La Spagna nasconde, l'Uci è rispettosa, l'Italia e la Germania..

| 17/06/2007 | 00:00
Per Ullrich, gloria nazionale tedesca, un futuro di agricoltura e pastorizia. Per Basso, gloria nazionale italiana, due stagioni in quarantena, che alla soglia dei trent’anni è come prendere un vagone di petto. Sono i risultati acquisiti della tristemente famosa “Operacion Puerto”, la madre di tutte le inchieste, che ha rivelato i traffici sanguinari del ginecologo maschile Eufemiano Fuentes. Adesso che italiani e tedeschi possono serenamente guardare in faccia il mondo, consapevoli d’essere andati velocemente fino in fondo, cioè fino al punto di distruggere i campioni più forti e più popolari, questo stesso mondo è però scosso da uno scandalo che grida vendetta: in Spagna, teatro dei turpi trafici ematici, niente succede. Mentre noi e gli amici teutonici mestamente giustiziamo campioni, i loro colleghi spagnoli – colleghi di lavoro e di sacche ematiche – tranquillamente stanno correndo in giro per l’Europa. Non solo: presto, qualcuno di loro rischia seriamente di vincere pure il Tour. Leggi Valverde, già dipinto come l’Indurain di domani. Su di lui più di un sospetto: c’è una sacca definita “Valv”, con l’aggiunta di “Piti”. Domandina d’esame: sapendo che Valverde ha un cane di nome “Piti”, è realisticamente pensabile che il titolare della sacca incriminata sia Zandegù? L’intera vicenda non sta né in cielo né in terra, ma ineffabilmente sta nel ciclismo d’oggi. Com’è possibile? I motivi sono tanti e vari, tutto sommato neppure così complicati. Il punto si partenza sta nell’inchiesta della polizia spagnola: dopo aver scoperto tutto, s’è dovuto archiviare perché al momento del reato (anni 2004 e 2005) non esisteva nel Paese una legge che considerasse il doping un reato (c’è solo da tre mesi). Dunque, per la giustizia ordinaria di Spagna, nulla era imputabile ai clienti del ginecologo Fuentes. Peccato però che nel frattempo i nomi coinvolti siano usciti. Tanto che il Tour dell’anno scorso ha deciso di lasciare fuori i maggiori sospettati. Da lì in poi, però, la storia è nota: i tedeschi si sono comunque mossi, incastrando Ullrich con la prova del Dna, nonché allargando le indagini al doping di squadra praticato nella Telekom durante gli anni d’oro di Riis. Quanto a noi, appena orecchiata la faccenda Fuentes, il procuratore antidoping del Coni s’è scatenato e nel breve volgere di pochi mesi ha affondato la coppia Basso-Scarponi. Ma sempre, in questo periodo terribile, ovunque è riecheggiata la domandona da un milione di dollari: e gli spagnoli? Perché proprio dove lo scandalo è esploso, e dove più numerosa è la clientela di Fuentes, niente si muove? La riposta dovrebbe darla il Coni iberico. Al governo sportivo, dopo l’archiviazione della magistratura ordinaria, toccherebbe comunque fare luce sulla faccenda. Se il doping allora non era reato penale, è da sempre comunque reato sportivo. Invece niente. Zero. Silenzio totale. Di fronte a una simile, sfacciata, colossale insabbiatura, spetterebbe allora alla Federazione internazionale (Uci) spingere una sua affiliata a muoversi di pari passo con le federazioni italiana e tedesca. Invece, anche l’Uci è terra di imperturbabili azzeccagarbugli: se non si muove la federazione nazionale, spiegano, noi non possiamo fare nulla. Sono molto rispettosi, loro: non vogliono invadere le autonomie nazionali. Non fa nulla se per un anno intero non hanno fatto altro che minacciare l’Italia di ricorsi e rappresaglie, se solo questo Paese si fosse azzardato ad alleggerire la pena di Basso…. No, non è una cosa seria. Mentre Italia e Germania spalano le macerie, i ciclisti spagnoli sono in giro per gare, preparando un grande Tour. A un anno dallo tsunami dell’Operacion Puerto, sarebbe bello parlare di trionfo della giustizia. Ma la sensazione, qui e in Germania, è un’altra: da com’è andata, non si capisce bene se siamo i più corretti o i più idioti. da «Il Giornale» del 17 giugno 2007, a firma Cristiano Gatti
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