Fuentes: io voglio solo il bene dei pazienti...

| 06/12/2007 | 00:00
L’ha incontrato l’inviato de La Gazzetta dello Sport, Filippo Maria Ricci, in occasione di un convegno a Maspalomas, Isole Canarie, dove Eufemiano Fuentes è stato invitato a parlare di medicina dello sport (!). «Lo sport fa male. No, non si può correre una Vuelta a pane e acqua. O meglio: si potrebbe se si andasse a 28 orari di media, non a 42. I grandi Giri dovrebbero modificarsi radicalmente, oppure sparire». E durante la conferenza aggiunge: «Il ciclista è come il minatore: sa che cosa rischia, ma quello è il suo lavoro. Lo sport pregiudica la sua salute, e il medico lo deve aiutare. Qualche mese fa è morto un calciatore, Antonio Puerta (difensore del Siviglia, ndr). Soffriva di una patologia cardiaca che non è stata diagnosticata, se non con l’autopsia. Io penso che s’investa troppo poco nella prevenzione e troppo nella penalizzazione. C’è grande ipocrisia. In alcuni casi, infortuni o altro, i prodotti considerati dopanti sono la miglior cura, ma sono proibiti. I ciclisti come criminali? Certamente si permettono violazioni della privacy impensabili in uno Stato di diritto. Ma il ciclista è nato per soffrire, e accetta tutto o quasi». Sul suo caso spiega: «Mi hanno trattato come un criminale: sui giornali sono usciti le mie foto e il mio nome, mentre quando si parla di narcotraffico internazionale mettono solo le iniziali degli indagati. Mi hanno accusato di attentato contro la salute (quando è scattata l’Operacion Puerto, in Spagna non c’era ancora una legge antidoping, ndr), ma non hanno potuto provare niente: il medico vuole sempre il bene del paziente. Mi vogliono interrogare per il caso Ullrich? A me nessuno ha comunicato nulla. E da qui non mi muovo: se vogliono venire...» ribadisce il medico canarino che svolge la sua attività in un ambulatorio pubblico visitando settanta persone al giorno. E sulla legge antidoping: «Le cose avrebbero potuto cambiare, ma il problema è che deve fare i controlli. L’Uci no, perché è un organismo privato. I controlli devono essere fatti dalla polizia, dallo Stato». Sulla sua attività: «Quando sono arrivato io in gruppo, alla fine degli anni Ottanta, ogni corridore aveva il suo “maletin” (la cassettina con le medicine, ndr). Mi sono stupito e li ho convinti a lasciar fare a me: meglio una valigia sola, che portavo io».
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