Strettamente personale. Chi non è interessato a quello che magari bizzarramente scrivo, desista subito. Se va sino alla fine e si arrabbia, non dica poi che non lo avevo avvertito.
Dunque: io al ciclismo praticato da giornalista devo pane e caviale, lo amo anche se non sempre gli voglio bene. Non mi va il doping, ad esempio, o meglio un certo modo illegale, ma soprattutto truffaldino nei riguardi degli altri, di usare la progredita e anche spinta medicina disciplina sportiva. A mano a mano che invecchio e mi fanno totem (basta l’età, sia chiaro, nessun merito speciale: e infatti io sempre parlo di mie squallide ragioni anagrafiche) ricevo sempre più inviti da persone, associazioni, circoscrizioni, teatri, scuole, università della terza e anche decima età, club, società, convitati a cene o pranzi tematici, circoli, tavole rotonde, tavole quadrate, tavole rettangolari, per parlare di ciclismo ad un pubblico di vecchi vecchissimi o di giovani invecchiati che sospirano sulla crisi anzi spesso sulla decadenza dello sport della bicicletta, che invece secondo me sta conoscendo nel mondo il periodo di suo massimo splendore (cose già scritto qui, ma repetita juvant: non repetita juve, come provocatoriamente diceva ai suoi redattori napoletani un direttore calciofilo piemontese di un grande giornale del Sud). Molto spesso però, oltre ad invitarmi a dire la mia su questo tema cosmico, mi chiedono di dire la mia su un tema comico, che si chiama gioco del calcio in Italia, e ad un certo punto, dal loro intenso interesse pruriginoso e persino sporco, ho il vago sospetto che tutti, compresi i corridori, i campioni partecipanti al teatrino, siano in fondo calciomani ai quali del ciclismo, in fondo in fondo, non frega niente.
Il problema qui, in questo articolo, non è comunque quello di cercare ancora una volta di spiegare che il ciclismo è diventato sport del mondo tutto, emisfero australe compreso, con competizioni dodici mesi su dodici, alla faccia dei ridicoli raduni invernali sulla nostra riviera dove ormai piove sempre, con corridori forti ormai da ogni posto del mondo. con pratica enorme dovunque e da parte di maschi e di femmine, con vasto e splendido arrière-gout ecologico, con futuro garantito dalla fine del petrolio per motori non umani. Chi capisce capisce, gli altri si possono masturbare di nostalgia di quello che era, lo si capisce adesso, il nostro piccolo villaggio italo-franco-belga, posto comunque di splendide avventure poetiche.
Il problema vero è quello di capire perché rappresentanti di uno sport come non mai divampante davvero, in tutto il mondo, uno sport globale ed ecumenico, umile e santo, morale come ispiratore e cultore e cantore di fatica onesta, abbia adepti anche importanti che alla fin fine vogliono parlare di calcio e mi chiedono: “Ma tu che sai le cose, adesso a noi, qui, puoi dire davvero perché tizio ha rotto sul campo di calcio con Caio”. Come se io da giornalista (lo faccio da appena sessantuno anni, è vero, ma è pur sempre qualcosa) avessi celato, per paura o chissaccosa, ai miei lettori non solo un particolare importante e soprattutto un problema sportivo di fondo, avessi coltivato e sostenuto tesi che però non partecipo, insomma fossi stato un disonesto, un gaglioffo, un censore di me stesso.
Cosa ha diabolico, di perverso, di orrendamente forte il calcio per penetrare/penetrarci, per condizionarci sino a questo punto? Sappiamo tutti che è marcio, fasullo, corrotto, miserabile, posseduto dalla mafia e dalla camorra e insomma dal crimine, “recitato” da dirigenti scarsi o disonesti, da procuratori astutissimi e rapaci, da calciatori che sono pronti a tradire i loro eventuali affetti ed anche i loro concreti contratti in cambio di più denaro, capaci i migliori (!!!???) di inventare la nauseabonda non esultanza per il gol se lo hanno segnato a chi sino a ieri passava loro lo stipendio.
Tutti sappiamo tutto, dunque sappiamo tutto del suo male, eppure tutti siamo di lui schiavi, succubi, precettati, adepti, arruolati, membri, lanzichenecchi, adoratori, cultori, leccapiedi e scendiletto. Parlo con quello lì, o parlo con gli astanti di quello lì che è proprio lì, davanti a loro ed a me, e che è uno che ha vinto il Giro d’Italia, spero che né il mio campione né altri mi chiedano indiscrezioni su certa squadra di calcio, macché.
Il fondo dell’abiezione: quel giorno in cui un nostro ciclista celebre e bravo vinse la Milano-Sanremo, riuscii ad avvicinarlo subito dopo il traguardo e gli dissi di lasciar perdere ogni riferimento alla sua squadra calcistica del cuore, fra l’altro da me non amata, onde non rimpicciolire ed impoverire la sua vittoria davvero storica, e lui protervo mi disse: “Magari non ci pensavo, ti ringrazio di avermi dato l’idea”. Andò alla tivù e dedicò il suo successo a questa squadra pallonara, pallonarisisma. Che già non amavo e che “disamai”, se possibile, ancora di più.
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