Cunego: «La mia vita da ciclista presunto colpevole»

| 04/02/2008 | 00:00
Il «Piccolo Principe» non dorme sonni tranquilli. Da qualche giorno Damiano Cunego, uno dei talenti più apprezzati e attesi del movimento ciclistico italiano, è finito nel polverone per una questione che al momento pare essere più burocratica che sportiva. All’appello mancherebbe un documento con il quale i corridori di livello internazionale, come lui, devono comunicare anticipatamente dove saranno il mese successivo: un vero e proprio registro di reperibilità, che serve agli organi di controllo per effettuare i test a sorpresa. Il vincitore del Giro 2004, questo modulo l’ha regolarmente compilato e inviato all’Unione Ciclistica internazionale e all’Agenzia mondiale dell’antidoping (Wada), ma non al Coni, che ora storce il naso. Senta Cunego, perché tutto questo baccano per un documento? «E’ quello che mi domando anch’io, mi sembra di vivere un incubo e quando tutto sarà chiarito nulla sarà più come prima: certe cose lasciano il segno». A proposito, come sta? «Fisicamente molto bene e non vedo l’ora di cominciare la nuova stagione. Sabato mi metterò per la prima volta il numero sulla schiena e correrò il Gp d’Apertura a Donoratico. Il problema è che sono molto deluso e amareggiato dal comportamento tenuto da alcuni organi di informazione che hanno riportato le notizie in modo distorto e fuorviante, con l’unico scopo di mettere in cattiva luce la mia persona e questo non lo posso tollerare». Si è letto che lei sarebbe stato buttato giù dal letto per un controllo a sorpresa, poi si è venuti a sapere che invece era ad una cena. E poi questa storia del certificato che il Coni non ha mai ricevuto… Troppa confusione. «Del fatto di essere stato buttato giù dal letto io non ho mai detto nulla di simile a nessuno. Quando mi hanno interpellato, io a domanda ho risposto: ero a cena con i miei compagni di squadra e con tutto lo staff Lampre per festeggiare due tifosi del fans club di Cerro Veronese che avevano vinto due giorni di soggiorno con la squadra. Li ho personalmente invitati al ristorante Gualdo del Re, a Suvereto (Livorno), e ho pagato il conto con la mia carta di credito. Per quanto riguarda la storia del certificato il 6 gennaio scorso ho comunicato a U.C.I. e WADA come di prassi (progetto “Adams”, ndr) i luoghi dove avrei soggiornato fino al prossimo 31 marzo. Al Coni non ho mandato nulla perché nulla mi è stato richiesto. La Gazzetta sostiene che il Coni mi avrebbe inviato una richiesta di documentazione il 18 gennaio scorso, ma né io né la squadra ha ricevuto nulla. Sempre lo stesso giornale sostiene che è dal 18 dicembre che il Coni non ha più la mia reperibilità: anche questo non corrisponde al vero, avendo effettuato un controllo il 30 dicembre scorso. Ripeto, io sono favorevole ai controlli a sorpresa, non ho nulla contro il Coni che fa benissimo il proprio lavoro, e spero che quanto prima concenda noi corridori la possibilità di avere un incontro chiarificatore con i dirigenti del Foro Italico per una più corretta gestione di questa parte burocratica, ma non posso permettere a nessuno che la mia immagine venga in questo modo infangata. Io non ho nulla da nascondere e nulla ho nascosto». Parliamo della prossima stagione: correrà il Giro? «Se fosse per certi giornali e certi giornalisti no. Ad ogni modo devo ancora decidere. Domani il Tour dovrebbe rendere nota la lista delle squadre invitate e solo dopo deciderò assieme ai miei tecnici e a Beppe Saronni il da farsi». Obiettivi 2008? «La primavera è tutta incentrata sulla Liegi-Bastogne-Liegi: da sempre questa è la corsa dei miei sogni. Ho vinto due volte il Giro di Lombardia, non posso non avere nel mio palmares la Liegi. Poi correrò il Giro o il Tour». Mondiale o Olimpiade? «Sicuramente il Mondiale di Varese: mi si addice molto. Per l’Olimpiade c’è già Paolo Bettini». Avversari da tenere d’occhio? «I soliti. Per il Giro Di Luca, Savoldelli, il solito Simoni, più il colombiano Soler e Riccò. Se poi ci sarà il russo Denis Menchov, anche lui sarà da tenere d’occhio. Per il Tour Contador, Caldel Evans e Menchov». Il ciclismo le piace ancora? «Moltissimo, è la mia vita. Sa però cosa le dico: non mi piace che i corridori, nessuno escluso, vivano sempre in un clima di presunzione di colpevolezza. Dobbiamo sempre dimostrare di non essere dei furfanti. Siamo controllati in continuazione, diamo la reperibilità 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Ha proprio ragione il mio team manager Beppe Saronni: neanche i delinquenti vengono trattati così e tra poco ci doteranno di braccialetto elettronico». Anche voi corridori, però, per una volta potreste essere un po’ più uniti e far sentire la vostra voce… «E’ vero. Il ciclismo è uno sport individuale e ognuno si fa sempre i fatti propri. Non sempre abbiamo torto, ma il nostro atteggiamento induce tutti a pensare che sia proprio così». da «Il Giornale» del 4 febbraio 2008 a firma Pier Augusto Stagi
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