Gennaio, il 2 gennaio sarà più in là. Anche se l’incrocio fra dicembre e l’anno nuovo è sempre un indefinito confine. Ma questo mese già parliamo, e non per l’attesa di un anniversario da cifra tonda, come raccomandavano quei direttori di giornale troppo giovani che alle cifre dispari non sapevano porre rimedio, questo mese (dicevamo) già parliamo di Coppi. Di quel Coppi che per noi ha ancora il primo posto, primo pure per distacco su un celebre studio legale omonimo, nei motori dei ricerca degli internauti. Coppi Fausto, di secondo nome, o per vocazione, Angelo.
Ne parliamo qui, per dare omaggio ad un libro che arriva ultimissimo, nella ricca storiografia del campionissimo, ma in qualche modo, incredibilmente, ne colma una lacuna specifica.
Parliamo de Il Libro dei Libri, di Ezio Zanenga, di recente presentato all’EXPO di Milano ed in uscita ufficiale annunciata per il 2 gennaio venturo, appunto, per l’editore Sette Giorni di Tortona. Parliamo, ma non è questa una propria recensione, di un libro accattivante, che nelle sue 136 pagine passa in rassegna - anzi, in rivista - tutte le opere, i testi, gli opuscoli che su Fausto Coppi, prima e dopo la sua scomparsa, avvenuta il 2 gennaio 1960, una data canonica intesa ormai come displuvio multiplo di due epoche di vita e di mondo e di sport.
Ezio Zanenga, appassionato ricercatore e narratore di ciclismo di Treviglio, ci regala un repertorio che sublima al cubo, fra citazioni e calendari e copertine e dorsi editoriali, un amore ed una attenzione ineguagliabile. Dove con Coppi e per Coppi sfilano fra gli altri Bruno Raschi, Gian Paolo Ormezzano, Gianni Brera, Giorgio Bocca, Pierre Chany, Roger Bastide, Sergio Neri, Gianni Cerri, Marco Pastonesi, Gianni Rossi, Carlo Delfino, Rino Negri, Anna Maria Ortese, Alessandra De Stefano, Jean Paul Ollivier... A ciascuno il suo...
Ma Ezio Zanenga, sotto le stelle di Coppi, ci ha ancor più donato, a dicembre, a voce, e non solo per iscritto, una sua personale immagine di primavera. Nel segno di Fausto, ci ha ricordato, infatti, le primavere del Giro della Campania, vinto nel ’54 e nel ’55, all’Arenaccia... E di come il ciclismo, pure nel profondo inverno, evochi già il sole, al solo recitarlo. Il sole e la nostra migliore stagione.
«Quando penso a Coppi vittorioso a casa vostra, agli arrivi sul velodromo dell’Arenaccia, cosa vuoi, penso ancor più alla giovinezza. Io quelle vittorie non le vidi, ma, sai, ho fatto poi il militare proprio da voi a Napoli, nella caserma Mameli, di fronte al velodromo, e me lo immaginavo, io che di ciclismo ero innamorato già, entrare nel velodromo, da solo, e la gente così calorosa, come voi del Sud, che si alzava in piedi e lo applaudiva...», confidava.
Una immagine folgorante di Coppi a Napoli, benvenuto al Sud. Imperatore senza alzare la voce mai, senza clamore. Coppi che entra all’Arenaccia. Una immagine, in bianco e nero, dagli angoli ritagliati con dolcezza, che torna infinitamente più bella perché offerta, come una figurina santa, da un amico che vive in Piemonte. Da noi, dalla Campania, così lontano. Anche se il ciclismo, disciplina che unisce, quanto il calcio invece divide, resta lo sport nazionale di una infinita regione sola.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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