Questo diciamo capitolo del mio romanzo che la rivista tuttoBICI (sempre sia lodata) ospita pressoché mensilmente - ricordi, paragoni, ricorsi, nostalgie, sospiri, versi d’amore, insomma cazzeggio sincero ed onesto, sempre ispirato al ciclismo -, oggi è in pratica scritto da altri. Gli altri sono tutti quelli che in qualche modo mi stanano, mi snidano, mi raggiungono, quasi sempre via e-mail, con i loro scritti, anche se io non twitto, non feisbukko, non instangrammo, non linkedinko, non bloggo, insomma sono asociale, antitecnologico, eremitico, bunkerizzato. Mi raggiungono e mi promettono/minacciano l’invio, la visione, la lettura in anteprima, via internet, di un loro lavoro ovviamente speciale: un libro, un articolo, un raccontone, un raccontino. Mi rannicchio, mi nascondo, dico che ho testa e occhi stanchi ergo non riesco ad aprire e leggere gli allegati dei messaggi al computer, chiedo almeno i testi dattiloscritti sui vecchi cari fogli di carta con stampate le “cose” sopra, me li fanno pervenire, penso anche spendendo assai, e infatti dopo tre giorni ho fra le mani le bozze del libro, recuperate in qualche ufficio postale o corriere lontanissimo da casa, dove sono finite dopo che il postino o chi per esso aveva suonato invano al mio citofono ma io non ero in casa.
Altri due giorni e la telefonata, perché intanto il mittente si è diabolicamente procurato il mio numero di fisso o di cellulare. Ricevuto il mio libro? Sì. Cosa gliene pare? Non saprei, per ora. Non l’ha ancora letto? Sa, sono in ritardo su Proust e Tolstoi, mi dia tempo.
Di solito lo scrittore, esimio ancorché ignoto, si arrabbia. Eggià, lei è un giornalista arrivato (ma doveeee?), io sono uno qualunque. Ma c’è anche chi mi capisce e generosamente mi dice che richiamerà tra altri due giorni.
In Italia escono ogni giorno 167 (centosessantasetteeeee ogni giornooooo) nuovi libri, secondo una ricerca di due anni fa. Siamo al mondo una delle nazioni i cui bipedi abitatori leggono meno, un terzo di loro non apre manco un libro l’anno. Per i compleanni di certe persone peraltro a me vicine regalo fiori o bottiglie o sciarpe o anche dischi con un bigliettino: “Volevo regalarti un libro, ma ho saputo che ne hai già uno”. Alcuni si offendono, altri, quelli permalosi e vanitosi, mi fanno sapere che di libri ne hanno già tanti, anche dieci. Ci sono in effetti nella bell’Italia più scrittori che lettori. Ma io riesco a sentirmi colpevole verso quel milite ignoto della tastiera, quello che in qualche modo mi ha fatto pervenire la sua sicuramente grande opera. Mi scuso, se penso che sia offeso. E magari leggerò anche le prime pagine del suo libro: se mi conquisterà andrò avanti, sennò lo chiuderò e amen, ma non glielo dirò mai, mi spaccerò per moribondo malatissimo cieco.
Lunga premessa per far magari gaglioffamente sapere che ho letto e goduto, sforando rispetto alle mie abitudini, un foglio arrivatomi per la vecchia cara posta, una busta e dentro, fotocopiato su una sola pagina, un articolo apparso su "A Gardiöra du Matüssian", che non so cosa voglia dire e comunque è una pubblicazione di Sanremo, città ligure di varie risorse e iniziative, dal festival della canzone in giù o in su. Si racconta di come nacque la Milano-Sanremo, gara di ciclisti che sta per riproporsi nel calendarione 2018, e che magari è proprio la più bella corsa ciclistica del mondo. L’articolo di Andrea Gandolfo fa sapere che una Milano-Acqui-Sanremo nacque nell’aprile 1906, come gara automobilistica organizzata a Sanremo e però intitolata al giornale milanese La Gazzetta dello Sport, e fu un disastro: due vetture arrivate su trenta partite.
I sanremesi organizzatori, che si erano appoggiati al giornale di Milano nella persona del suo direttore Eugenio Costamagna, chiesero scusa per l’inesperienza, domandando di potersi riscattare con l’organizzazione di una gara ciclistica sponsorizzata sempre da quella pubblicazione. Ed ecco allora, dal 1907, La Milano-Sanremo ciclistica, primo vincitore Lucien Mazan, francese, meglio noto come Petit Breton, aiutato dall’italiano di Asti Giovanni Gerbi detto Diavolo Rosso, che stoppò nella volata avversari assortiti ed ottenne per questo servizietto dal primo arrivato una ricca compartecipazione agli utili, premi e rimborsi. Costamagna chiese ed ottenne, per autorizzare la prima Milano-Samremo ciclistica intitolata appunto a La Gazzetta dello Sport e per pubblicizzarla sul giornale, un impegno dei sanremesi ciclofili a spendere almeno 700 lire onde concorrere all’organizzazione. La bella cifra fu messa insieme con una sorta di pubblica colletta pro ciclismo, pro bicicletta (la petite reine, piccola regina, dei francesi con Sanremo quasi confinanti).
Ecco, la più bella corsa italiana dice per le sue origini di una valida prova di forza, sia pure indiretta, della bici contro l’auto. Da qui si possono argomentare tante cose, fra l’altro sospirando sul rovesciamento dei rapporti in corso da anni e anche attualmente, cioè tante auto che si prendono le strade intanto facendole pericolose per le bici, ma anche una non vaga ipotesi di rovesciamento prossimo venturo dei rapporti stessi, la bicicletta cioè che si re-impone all’insegna stavolta dell’ecologia, cominciando magari a mettere in atto la restaurazione nelle provvide piste ciclabili dentro la città asfissiata dai gas combusti dei motori a scoppio. Argomento concreto, forte e addirittura vitale, e però quasi poetico, sì da far paura a chi ha il terrore della poesia facile, o frequenta il santo pudore di usarla. Amen, e così (non) sia.
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