Scripta manent
Un Giro da meditare
di Gian Paolo Porreca

Ci è piaciuto molto, già un anno prima, questo Giro 2002. Ci è piaciuto, e non solo per quel percorso cicloeuropeo che parte dall’Olanda e ci restituisce così l’immagine imperitura di un Giro splendido, il più bello per noi - per noi, rigorosi osservanti del ciclismo fiammingo-olandese -, quello che partì nel ’73 da Verviers, in Belgio. Ci è piaciuto, innanzitutto, per come è nato, per come è stato presentato. Se il ciclismo italiano è il Giro d’Italia, ed il Giro è La Gazzetta, lasciando a voi la logica derivante della proprietà transitiva, è stato davvero un gesto di grande responsabilità, morale e sportiva, la decisione dei vertici editoriali ed organizzativi del Giro di far precedere il suo festoso vernissage da una saggia, ponderata riflessione sul momento del ciclismo e sui rischi che esso, e per traslato il Giro, continua a correre. E che non deve correre più, pena il suo tracollo, la sua abolizione prima sentimentale e poi economica.

Bene, benissimo, quel pomeriggio di sabato 17 novembre, in una Milano che cominciava la rincorsa prenatalizia, ci auguriamo che sia stato edificante per tutti. Per tutte quelle componenti del ciclismo invitate alla riunione, diciamo a porte chiuse, a quella conferenza stampa che illustrava l’iniziativa della Gazzetta denominata “Un traguardo in più”. No, non una maglia ciclamino, no, non una maglia verde, né un’ulteriore challenge dall’inedita tinta, sponsorizzata da generose industrie. No, ma il traguardo virtuale, inteso come meta di una lotta senza quartiere, e non a giorni alterni o nelle stagioni morte, quale quella da condurre al doping nel ciclismo. (E non ci viene voglia di allargare il discorso ad altre discipline, fatto salvo lo spartano rigore dell’atletica, remota però dal professionismo, perché il ciclismo, a differenza di altri sport come il calcio che vivono appunto il delirio del professionismo, merita ancora l’attenzione delle persone serie: se è vero come è vero che l’unico sport che il doping lo ha pagato sulla propria immagine ed ha provato a riscattarsene, a scrollarlo dalla sua soma).

Bene, benissimo, in quello Spazio Auditorium di via San Gottardo, c’erano tutti quelli del ciclismo ad ascoltare i programmi e le iniziative enumerate da Ennio Mazzei, amministratore delegato della Rcs Sport, Candidò Cannavò, direttore della Gazzetta, Carmine Castellano, patron del Giro, e Cesare Romiti, presidente del gruppo editoriale Rcs, presentati da Sergio Meda. Tutti quelli del ciclismo, a poter recepire la concentrazione di intenti, ci auguriamo non solo verbali, dei referenti allo sport dei Ministeri della Salute e del Ministero dei Beni Culturali, rispettivamente gli onorevoli Cursi e Pescante, e dei vertici del Coni, Petrucci e Pagnozzi. C’erano, a dare un tocco di internazionalità e a ribadire in qualche modo come il problema sia proprio di tutti, i delegati dell’UCI e delle Società organizzatrici del Tour e della Vuelta...

E c’erano tutti quelli del ciclismo di casa nostra, ordunque, dai vertici della Federazione Ciclistica Italiana, Ceruti e Reccia ad Agostino Omini e Vittorio Adorni, neopresidente del Panathlon internazionale, da Martini a Ballerini, dall’avvocato Ingrillì a Bruno Reverberi, riferimenti sindacali di atleti e squadre, ciclisti e direttori sportivi... C’erano pure i giornalisti, ovviamente: molti.
E bene, benissimo, se albergherà sul serio nell’animo di tutti - per quanto è di singola, specifica pertinenza - la determinazione REALE di spendere il piccolo o grande obolo che a ciascuno diversamente compete, nella risoluzione di questo problema. Il direttore sportivo, il manager, il medico, l’atleta stesso, l’organizzatore, il giornalista. Tutti insieme. E non tutti insieme appassionatamente, come chi siede per mera convenienza allo stesso tavolo. Ma per convinzione dolente, non per indolente convenienza!
Ci è piaciuto molto questo Giro, questo Giro dal percorso reso pubblico solo “dopo”, solo dopo aver tutti sottoscritto - già, silenzio uguale assenso, oppure no? - l’accordo leale a questi principi di LOTTA COMUNE allo sport dai risultati falsi o falsati. O così, Ingrillì e Reverberi, tanto per dire, o non più. E tutti, o almeno alcuni, a casa.

E ci è piaciuto molto, al proposito, il termine franco usato da Cesare Romiti, un non addetto ai lavori, nei riguardi di chi si dopa. «Chi si dopa è un ladro». Ed è questa la verità unica, amici, niente di più e niente di meno. E i ladri non li vogliamo in nostra compagnia. Via i team manager che arruolano chi è stato appena sospeso per doping, via dalle Nazionali, come sarà in Svezia per Axelsson, i colpevoli riconosciuti... Via quel corporativismo spocchioso e volgare, con l’ossequio di certi media in cambio semmai di un’intervista, che ha annientato la civiltà dello sport e di tanti altri settori diversamente portanti della nostra società - l’avvocatura, la politica, la medicina -, via la complicità di comodo, «perché tutti abbiamo famiglia e figli». Sì, ma è mai possibile che questi nostri figli, non solo ciclistici, debbano per forza crescere e pascersi dei frutti della disonestà?
Ci è piaciuto questo Giro, molto. Un Giro da meditare. Per un ciclismo da medicare e guarire e meritare. Con la speranza, speriamo non condannata ad una cronica utopia, che lo meritino anche i suoi attuali protagonisti.

Gian Paolo Porreca, napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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