PROFESSIONISTI | 19/07/2017 | 07:46 «A casa mia il ciclismo era tutto. I nostri discorsi erano di ciclismo, guardavamo tutte le gare, anche i libri che ci regalavamo parlavano di ciclismo. Mio nonno Aldo raccontava di Coppi e di Bartali. Flavio, mio padre, e mio zio Ivan parlavano di Moser e di Saronni. E io sono cresciuto lì in mezzo. Per cui...». Alessandro mi aveva detto che la sua storia era cominciata per caso, ma di caso ce n’è pochissimo quando vieni su nella famiglia Tegner a Sedico, frazione del bellunese nascosta fra le Dolomiti e il Piave. «Andavamo in vacanza alle corse, col frigo. E quando c’erano le classiche per vederle tutte avevamo trovato un bar che aveva il satellite. Un’ora prima che cominciasse il collegamento noi eravamo lì, seduti davanti alla tivù, per sicurezza». Ale ha diciotto anni quando lascia il paese per andare a Padova, a scienze politiche. «Poi ho pensato che volevo fare il professore di storia, stavo per fare un’altra facoltà. Ma nel frattempo sono partito per il servizio militare». Una notte lo mettono di guardia. Per stare sveglio si è comprato una rivista di ciclismo. Quando arriva alla penultima pagina legge qualcosa che attira la sua attenzione. «C’era scritto che la Mapei cercava qualcuno per l’ufficio stampa». Nel mezzo della notte Alessandro va al computer della fureria («computer, hai presente uno di quegli scatoloni pesantissimi?») e scrive di getto una lettera aperta. La manda ai team italiani, allora c’erano. «Mi rispose Giancarlo Ferretti. Grazie, ma in questo momento non abbiamo bisogno. Conservo ancora la sua lettera come una reliquia». Un paio di settimane dopo gli arriva una telefonata. «Qui è la Mapei, le passo il dottor Aldo Sassi». Mentre parte la musichetta, Ale pensa a come sono stati bravi i suoi amici, «avevo fatto una testa così a tutti con la storia della lettera, avevano deciso di farmi uno scherzo, era chiaro». A un certo punto sente la voce di Sassi. «Realizzo di colpo che nessuno dei miei amici poteva sapere che Sassi aveva la erre moscia. Ascolto sull’attenti. Mi chiede se ho tempo di andare a Castellanza per un colloquio. Baratto una licenza con qualche guardia notturna e vado».
Un primo colloquio con Sassi e Crespi, «le faremo sapere», un secondo con Giorgio Squinzi e Adriana Spazzoli. «Squinzi mi chiese se avevo esperienza, e io risposi no, avevo scritto qualche volta per un giornale locale, ma lui si voltò verso Sassi: professore, se per lei va bene...». Andava bene. Lo portarono a Castellanza, c’era già un ufficio, un computer, tutto. «Dentro avevo i fuochi d’artificio. Poi però mi dissero: cominci domenica alla Liegi. La Liegi-Bastogne-Liegi, hai presente?, il sogno di tutta la mia vita. E io dovevo ancora fare un mese di militare». Una soluzione si trova, barattando ancora licenza e guardie notturne. «Parto in aereo vestito Mapei e arrivo all’albergo di Valerio Piva. Mi danno la stanza numero 12, mi spiegano che dovrò dividerla con qualcuno. Che problema c’è». Il nuovo addetto stampa della Mapei sale in camera, appoggia il trolley e sente armeggiare alla porta. «Non ci potevo credere». Il suo compagno di camera è Franco Ballerini, che ha appena smesso di correre alla Roubaix e proprio alla Liegi comincia il nuovo lavoro di PR. «Mi fa: ciao Alessandro, sono Franco. E io: lo so chi sei. La sera, a letto, gli dico: scusa posso chiederti solo di quella volta di Duclos Lassalle? E comincio con le domande. Dopo un bel po’ Franco mi fa: ho capito che ti piace il ciclismo, ma è l’una e mezza, domani c’è la Liegi, forse è meglio se dormiamo».
La vita nuova del professore di storia mancato comincia lì. «Fu tutto velocissimo, come se un elicottero mi avesse lasciato in mezzo all’oceano. Annaspavo ma imparai a nuotare. E devo dire grazie a Sassi e a Crespi se non sono annegato». Alessandro si trova a lavorare in uno squadrone, ma dopo un anno e mezzo la Mapei sceglie di lasciare. «Crespi parlò di me a Patrick Lefevere, e mi salvò di nuovo». A fine 2003 Tegner approda alla Quick-Step. «Arrivai in albergo, c’era un ragazzo seduto lì, nuovo anche lui. Era Tom Boonen. Io sono ancora qua». In quegli anni la Quick-Step non è ancora lo squadrone internazionale di oggi, «erano molto fiamminghi, ma io sono veneto, la concezione del lavoro non è poi così diversa, io dico sempre che Belluno è in provincia di Wevelgem, e Patrick mi ha aiutato molto, mi ha sostenuto e mi ha sempre dato grandi responsabilità». La Quick-Step è una seconda casa per Ale, la prima è a Montebelluna con Natalia, Valentina e Beatrice, «Bea domenica verrà a Parigi, sta studiando comunicazione e marketing, comincia a imparare, siamo tutti e due molto emozionati».
