo ambiente, quando sei vecchio devi dimostrare di poterci restare. Ogni anno sei messo in discussione e devi concentrarti per poter dare sempre il massimo. Ho iniziato a correre a 7 anni, sono 32 stagioni in bici, e quando mi chiamano anche all’ultimo ho sempre voglia di pedalare. Anche se se non era previsto dal mio calendario. No, non mi faccio pregare. Lo dimostra anche il fatto che nel 2013 ho corso 101 gare, finendone 98: un record. Sono a disposizione della squadra, ma ho anche piccoli obiettivi personali. Come fare bene a Larciano, a 7 chilometri da casa mia».
Lì ci saranno il fratello Massimiliano (una tappa al Giro di Sardegna nel 1997) e papà Primo (vittoria di giornata al Tour nel 1970), che lo osserveranno con occhio interessato. «Sin da piccolo non mi hanno mai spinto ad avvicinarmi al ciclismo, ma sono cresciuto tra le biciclette. Mio papà mi è sempre stato accanto, senza intervenire, rispettando il ruolo dei direttori sportivi che mi seguivano. E da giovane ho colto bei risultati. A mia volta, non credo spingerò la mia bimba Aurora, che ha 3 anni e mezzo, ad avvicinarsi a questo mondo. Chissà che non lo faccia mio nipote Enrico. Ma ognuno ha il proprio cammino. E io più che le vittorie e i buoni risultati, ricordo i bei momenti in sella condivisi con gli amici. Questo è lo spirito», che ha tenuto Mori in sella per 16 anni. «E oggi, con l’esasperazione di allenamenti e gare, un po’ purtroppo questo si è perso».


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