QUEL CHE RESTA DI NOI

di Cristiano Gatti

Come la notizia dell'uomo che morde il cane: arrivo in montagna e non vince Vingegaard. Cos'è, fa il giorno di chiusura come i parrucchieri? Niente, nessun clamore: non è un vero arrivo in salita. Lui non si spreca per così poco. Andalo è tappa per fughe e il signore della corsa concede qualcosa ai sudditi. Botte da orbi tra le seconde linee e alla fine vince l'ultimo che resta in piedi, il valoroso Valgren.

Ma non è questa la vera notizia. Ormai, per noi italiani, la grande notizia è il terzo posto di Caruso. Mi informa il preziosissimo Michele Merlino, mago della statistica e di altro ancora, che a 38 anni e 7 mesi centra un record: solo Bartali, nel '54, tappa di Saint Moritz, arrivando secondo a 39 anni e 10 mesi, gli sta davanti tra i Matusalemme da podio al Giro. Non so quanto vada orgoglioso Caruso di questa impresa, ma questo l'Italia ormai deve farsi bastare. Non è più tempo di grilli per la testa. Se a qualcosa è servito questo Giro 2026, certamente è servito per somministrare l'estrema unzione al nostro glorioso movimento.

A memoria d'uomo, almeno d'uomo vivente, non risulta qualcosa di ugualmente depressivo. In queste ultime tappe, siamo appesi all'idea che un giovane gregario di Vingegaard (l'ultimo in salita, Piganzoli), riesca a sfruttare la posizione privilegiata e a salvare un piazzamento tra i primi dieci. Agli antipodi dell'età abbiamo Caruso The Rock, sempre obiettivo dieci. Tutto qui. Ciccone continua a fare caos effimero, Pellizzari poveraccio è conciato da sbattere via, bocciato all'esame di maturità.

Se a questo bilancio disastrato mettiamo sopra la briscola di un Giro davvero piccino, perchè oltre all'Ufo Vinge siamo a un livello qualitativo da cineseria (non sono certo i Gall, gli Arensman, i Gee a trasformare in un Rotary il ranking dei presenti), se cioè doverosamente pesiamo la concorrenza, ancora di più pesa il nostro fallimento. Fossimo un'azienda, sarebbe ora di portare i libri in tribunale.

Ci dicono al paddock dei pullman, nelle chiacchiere del mattino: siete voi giornalisti i catastrofisti, il ciclismo italiano non è messo così male, abbiamo il miglior velocista (Milan, ancora a zero) e il miglior cronoman (Ganna, vero campione del settore, però come numero uno io metterei Evenepoel). Evviva l'ottimismo. Evviva i Pangloss della vita (cfr. Il Candido). Evviva la combriccola del bicchiere mezzo pieno.

Però a forza di ottimismo ci ritroviamo in questa valle di lacrime. Ci ritroviamo appesi a Piganzoli e a Caruso che difendono con i denti un posto tra i dieci di un Giro poverino, comunque lontanissimi dal podio. Per chi trova sfascista questa analisi, aggiungo una pura ipotesi: proviamo a immaginare in questo Giro anche Pogacar, Evenepoel, Seixas, Ayuso, Lipowitz, più i Van Aert e i Van Del Poel, praticamente il prossimo Tour, e poi vediamo dove va collocata l'armata Italia. Io, siccome voglio dormire la notte, preferisco evitare anche solo l'idea.

La verità? Prima ci guardiamo allo specchio, prima facciamo i conti con noi stessi, prima riusciamo magari ad accettarci. Siamo messi più o meno come il Giappone e l'Eritrea. Siamo messi come i nobili in coda alla Caritas per un piatto di fagioli. Certo, grasso che cola le tappe di Ballerini, Ganna e Bettiol. Ma non si sposta il destino. L'Italia è passata da superpotenza a super-impotenza del ciclismo mondiale. Visto da qui, il terzo posto di Caruso – tra i babbioni secondo solo a Bartali – diventa evento nazionale. Ci resta solo il futuro, tutto da inventare. Ma servono gli inventori. Purtroppo, da queste parti non si vedono in Giro tutti questi Leonardi.



 

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