Il mestiere negli anni è cambiato. Prima Alessandro era l’addetto stampa, e lavorava da solo, adesso è l’uomo che si occupa di marketing e comunicazione nel team, e gestisce un gruppo di cinque persone, «quello che mi rende orgoglioso è che ci sono tanti italiani a fare questo nelle squadre, vuol dire che comunicare è un nostro valore aggiunto». Per comunicare bisogna saperlo fare in tutte le lingue, «tolto il dialetto, parlo italiano, inglese, francese, spagnolo, capisco il fiammingo ma non lo parlo quasi mai in squadra perché ho paura di sbagliare, e adesso vorrei studiare il tedesco, magari il prossimo inverno». Non ha mai fatto i conti delle corse vinte, «le corse le vincono i corridori, noi ci limitiamo a esultare, Patrick mi ha insegnato che il successo appena capita è già alle spalle». In questo Tour la Quick-Step ha vinto molto prima della brutta giornata di Romans sur Isère. «Kittel è un corridore moderno, uno capace di esprimersi correttamente in tre lingue. Gli piace confrontare opinioni, riflette su quello che gli dicono e non è mai banale quando parla. E’ consapevole della sua figura pubblica. Lui, Degenkolb e Tony Martin hanno fatto innamorare di nuovo i tedeschi del ciclismo. Florian Nass, commentatore di Ard, mi ha detto che le prime tappe sono state un successo televisivo, soprattutto quelle con le volate di Marcel. A me lui piace: è un gigante col cuore».
Alessandro ha attraversato con il suo lavoro le vite di molti grandi campioni. «Il mio corridore è stato Bettini. Io e Paolo siamo coetanei, per me è uno di famiglia, è stato anche il mio testimone di nozze. Mi ricordo che salì in macchina con me nel 2001, prima di vincere il campionato di Zurigo. Mi disse: ho visto che a te piacciono le bici, stammi vicino che da qui alla fine mettiamo tutte le maglie che esistono. Io pensai: ma che sbruffone è questo? Beh, lo ha fatto. E io ero lì». Poi c’è stata l’era di Boonen, quando Tom in Belgio era una rockstar. Adesso è l’epoca di Gaviria, Alaphilippe, Kittel. «E’ una generazione diversa, e io ho un’esperienza diversa. Penso di poter essere più utile a loro proprio per questo».
Le vittorie non le ha mai contate, ma gli attimi si collezionano. «Il Mondiale di Paolo nel 2006, mi ricordo quando uscì dal tunnel con Zabel e Valverde. Che voglia di vincere che aveva. E poi il Lombardia, dopo la morte di suo fratello: non si allenò, usciva in bici e dopo un’ora tornava indietro piangendo. Ai suoi la sera prima disse: arrivo al Ghisallo per i tifosi poi mi fermo, aspettatemi lì. Quando fu sul Ghisallo tirò dritto, rischio di cadere due volte, vinse in lacrime, mi viene ancora la pelle d’oca. Poi una Gand-Wevelgem di Boonen, perché veniva da un infortunio, uno di quei ritorni che fanno bello lo sport. E il successo di Weylandt al Giro, nella tappa di Middelburg: c’era un tempo da Quick-Step, venivamo da giorni di critiche e di cadute. Lui vinse la volata, venne ad abbracciarmi ancora senza fiato, lo ricordo come un momento epico. Era un ragazzo d’oro».
Ma quando ancora non era cominciato tutto, quando Alessandro Tegner era soltanto un tifoso, chi era il suo corridore? «Bugno, tutta la vita. Il mio idolo indiscusso. Avrebbe potuto vincere dieci volte di più, ma quello che conta è la classe. Quando lo incontro lo guardo, al massimo gli do la mano, non devo dirgli niente, per me lui è lassù su un piedistallo. Con la sua compostezza. Che non era la mia: qualcuno si ricorda ancora di avermi visto abbracciare il televisore a petto nudo quando Gianni vinceva».
di persona e parlare qualche ora con Alessandro Tegner. Giovane ma con una grande passione. Grazie a Alessandra Giardini per il bellissimo ritratto che me lo ha presentato.
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