STORIA | 22/07/2017 | 00:18 Il patto con il diavolo fu ufficialmente stretto dal sindaco: il diavolo avrebbe costruito il ponte e il sindaco gli avrebbe dato la prima anima che fosse passata sul ponte. Era il 1428. Era a Dronero. E, tranquilli, era una leggenda.
Il diavolo fu di parola: costruì un ponte merlato, ad arcate diseguali, con il ponte levatoio, così solido da resistere anche alle piene del Maira, torrente capace di arrabbiarsi e gonfiarsi, investire e straripare. Anche il sindaco fu di parola: lanciò un pezzo di formaggio sul ponte, e alla conquista di quel prezioso trofeo (era un Castelmagno?, un testun di capra?, un blu di pecora?), scattò un cane, che se ne impadronì e, con giustificata fierezza, inaugurò il ponte attraversandolo da una parte all’altra. Il diavolo, beffato, sparì, con la coda fra le gambe.
Sara Marino racconta del ponte del diavolo di Dronero con il sorriso di chi è abituato a frequentare serafini e cherubini. E come per esorcizzare paure e pregiudizi, cita anche la Valle dell’Infernotto, il Santuario di Valmala, il Passo di Malaura e i quattro versanti del Montemale. Poi sparisce anche lei, ma con la bici fra le gambe.
Moglie (di Mariano Icardi, mountain bike e corsa in montagna) e mamma (di Martino e Pietro), architetto (restaura e ricostruisce rigorosamente con le pietre e i legni della zona) e atleta (anche lei mountain bike e corsa in montagna, ma l’altra sera era in piscina e lì ha incontrato, in corsia, Stefania Belmondo), Sara è fra le artefici di VéloViso, un progetto transfrontaliero, che unisce le valli italiane e francesi dominate dal Monviso. Infernotto, Po, Bronda, Varaita, Maira, Grana e Stura di qua, Guillestrois, Ubaye, Embrunais e Queyras di là. Un regno verticale che va dal Fauniera alla Lombarda, dal Vars alla Bonnette, dall’Agnello all’Izoard. E dunque da Giro d’Italia a Tour de France, da Fausto Coppi a Chris Froome.
E’ stata Sara a studiare i percorsi, perfezionare gli anelli, collegare i paradisi di VéloViso: 3600 chilometri a pedali, decollando e precipitando, fra marmotte e aquile, nel silenzio dei tornanti e nella musica del vento. Lo aveva già fatto, a parole, con Icardi, per “Mountain bike – 44 itinerari nelle valli cuneesi (Varaita, Maira, Grana, Stura, Ubaye)” (Gi.mac). E continua a farlo, da sola, oppure da guida, se può, quando può, appena può. Un po’ per passione e un po’ per curiosità, ha corso con le ruote sottili e con quelle grasse, campionati e granfondo, maratone e ultra. In premio, a volte, un castigo: cioè la possibilità, quasi doverosa, di partecipare a una gara ancora più dura, ancora più massacrante, ancora più memorabile.
Sara che si chiama Sara in onore di Sara Simeoni (e suo fratello Francesco in onore di Francesco Moser). Sara che in Martino (Martino in onore del biker Martino Fruet: battezzare in onore di qualcuno è un’eredità familiare), cinque anni, intravvede già delle qualità (facile, con due genitori così). Sara che su queste strade chiuderebbe il traffico pesante, e anche quello un po’ meno pesante. Sara che una volta aveva fatto tanta di quella strada per vedere SuperMario Cipollini, e alla fine lo aveva visto, semisdraiato nell’ammiraglia, e lo aveva salutato, e lui quasi non si è accorto di lei. Sara che va in bici per staccare la spina, e che in salita stacca tutti.
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