VIVIANI, VENTO MONDIALE

PROFESSIONISTI | 23/09/2017 | 07:12
È il viso dell’estate, il volto riconosciuto e riconoscibile di un fantastico mese d’agosto. Elia Viviani, un anno dopo, è an­cora lì. A festeggiare, a firmare autografi, a concedere selfie. Da Rio passando per Amburgo prima e Plouay dopo per arrivare fino a Bergen, dove c’è da chiudere il cerchio: non olimpico, ma iridato.
L’estate di un anno fa per Elia Viviani è stata magìa, quella che ha appena vissuto rappresenta la maturità. Il ventottenne veronese, oro nell’Omnium ai Gio­chi Olimpici di Rio 2016, sta portando a termine una stagione che dopo parecchi bocconi amari si sta rivelando dolcissima. Con l’esclusione dal Giro d’Ita­lia numero 100, Elia aveva capito che gli spazi per lui al Team Sky si stavano restringendo in una squadra sempre più votata a cercare le vittorie finali nei Grandi Giri. Nonostante la delusione e la rabbia di non poter essere al via nella corsa su cui aveva incentrato energie e motivazioni, ha continuato ad allenarsi, dandosi nuovi obiettivi. Sfiorato il titolo europeo ad Herning, si è rifatto vincendo la Cyclassics di Amburgo, ex prova di Coppa del Mondo oggi nel World Tour e per non farsi mancare nulla si è ripetuto in Bretagna, facendo sua anche la Bretagne Classic.

Commentando il successo al cospetto di tutti i migliori velocisti del momento, è stato il primo a riconoscere che si trattava di un cambio di dimensione. «Dopo i trionfi pesanti in pista, iniziano ad arrivare anche quelli su strada. Finalmente».
Tra l’addio a Sky in anticipo rispetto alla scadenza naturale del contratto (2018) e la firma per le prossime due stagioni con la Quick Step Floors, dove di fatto sostituirà Marcel Kittel, passato alla Katusha Alpecin, ha continuato a vincere al Tour de Poitou Charentes e ad avere altri grandi traguardi in testa. Per finire l’anno al meglio, c’è un Cam­pionato del Mondo a Bergen da correre in maglia azzurra. Quella sua seconda pelle che dopo l’affermazione e la maturità, promette quanto prima di regalargli nuova gloria.

Da Rio a oggi, quanto è cambiato?
«Tanto. Quest’ultimo anno è stato più complicato di quanto mi aspettassi, concentrarmi esclusivamente sulla strada e non più sulla doppia attività è sta­to un passaggio che ha richiesto più tem­po del previsto. Solo il mese scorso sono tornato a vedere 69 chili sulla bilancia come nel 2015. Ho perso un po’ di muscoli messi nelle gambe per il traguardo olimpico, ora sono più leggero e posso dire di essere tornato uno stradista al cento per cento. Ho chiuso il cerchio, tornando ad essere super competitivo su strada. In inverno ho trascorso tante ore in bici e ho svolto un lavoro specifico per le classiche, sono contento di come sono andato alla Sanremo: il nono posto ottenuto non ripaga i duri allenamenti che ho sostenuto, ma è un primo segnale positivo per il futuro. Alla Tirreno me la sono cavata bene, ma il fatto di non vincere da De Panne 2016 mi toglieva convinzione. L’esclusione dal Giro mi ha punto nel vivo, quando mi attaccano reagisco e così al Romandia, subito dopo aver saputo la notizia, mi sono fi­nalmente sbloccato. Al California ci so­no andato con poca testa, ho trascorso l’estate senza mai staccare del tutto, preparando l’Europeo nel migliore dei modi. Sono contento di come sono ar­rivato ad Herning. Perdere da Kristoff che arrivava dal Tour mi brucia ancora, ma obiettivamente non era facile inventarsi la preparazione senza partecipare a corse a tappe. Nonostante ciò, grazie a Cassani, a Villa, al presidente della federazione Di Rocco e a tutta la nazionale ci siamo presentati al meglio all’appuntamento».

