Rapporti&Relazioni
Emozioni d'Oltralpe

di Gian Paolo Ormezzano

H o 81 anni e dunque sono irrevocabilmente sia un vecchio, sia anche un vec­chio giornalista sportivo. Ho seguito di tutto, ho scritto e persino prescritto (scritto prima ma an­che amollato come un’ordinanza, una prescrizione appunto) a lettori affezionati, ergo mie vittime, di tutto. Con 24 edizioni dei Giochi, estivi e invernali, seguiti giornalisticamente, temo di essere primatista mondiale di giornalismo olimpico, zavorratissimo dalle davvero troppe cose viste e narrate (un ar­ti­colo non significa liberarsi dall’argomento, ma ulteriormente ap­pesantirsi di esso, visto che lo stesso articolo sedimenta nel tempo). Con 28 Giri d’Italia sento che me ne mancano almeno un’altra diecina. Con 15 Tour de France capisco di essere stato fortunato a imbroccarne di bellissimi. Con 6 campionati del mondo di calcio giuro di non sentire, in materia, bisogno di niente di più. Ho seguito per anni la Formula 1 in giro per il mondo, ho scritto da e di tanti Mondiali ed Europei di atletica, nuoto, sci, ba­sket, ping-pong (massì) e ovviamente (tantissimi) ciclismo. In cinque continenti e in tanti paesucci deliziosi. Sono stato in tutto il mon­do ma non in Antartide (però, se è vera la tesi freschissima che si sia trattato della Sardegna, è mia anch’essa), e non ho mai scritto - quasi una conseguenza logica - dello sport del polo, che almeno nel nome richiama la terra dei ghiaccio.
(Fra parentesi: non è la prima vol­ta che qui tratto del mio essere sta­to di fronte agli eventi sportivi, che mi posiziono davanti o dietro ad essi. Magari a chi mi legge non può fregar di meno, ma trattasi di pensieri mobili, irrequieti, che ab­bisognano di continuo esame e ag­giornamento, e che almeno a parer mio vivono più compiutamente se proposti per una condivisione o anche per una opposizione ad essi).

Proseguo. Mi chiedono, ma anche mi chiedo e casomai chiedo, come dogmaticamente so e partecipo che niente è meglio del reportage sul ciclismo e nel ciclismo niente è meglio del Tour de France. Anche perché preferisco la Parigi-Roubaix sinanco alla Milano-Sanremo. Ne ho già scritto, ma c’è la novità della mia fresca stagione di televisione na­zio­nalpopolare alla Rai per 90° Minuto, nella parte ambitissima e invidiatissima dell’opinionista so­lennemente sentenzioso, ambizione massima di milioni di italioti calciofili o calciomani: ed è come se vedessi e fossi visto con altre lenti. La domanda sulle gerarchie del mio interesse, sulle classifiche del mio ricordo, dopo la mia stagione calciotelevisiva ha assunto nei miei riguardi una particolare intensità, comunque sia nata e comunque arrivi a me. Ho persino - confesso - cercato la risposta sboccata, quasi trucida: alla fine del Tour e al ritorno a Parigi dalla Roubaix mi ha aspettato per tanti anni una città che mi offriva ristoranti sublimi e notti hard, mentre il Giro d’Italia mi offriva il ritorno rapido da Milano alla mia calma e arciconosciuta Torino, la Milano-Sanremo il caos sicuro della città dei fiori,un casinò comunque infido e un ritorno notturno autoingorgato.

Ma non è così. E allora tento spiegazioncelle va­rie. Io ho amato il Tour per il suo “durante”, non per il suo “dopo”. Idem della Parigi-Roubaix, che non fa un centimetro di Belgio ma che è corsa belga co­me poche altre, di quelle in cui an­che la birra schiumeggia ciclismo, salvo rifarsi tutta francese al di là delle pedalate. Potrei ancorarmi a tanti episodietti per dire di questo amore, e provo a fare uno slalom veloce nella memoria anche futile: la scoperta dell’assenzio in uno sconfinamento spagnolo del Tour sui Pirenei, le ostriche di La Ro­chelle con Antoine Blondin che scriveva cosine gialle per l’Equipe e adesso viene resuscitato come un grande assoluto della letteratura francese, il protomarocchino che a Tolosa la caldissima vendeva, nel dopotappa, tappeti di bar in bar, chiedendo mettiamo 500 franchi per un bell’esemplare, trovava il giornalista francese che gli diceva di fare un giro per la città (era se­ra) e tornare lì e lui 200 franchi glieli avrebbe dati comunque e al­lora il protomarocchino vittorioso diceva “pas question, monsieur, perché dovrei fare il giro della città?, mi dia subito i 200 franchi ed eccole il tappeto”. E a Parigi l’hard-show del Concert Mayol con Bettina Ura­nium (nome d’arte, ma va?) parzialissimamente occultata solo da una conchiglia cache-sèxe, e Rosy Fumetto che tutta nuda al Crazy Horse ricordava Torino e Bologna le sue due città. E di ritorno in autostrada da Roubaix la so­sta canonica ad Arras, in un ristorante che ci aspettava e conservava e restituiva a fine cena i nostri cappotti da quella volta che un giornalista italiano bevutello per sbaglio era andato a Parigi con l’impermeabile di un avventore, privato di tutto ma proprio tutto, chiavi di casa e dell’auto e documenti assortiti e persino un accendino.

Piccole cose, impressioni personali, devozione ec­cessiva alla Francia, soggezione nei riguardi della Francia, nazionalmasochismo, sputacchiamento nel piatto dove più si mangia, demenza senile con sfaccettature porno, fatti miei vergognosamente ammollati approfittando di un certo veicolo, cioè questa pubblicazione? Forse, ma cosa ci posso fare? Anzi: perché mai ci dovrei fare qualcosa?
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