Editoriale










Vi ricordate la presa di posizione dell’Assogruppi durante il Giro d’Italia? Vi ricordate il pugno duro di Moreno Argentin, presidente dell’associazione, che minacciava scioperi, silenzi stampa, ritiri di massa? Aveva assicurato che avrebbe adottato la linea dura anche con Jean Marie Leblanc, organizzatore del Tour de France. Invece niente. Nessuna notizia, nessun urlo di rivolta, e nemmeno sussurri. E il bello della questione è che i gruppi sportivi italiani sono andati a correre la Grande Boucle quasi gratis. Sì, perché rispetto ai soldi spesi dal Giro, il Tour si è limitato a dare alle squadre le briciole. Qualche numero: per le corse della «Gazzetta» i team italiani (in totale dodici) si sono spartiti circa 2 miliardi e 200 milioni di lire.
Per entrare più nello specifico possiamo dirvi che una formazione di grido come la Mapei, ha percepito per la propria presenza al Giro d’Italia qualcosa come 170 milioni di lire ai quali vanno aggiunti altri 100 milioni per la partecipazione a tutto il resto delle corse targate «Gazzetta» (Sanremo, Tirreno-Adriatico, Scalatore, Lazio, ecc.). Ai 2 miliardi e 200 milioni di lire va aggiunto almeno un miliardo e mezzo per la sistemazione alberghiera, totalmente a carico dell’organizzatore (circa 440 persone ospiti per 25 giorni). Insomma, dal niente o il quasi niente di qualche anno fa (fino all’avvento di Mediaset), si è passati a trattamenti certamente più lusinghieri: non è il caso di levare i calici ma nemmeno di stracciarsi le vesti. Per lo meno si è incominciato a ragionare.
Di contro, il Tour e la Vuelta continuano imperterriti a fare la loro corsa e, ad organizzare le loro corse, adottando le più personalistiche regole. Ci è dato sapere che assieme raggiungono a malapena il 60% della somma messa a disposizione dalla Rcs Sport per i rimborsi spese. Se un team come la Mapei prende per la corsa rosa 170 milioni di lire, al Tour ne percepisce semplicemente una trentina. Una cifra uguale per tutti: prendere o lasciare. Con l’aggravante che in Francia, chi decide di aderire alla Grande Boucle, deve sottostare a tutta una serie di vincoli commerciali che li portano ad accettare le ammiraglie «Fiat» dell’organizzazione, le borracce sponsorizzate dalla «Coca Cola» che fanno tanto piacere all’organizzatore e così via.
È certamente giusto che i gruppi sportivi, quelli che a tutti gli effetti portano lo spettacolo sulle strade del mondo, abbiano un loro tornaconto dagli organizzatori, ma è anche vero che i signori di via Solferino non sono degli stupidi e non possono essere trattati come tali. Il Giro rende, non ci sono dubbi, ma con gli introiti della corsa rosa la Rcs paga in sostanza tutto il resto delle sue manifestazioni. Ad ogni modo una cosa è certa: in Italia i gruppi sportivi vengono trattati con i guanti di velluto, mentre all’estero accettano di tutto a capo chino. Per quale ragione? La corsa rosa non vale il Tour? E allora che lo dicano e si tolgano di torno; Castellano inviterà più squadre straniere, farà in modo di accontentare la Alessio Cerchi, la Alexia Alluminio, la Amore & Vita che avrebbero pagato per correre il Giro.
Noi pensiamo che i gruppi sportivi abbiano ragione a pretendere maggiore considerazione e, soprattutto, a partecipare in maniera più concreta alla spartizione della torta, ma dovrebbero anche ricordarsi che i rischi d’impresa ce li hanno quanto gli organizzatori. E infine, come la mettiamo con il Tour e la Vuelta? Non dovevano anche loro rivedere le loro posizioni e scendere a nuovi patti con i gruppi sportivi? Non si dovevano riscrivere le regole? Argentin, che durante il Giro ci è apparso motivatissimo e ben disposto a rimuovere certi diritti acquisiti, fino a questo momento dove è stato? Che alle manifestazioni abbia preferito le esposizioni? Al sole.

Stiamo freschi. O meglio, staranno al fresco: le provette. Quelle che conterranno i campioni di urina del Tour de France, in attesa che il metodo proposto dai laboratori francesi di Chatenay-Malabry, ottenga anche l’ultima autenticazione degli esperti. Al Tour verranno fatti prelievi anche per l’esame contro l’Epo, ma i campioni saranno congelati e le sanzioni saranno prese a posteriori, quando - si pensa in poche settimane - il metodo proposto dal laboratorio francese sarà totalmente «validato». La decisione è stata presa dallo stesso Hein Verbruggen, presidentissimo del ciclismo mondiale, dopo aver consultato i suoi esperti scientifici e giuridici. Si tratta ad ogni modo di una svolta importante nella lotta al doping, cui il ciclismo, ancora una volta, riesce a portare un importante contributo. Ma l’idea di un vincitore «sub-judice» non ci piace moltissimo, anzi. Diciamo che se da una parte è apprezzabile il rigore che l’UCI vuole mantenere nella sua lotta al doping, dall’altra ci troveremo a vivere giorni, e probabilmente mesi, di pettegolezzi e gossip non certamente piacevoli. Il 23 luglio, sui Campi Elisi, ci troveremo a festeggiare un vincitore in attesa di omologazione. Sarà una vittoria a lunga conservazione. Sarà una vittoria che arriverà dal freddo. O meglio dal frigor. E ad avere i brividi saranno certamente in molti.
E se l’UCI decide di usare con il doping le maniere forti, il CONI, da parte sua, ha abbassato la guardia. Meno controlli, meno analisi, freno tirato sulle spese antidoping. Il Consiglio nazionale del CONI ha deciso in pratica di ridurre i controlli ordinari, quelli che vengono effettuati di routine negli eventi sportivi, e di aumentare quelli a sorpresa. «Ci allineiamo alle nuove norme CIO. I nostri controlli antidoping sono al 90% ordinari e il 10% a sorpresa. Nel resto del mondo la percentuale è invece al 50%». Domandina: ma noi non eravamo all’avanguardia nella lotta al doping? Gli altri, con il CIO in testa, non erano dei semplici mistificatori?
La verità è che la situazione, nonostante il presidente Petrucci cerchi in tutti i modi di presentarcela bene, non è delle più incoraggianti. Nelle casse del CONI mancano circa 350 miliardi, senza dei quali la lotta al doping non solo non potrà essere combattuta, ma è già persa. In partenza.

Pier Augusto Stagi
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