Rapporti&Relazioni
Quel che si capisce

di Gian Paolo Ormezzano

La Milano-Sanremo di Vin­cenzo Nibali ha fatto scrivere e parlare di ritorno del ciclismo d’una volta - quello ricco di soffertissima audacia -, scrivere e parlare di ripristino di ci­clismo appunto eroico, di recupero di valori leggendari, sino al mito dell’uomo solo sul traguardo: anche se alla fine tra l’italiano con maglia d’Arabia petroliera e il re­sto del mondo c’erano pochissimi metri. Più o meno negli stessi giorni del successo comunque splendido in assoluto di Nibali, la nuova dirigenza del ciclismo mondiale an­nunciava l’inasprimento della lotta al ciclismo taroccato, quello della pedalata assistita (sembra qua­si linguaggio da dolce stil no­vo…), dei “motorini” elettrici che si sospetta riescano, ancora e sempre più, a celarsi, meglio miniaturizzati intanto che più efficienti, nel telaio o in qualche anfratto del complicato velocipede dei nostri tempi. Con buona pace di chi si stupisce del fatto che non esista un metodo sicuro e dunque fortemente dissuasivo per rintracciarli, così da pensare ad un ritardo tecnologico nei metodi di controllo non diciamo non voluto, cercato, frequentato, ma quanto meno non fortemente combattuto e contrato.

Qui però vogliamo dedicare lo spazio concessoci non tanto al contrasto, allo stridore, all’assurdità di due tematiche così differenti, così contrastanti fra di esse e intanto paradossalmente così conviventi sotto lo stesso cielo, cioè angelificazione eroica e demonizzazione scientifica, quanto a cosa di Nibali e dei “motorini” la gente di oggi può re­cepire, capire, subire, godere, in­somma vivere.

Primo argomento, Nibali. Sicuri che tutti quelli che si sono messi davanti al televisore abbiano avvertito il collegamento, sentimentale prima an­cora che tecnico ed agonistico, del ciclista vittorioso non diciamo no a Girardengo o a Coppi campionissimissimi, ma al quasi recente Merckx, sette volte primo a San­re­mo in svariati modi, fra cui quello messo in atto dal campione siciliano? Sicuri che gli adepti dello sport moderno siano ancora in gra­do di valutare, tecnicamente ma anche poeticamente, una im­pre­sa così, decidendo alla fine di collocarla nello scaffale dei loro pregiati ricordi e delle loro calde valutazioni, e intanto di conferire alla vicenda il peso giusto senza ec­cedere né in algide classificazioni statistiche né in patetici sentimentalismi datati?

Secondo argomento, la pe­da­lata assistita. Sicuri che una eventuale scoperta, presso qualche ciclista agonista o meglio dentro qualche bicicletta da corsa, del marchingegno anzi diciamo pure del dolo, faccia davvero scandalo o che non venga in­vece rubricata fra i progressi tecnologici, con la decisione esplicita o implicita che, se la “cosa” non viene rintracciata, è perché trattasi davvero di capolavoro dell’industria moderna? Sicuri che, tempo qualche anno, non si bandiscano gare ufficiali, protette e sponsorizzate, fra biciclette e pedalatori fruenti della pedalata assistita, specialmente se l’incremento e la diffusione della pratica porteranno a forti interventi industriali, con spinte per una produzione sempre più sofisticata e sempre più costosa, insomma alla concorrenza forte e al consumismo spinto? In fondo, l’idea che il pedalare smetta di es­sere sofferenza o diventi meno sofferto grazie ad una tecnologia in­ventata dall’uomo moderno non sembra più troppo blasfema, alla luce poi di un ciclismo che si trasforma sempre di più in trasporto alternativo, contro i motori e a pro dell’ambiente e di chi in esso vive? Possibile, probabile che all’avvento del cambio di velocità l’uso della “cosa nuova” sia stato considerato come una mezza frode, propiziante proprio una pedalata assistita.
Consegnamo questi pensierini/pen­sieracci all’attenzione dei lettori, che nel caso del ciclismo sono di norma più appassionati e competenti dei giornalisti, e davvero sullo slancio del nostro pedalare professionale offriamo una considerazione di “tecnica umana”, di natura completamente diversa.

Ci spostiamo sul calcio, do­ve per Davide Astori, il capitano della Fiorentina morto nel sonno, ci sono davvero state, nel presunto riccastro, po­tente e prepotente, insomma algido mon­do del pallone, una coralità di dolore, una vastità di buoni sentimenti, una esondazione di tristezza, una intensità di partecipazione da impressionare, e sempre positivamente. Una serie di eventi commemorativi, scaturiti dal pri­mo, tragico, evento di alta dignità intanto che di intensa emotività.
Come è stato - perché non dirlo, perché non portare il fiore all’occhiello? - per Michele Scarponi. Al­meno in questo i due grandi sport del nostro paese sono riusciti a essere fratelli.
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