Il titolo continentale è sfuggito di un soffio.
«Mi è dispiaciuto moltissimo perché la vittoria era davvero vicina. A mezzo metro dal traguardo ero davanti, poi Kristoff si è allungato e mi ha battuto di un tubolare. Aveva lasciato uno spazio per entrare alla sua destra e io mi sono infilato con il manubrio. Però lui a quel punto ha chiuso e io mi sono ap­poggiato col gomito al suo fondoschiena. Dalle immagini si vede che in quel punto ho sfiorato con il pedale destro le transenne. Ho preso paura, non sono stato deciso. Quando ha riaperto la porta mi sono infilato, ma non c’è stato nulla da fare. Per poco. Mi dispiace non aver centrato l’obiettivo pieno per la Nazionale e per tutti i compagni, che sono stati impeccabili. Mi re­sta l’amaro in bocca perchè mi ricorda il finale del Mondiale su pista di Lon­dra e ho il rammarico di non aver coronato un grande lavoro di squadra. Era un’occasione d’oro, ma le volate sono così. Vinci o perdi, bisogna accettarlo».

Ti sei rifatto ad Amburgo e a Plouay.  
«Con la squadra ci siamo messi a rivedere le volate degli ultimi anni. Come andavano e che cosa sbagliavamo. Ci abbiamo investito un bel po’ di tempo e ne è valsa la pena. Il finale di Am­bu­rgo è un po’ tortuoso, se sei troppo indietro non rimonti più. I miei compagni hanno lavorato compatti per me: Van Poppel doveva entrare nelle fughe, Doull essere sempre al mio fianco, gli altri tirare. Negli ultimi tre chilometri ero già nelle primissime posizioni. Ho cominciato a capire che potevo farcela. Quando ai 230 metri ho visto che un uomo della Trek cercava di anticipare lo sprint, sono partito. Una volata di testa, di potenza. Ho corso il rischio che mi rimontassero, invece ho vinto bene. Sono orgoglioso. Senza dubbio mi sono preso una rivincita personale, anche se la volata di Herning è stata completamente diversa. Per il percorso che voglio fare su strada, dopo l’oro olimpico in pista, vale tanto. Sono queste le classiche che posso vincere. Così, mi sono ripetuto anche a Plouay, dove ho nuovamente battuto una gran bella concorrenza, con una volata davvero pulita e prodigiosa. Se ho dei so­gni? Tanti, come molti corridori. Uno è sempre lo stesso: Sanremo».

Sei tornato in pista solo in ottica strada.
«Esatto. Sono entrato in velodromo solo quando mi sentivo davvero “in­catramato” o quando le corse cadevano a fagiolo con la mia preparazione, come accaduto prima dell’Europeo. Dopo il Giro d’Austria, con i suoi mille chilometri in sei tappe, la pista mi è servita per ritrovare potenza e colpo di pedale. Tra Sei Giorni di Torino, Pordenone dove ho corso il Tricolore derny, e l’Omnium inframmezzato da una distanza su strada, ho fatto un bel lavoro. Alla mattina pedalavo tre ore e alla sera correvo solo per lo spettacolo. Se concluderò la stagione ai primi di ottobre, magari a dicembre tornerò a disputare qualche prova di Coppa del Mondo, ma è tutto ancora da vedere. Un mio ritorno in pista ci sarà per Tokyo 2020, quando inizierà la qualificazione olimpica. Se per il quartetto o altre prove ci sarà bisogno di me, mi farò trovare pronto, sempre conciliando con la strada che ora è la mia priorità. Il salto di qualità che prevedevo di fare, senza grandi giri te­mevo di doverlo rimandare all’anno prossimo, ma le vittorie dell’ultimo pe­riodo hanno raddrizzato la mia stagione. Il mio record stagionale è di 9 vittorie, ci sono vicino».

Cosa ti resta delle stagioni vissute in maglia Sky?
«Sono davvero felice degli ultimi tre anni trascorsi con il team inglese. Ho avuto a che fare con una squadra metodica, precisa, la più organizzata al mondo. Con Brailsford e il resto dello staff ho esaudito due miei sogni: ho vinto una tappa al Giro al primo anno e ho vinto le Olim­pia­di. Sono stato al posto giusto nel momento giusto, sono convinto che in nessun’altra squadra mi sarei potuto preparare così bene per Rio. Ci lasciamo semplicemente per una mia crescita di ambizioni, dopo l’oro olimpico vo­glio di più. Voglio giocarmela nelle grandi corse a tappe. Tanti velocisti sarebbero contenti di non disputare i grandi giri, io invece voglio vincere tap­pe in ognuno dei tre maggiori. A 28 anni non posso sacrificare le mie aspirazioni. La dimensione in cui mi relegavano i programmi della squadra cominciava a starmi stretta, anche se de­vo solo ringraziare Sky per quello che abbiamo fatto insieme, per avermi dato il nulla-osta e per la fiducia che mi sta dando in queste ultime corse dell’anno. Fino all’ultimo possiamo to­glierci delle belle soddisfazioni insieme. Forse non sarà un arrivederci, ma di certo un addio piacevole».

