Più della stravaganza del Mondiale in Qatar - ebbasta coi piagnistei per il caldone e per il deserto anche in tribuna: il ciclismo ormai è mondiale, si corre ovunque perché gli sponsor hanno interessi ovunque, dunque mettiamo in conto che qualche volta si possa persino avere l’impressione d’essere al luna park, più della singolarità dell’evento sarebbe il caso che noi italiani andassimo in letargo solo dopo una seria riflessione sui risultati azzurri 2016. Non ci possiamo ridurre soltanto a contare le medaglie (brillantissimo, fino ad accecare, l’oro di Viviani), a mettere in fila piazzamenti buoni e piazzamenti imbarazzanti. Per questa contabilità basta un attimo. L’abbiamo fatta subito. È di un altro bilancio che intendo parlare. Meno evidente e immediato, ma certo non meno importante. Tutt’altro.
Io metterei al centro delle valutazioni Davide Cassani. La famiglia federale è ampia e numerosa, un uomo solo non può nulla. Però in questo caso siamo di fronte a un ct particolare, diciamo pure nel segno dei Martini e dei Ballerini, cioè a veri e propri tuttofare, o multitasking come direbbero adesso. Dire che Cassani si riduca a mettere insieme qualche atleta una volta all’anno (stavolta due, anno olimpico), mi sembra davvero surreale. Cioè sopra la realtà, al di fuori della realtà. Cassani è molto di più: a occhio e croce, è un supervisore dell’intera vita azzurra. Un preside. Un dirigente scolastico, secondo le nuove regole. Partecipa dall’asilo delle categorie giovanili fino all’università dei professionisti. Con quali risultati?
In quanto ct dei prof su strada, è a digiuno. I numeri non sono un’opinione. Ma giudicare Cassani in questo modo è altamente ingiusto: dal punto di vista dell’argenteria, senza la caduta di Nibali ai Giochi saremmo probabilmente qui a dire altre cose. Ma torno a dire: non ha senso giudicare Cassani da una medaglia in più o in meno. Personalmente, trovo che il successo di Cassani sia un altro, se vogliamo molto più prezioso dell’oro. E gliene voglio dare pubblicamente atto.
Siamo tutti grandi e vaccinati, la premessa è scontata: Cassani può risultare simpatico o antipatico, ma le valutazioni devono prescindere da questi criteri personali. Guardiamo alla sostanza. Ebbene, chiudendo questo 2016 io mi sento in dovere di considerare Cassani come un piccolo Ciampi. Il paragone è stravagante fino a un certo punto. E comunque Davide se l’è guadagnato sul campo. Lo ricordiamo, il presidente appena scomparso: ricordiamo il significato particolare della sua gerenza al Quirinale. Dopo i decenni cupi e deprimenti in cui parlare di patria e tricolore era una vergogna, Ciampi ebbe il grande coraggio civile di restituire alla patria e al tricolore tutta la dignità che meritano. Cultore della storia risorgimentale, come studioso e come appassionato italiano, gli fu facile inalberare con sincero e rinnovato orgoglio l’amata bandiera. E per tutto il popolo, abituato a sentirsi orgogliosamente italiano soltanto sulle tribune degli stadi, fu naturale riscoprire i propri valori e le proprie radici, tanto da arrivare ormai a sdoganare completamente il senso di patria. Il merito non fu di altri: fu di Ciampi. Che si prese la briga di cominciare, andando controcorrente.
Senza farla troppo lunga, credo che siano già abbastanza chiari i termini del paragone. Cassani sta facendo con la maglia azzurra ciò che Ciampi fece con il tricolore. Non sono lontani i tempi in cui la nazionale era vissuta con fastidio dagli atleti e dai loro padroni. Evito per pudore di ricordare che cos’era ormai il campionato italiano. Passo oltre. Ricordo il resto. Gente che storceva il naso davanti alla convocazione, gente che poneva condizioni, che ricattava, che si concedeva facendola calare dall’altro. E sponsor che mettevano i piedi sul tavolo. E vertici federali distratti, se non assenti (chiedere a Bettini, eventualmente). E la maglia azzurra, e il tricolore? Seccature che ogni tanto venivano a disturbare la visibilità dei club. Ma basta con questa nazionale, ormai non ha più senso, ormai è un vero anacronismo...
Con calma, a piccoli passi, sopportando un sacco di lunatici e di prepotenti, Cassani ha lentamente ridato prestigio e dignità alla maglia azzurra. Partendo dai livelli giovanili, fino ai più alti gradi dei big. La convocazione non è più una seccatura, ma torna a essere un obiettivo stagionale. La maglia azzurra non è più un indumento anonimo e slavato, più o meno come una canottiera, ma un’icona da conquistare e da mettere in bacheca. Come ci è riuscito, il cocciuto Cassani? Credo che il segreto sia uno solo, lo stesso di Ciampi: prima di chiedere passione e amore agli altri, li sente e li vive dentro di sé. Da sempre, fin da quando faceva il gregario per Martini e a quella convocazione teneva da matti, facendone una malattia. È una regola antica come l’uomo: si trasmette ciò che si ha dentro. Se c’è.
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