CASALINI, IL GRAPPA E LA RABBIA DI MERCKX...

STORIA | 25/05/2017 | 07:12
Dopo 49 anni e 3 giorni, occorre «chiudere gli occhi per rivedere quei momenti». È il 30 maggio 1968 e ci si immagina certo che quelle salite sarebbero state, nel Giro del centenario, le ultime e decisive della corsa rosa. Il Monte Grappa, quel giorno di quasi 50 anni fa, vive l’epifania di Emilio Casalini, che quel giorno coglie la sua prima e unica vittoria di tappa al termine di una fuga mal digerita da Eddy Merckx.

«Che però, per fortuna, tre giorni dopo avrebbe sistemato la classifica» con l'impresa «alle Tre Cime di Lavaredo. Meglio così, se no me ne sarei sentito in colpa», confida oggi il 76enne parmigiano. «Certo, se Merckx avesse vinto quel giorno, l’impresa avrebbe avuto un’altra eco mediatica. Devo sempre ricordarmi che ho fatto una cosa sbagliata nei confronti della mia squadra, la Faema, di Vittorio Adorni e Eddy Merckx. Perché non dovevo essere io quello che sarebbe andato a vincere, su quel traguardo. Nonostante ciò, non mi sono pentito…».

Casalini quel giorno scatta verso il traguardo volante, poco meno di 10 chilometri prima delle rampe del Grappa. Allunga, fa suo l’arrivo intermedio e con Pietro Campagnari della Molteni e Damiano Capodivento della Gbc prosegue, aspettando che il gruppo venga sgretolato dal ritmo degli uomini di classifica. «Abbiamo preso qualche metro di vantaggio e abbiamo continuato. Il mio compito, da gregario, sarebbe stato quello di farmi trovare là davanti per la squadra. Ma hanno tardato ad arrivare e io ho continuato. Ricordo Adriano De Zan avvicinarsi a noi, entusiasta come al solito: “Alè ragazzi, che andiamo in Eurovisione, vi vedono in tutto il mondo”, ci dice. Da vero amico di tutti i corridori. Gli altri due si sono fermati, io ho proseguito.

A metà salita c’erano gli alberghi, meccanici e massaggiatori si meravigliarono di vedermi lì davanti e quasi mi schernirono. Quasi mi sono arrabbiato e sono arrivato a pensare: «Ora gliela faccio vedere io. Ho fatto una breve discesa a tutta, al massimo delle mie possibilità. Ho ripreso poi a salire con il mio ritmo da passista, non da scalatore. E alla fine ho vinto. Il ricordo di quei giorni è molto bello...».

Merckx a fine tappa digerì a fatica l'aver dovuto cedere il traguardo a un altro, anche se suo gregario, «perché a lui interessava la classifica», continua Casalini. Che aggiunge. «Ma so per certo che Vittorio Adorni in gara parlò a Merckx, probabilmente fece lo stesso con Felice Gimondi, che stava animando il finale. Con Felice ero stato compagno in Salvarani, ci si conosceva. E così sono potuto arrivare al traguardo da solo».

Per Casalini un successo nel successo, lui che non sarebbe dovuto esserci neanche a quel Giro. «Vincenzo Giacotto, il nostro direttore sportivo, alla corsa rosa voleva portarci Mino Denti. Ma Adorni si impose». Quell’Adorni che per Casalini «aveva una classe unica, come forse solo Gianni Motta. Fosse stato assistito da una salute migliore, avrebbe potuto fare molto di più. Merckx, invece, era uno a cui bastava essere al 70 per cento per vincere le gare. Di Gimondi invece ricordo la dedizione al sacrificio, la grinta. Ancora oggi, quando ci si rivede, si scusa con noi suoi ex compagni di squadra per la sua indole di quei giorni. Ma lui era pronto tutti i giorni a dare battaglia e si arrabbiava se noi non riuscivamo a stargli dietro. Viveva la corsa in un modo incredibile».

Lo stesso necessario per affrontare domani il Grappa nella penultima tappa del Giro, da Pordenone ad Asiago. «Si è corsa buona parte del Giro a medie molto elevate», conclude Casalini. «Dumoulin, Quintana? Mi piace identificarmi più con Nibali, che è sempre e comunque un grande lottatore».

Stefano Arosio
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