Cosa ti aspetti dalla Quick Step Floors?
«Ho scelto il team bel­ga perché Lefevere e Bramati hanno di­mostrato di volermi. Non appena è stato de­finito il passaggio di Kittel a un’altra squadra, in una sola set­timana ho sottoscritto un contratto con loro. Mi si è presentata un’occasione che non potevo perdere. Un treno così passa una sola volta nella vita. In casi del genere, si vede che doveva andare così. Quando si chiude una porta, si può aprire un portone. Non nego che in precedenza ci siano state trattative con la UAE Emirates (che poi ha preso Kristoff, ndr). Non so neanche io il vero motivo per cui non è andata a buon fine con Saronni. Il cambio in corsa a metà stagione è sempre difficile. Si è andati per le lunghe e poi la strada si è chiusa. La trattativa con i belgi invece è stata lampo. Ho sempre desiderato far parte di una squadra predisposta per i velocisti. Sono felice di ritrovare un uo­mo importantissimo come Sabatini, con il quale ho già corso alla Liquigas e al recente Campionato Europeo, i confermati Keisse e Richeze insieme ad altri nuovi innesti come Morkov garantiscono una qualità per le volate unica. Mi dispiace che sia andato via Trentin, ma si merita di avere più spazio e da amico sono contento per lui. Sono felice di andare a lavorare con il “Brama”, un direttore che ho sempre ammirato e dà tante motivazioni ai suoi corridori. Ma­ga­ri mi pentirò di averlo detto quando lo sentirò sbraitare alla radio (ride, ndr)».

Come sarà la convivenza con Gaviria?
«Con Fernando c’è stata una rivalità in pista anche pesante in passato, ricordo il mondiale di Londra quando corse contro di me e rischiammo di perdere il titolo entrambi, ma da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Lui è cresciuto, non è più il giovane che entrava a petto aperto su tutto, e tra noi c’è rispetto. Non svolgeremo la stessa attività, ci sono tante gare im­portanti da spartirsi. Lui penso vorrà confrontarsi con il Tour dopo aver vinto la maglia ciclamino al Giro, così io potrei avere spazio alla corsa rosa e magari anche alla Vuelta. In gare a cui puntiamo entrambi come San­re­mo e Gand non ci saranno problemi, è normale che un team im­portante schieri più leader. Nei prossimi due anni avrò una grande occasione. Prima di Tokyo, sarò fo­calizzato al cento per cento sul­la strada, con una squadra a disposizione per le volate. Non potevo chiedere di me­glio».

Ed ora il mondiale.
«Sì, dopo il Gp Plouay ho parlato a lungo con il ct Cassani. Il mondiale è duro ma non durissimo, ne conosco ogni dettaglio da tempo perché Elena (Cec­chi­ni, la compagna del veronese, ndr) è andata a provarlo e me lo ha spiegato bene. Ho analizzato i file del percorso e studiato lo strappo che caratterizza il circuito. Il tempo farà la differenza. Tut­ti prevedono una volata di 40-50 corridori: ci vorrà il migliore Elia. Sono convinto di poterci arrivare al top del peso e della condizione, ma sarà Da­vide a dover decidere come impostare la corsa. Moscon nel finale potrebbe avere le gambe per seguire un eventuale attacco di campioni come Sagan o Kwiatowski. Il mio obiettivo sarà limare il più possibile e tenere duro fino alla volata finale».

Cosa hai portato in Norvegia?
«Tutto il materiale indispensabile per la pioggia e il mio solito pigiama portafortuna. Un pantaloncino boxer dell’M&Ms che mi ha regalato Elena a Londra in occasione dei Gio­chi Olimpici del 2012 e da allora non manca mai nella mia valigia. In più, tutta la grinta possibile e l’orgoglio che provo ogni volta che indosso la ma­glia azzurra».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di settembre
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