Sei medaglie e un sesto posto nel medagliere, anche se secondi come numero di medaglie con Germania, Gran Bretagna e Australia. Non solo la gioia di ricominciare ad essere considerati per quello che siamo, ma la doppia soddisfazione di comparire nel medagliere sotto entrambe le colonne, quelle per intenderci contrassegnate dalla lettera W e dalla M, cosa che sinceramente non capitava più così spesso come avremmo voluto tutti noi appassionati e affezionati frequentatori di velodromi. Nello specifico abbiamo - consentitemi il plurale per la passione che da sempre nutro per questa specialità - ottenuto due medaglie con le donne e quattro con gli uomini.
I “puristi”, gli eredi di Maspes e Gaiardoni hanno già ingranato la quarta e attaccano dicendo che nelle specialità veloci non esistiamo più, che siamo il terzo mondo e bla bla bla: i darwiniani, come il sottoscritto, esultano perché dopo aver perso un paio di quadrienni olimpici a pensare cosa fare da grandi, ci siamo rimessi in carreggiata e oggi finalmente abbiamo di nuovo un settore pista che può tornare ad essere considerato tale.
Rieccoli i “puristi”. Quelli del «sì, sei medaglie ma soltanto una è d’oro». Vero, verissimo, ma temo che questi sapienti siano esattamente gli stessi che storcevano il naso quando gli ori li vincevano Giorgia Bronzini o Vera Carrara. Gli stessi che davanti all’oro di Elia Viviani alle Olimpiadi di Rio dicevano che era una medaglia frutto del talento di un singolo, non di una nazione, non di un sistema, non di una scuola. O sbaglio?
No cari miei, non funziona così. Così è troppo facile, signori. Una persona che in questi anni si è nutrita di pista, che ha dedicato la sua vita al ciclismo e che purtroppo oggi noi piangiamo e rimpiangiamo, mi ha sempre detto che «tutti sono capaci di mettere i puntini sulle “i”, ma pochissimi sono quelli che sanno scrivere il tema». Quanto siano attuali le parole di Mario Dagnoni lo sappiamo solo noi.
Mai come oggi abbiamo dimostrato la nostra forza, pochissimi sanno che nell’inseguimento a squadre donne l’Italia è stata l’unica nazione a schierare cinque atlete (le altre per non rischiare hanno corso sempre con le stesse), dimostrando di avere materiale umano in eccedenza, frutto del lavoro e della programmazione. Idem per il settore maschile. Il quartetto è la punta dell’iceberg. Nelle Coppe del Mondo hanno corso atleti più giovani che stanno lavorando da tempo sulla specialità; Consonni e Ganna devono solo scegliere se voler essere protagonisti alle prossime Olimpiadi o no, il loro valore è oramai conclamato, acclamato, riconosciuto da tutti.
Abbiamo talenti di 18 anni come Letizia Paternoster: lei e le ragazze del quartetto juniores campione del Mondo lo scorso anno possono garantire almeno due Olimpiadi al vertice.
Inutile nascondersi. Certo, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: quindi cari puristi, vi cedo l’onore delle armi se si parla di specialità veloci; per la prima volta, o forse una delle pochissime, nessun velocista azzurro era presente alla rassegna iridata tra gli uomini, mentre le giovanissime Miriam Vece ed Elena Bissolati hanno continuato il loro apprendistato, il loro progetto di crescita senza vanità o pretese di risultato, ma consapevoli che il percorso sarà ancora lungo e impegnativo.
Soffermiamoci solo per un attimo ad analizzare i perché della mancata partecipazione degli uomini veloci. Guardiamo la realtà e facciamo una serena disamina dei numeri, perché di numeri si parla.
Oggi nel km da fermo se fai un tempo di un nulla superiore al minuto, per l’esattezza 1’01’’206, sei undicesimo; con 1’02”259 sei diciannovesimo. Per vincere serve stare sotto il minuto: l’olandese Hoogland si è laureato campione del Mondo in 59”517.
Nelle ultime prove di Coppa del Mondo, nel cui programma era presente il km da fermo, gli azzurri presenti hanno fatto tempi tra 1’02”686 e 1’03”322, (lasciamo stare chi e quando altrimenti bisognerebbe scrivere per due giorni…), comunque sia un po’ pochino per pensare anche solo di potersi schierare al via del mondiale.
Idem per la velocità, il primo tempo in qualificazione è stato 9”674, il trentunesimo (31°) 10”137: non dico trentunesimo a caso, il miglior tempo di un azzurro in Coppa del Mondo quest’anno è stato 10”151, il peggiore 10”571… Lascio a voi il resto.
Ritengo, senza se e senza ma, che il settore della velocità vada ricostruito. Ma non sulle macerie di qualcosa che non esiste: va ricostruito dalle fondamenta, ripartendo da zero. So che dicendo questo mi attirerò le inimicizie di diversi addetti ai lavori, ma la realtà è questa. È davanti ai nostri occhi. E lo dice uno che, nonostante tutto, per sostenere l’attività degli sprinter italiani, negli ultimi tre anni si è impegnato in prima persona a organizzare prove di Campionato Italiano di velocità e keirin per uomini Open e U23: bisogna iniziare a lavorare dai Centri Pista - quelli che lavorano davvero - sostenendoli nella loro attività quotidiana con i giovani. Effettuare una selezione per chi ha l’attitudine alle specialità veloci e levar loro di torno tutti quelli che a 15 anni promettono il passaggio alla SKY (sì, perché a 15 anni chi vince in pista normalmente vince anche su strada). Inserirli in un programma serio e che garantisca a questi ragazzi sbocchi per un futuro certo: abbiamo i corpi militari che stanno tornando ad investire sul ciclismo - le Fiamme Azzurre, l’Esercito, la Polizia di Stato -, quindi facciamo in modo che questo sia un valore aggiunto per tutto il movimento, una grande opportunità, e non un salvagente per chi ha come obbiettivo solo il posto sicuro: quello Statale.
Insomma, la pista in Italia è viva e gode di ottima salute. Ha recuperato credibilità grazie al meraviglioso lavoro di tecnici capaci, rispettati e invidiati in tutto il mondo come Marco Villa ed Edoardo Salvoldi, che con i loro collaboratori si impegnano con quotidiana passione e competenza per ottenere il massimo risultato.
L’entusiasmo e l’interesse (stampa, media, appassionati… ) che hanno accompagnato questi Mondiali devono essere propedeutici e di stimolo per tutto il movimento azzurro: in generale il modello di lavoro al quale i nostri tecnici lavorano da tempo sembra essere finalmente realizzato e nonostante qualche disfattista continui a dire il contrario, i progetti esistono e stanno confermando, passo dopo passo, appuntamento dopo appuntamento, la loro validità.
Oggi è il momento di metterli a regime ed applicarli all’attività giovanile. Esiste un progetto talenti che la Federazione Ciclistica Italiana ha varato oramai da qualche anno e che sta iniziando a dare i primi frutti. Esiste un progetto relativo ai Centri Pista, a cui ho accennato poco fa, che prevede lo sviluppo dell’attività con i fatti e non con le parole. I centri devono rappresentare il primo contatto tecnico per gli atleti che poi saranno avviati, a seconda delle attitudini, nelle varie squadre Nazionali.
Questa è oggi la pista in Italia. Questo è quello che sta dietro ai podi e alle ottime prestazioni degli atleti azzurri; le medaglie sono e devono continuare essere la gratificazione in primis per gli atleti, ma devono soprattutto essere il riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto da tutte le componenti impegnate per il raggiungimento del risultato, nonostante siano ancora tanti, forse troppi i “puristi” che passano il tempo a mettere i puntini sulle “i”, e ci ricordano con preciso disfattismo che ai loro tempi l’Italia era l’Italia; e poco importa che nel frattempo il mondo sia cambiato.
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