Il regalo di Natale è arrivato con qualche giorno di anticipo. Ce l’ha impacchettato la Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Personalmente, non è esattamente quello che desideravo, ma bisogna sapersi accontentare: sognavo la radiazione dopo il primo doping accertato, sono arrivati quattro anni.
Non è per spirito forcaiolo che sognavo la radiazione. C’erano dei motivi seri. Il primo: in situazioni di tremenda emergenza, servono norme di emergenza. Avrei lasciato aperta soltanto una porta: la possibilità di cambiare la radiazione in una squalifica comunque pesante nel caso in cui il condannato rivelasse nomi e circostanze in grado di abbattere un giro di truffatori. E poi il secondo motivo: con la radiazione, ci leveremmo dalle scatole i loschi figuri per sempre, senza rischiare di ritrovarceli qualche anno dopo magari sulle ammiraglie o nei ruoli tecnici di qualche federazione.
Niente da fare: resterà tutto un sogno. Dobbiamo accettare la soluzione trovata dalla Wada, trovata lottando contro le resistenze di tante federazioni e di tanti Stati. Quattro anni dopo il primo caso conclamato. Comunque non è per niente male. Si comincia a ragionare.
Sostanzialmente, quattro anni sono un periodo adeguato per rendere molto, molto difficile il ritorno di un atleta ai massimi livelli. Per quanto l’individuo possa tenersi in esercizio infiltrandosi nelle gran fondo con barba e occhiali finti, è dura per chiunque tenere il fisico allenato in un certo modo per così tanto tempo. E comunque, è dura anche non incassare stipendi per quarantotto mesi: a meno che un tizio non abbia messo da parte milioni e milioni truffando in precedenza, presto o tardi c’è sempre una moglie o una madre che prende per le orecchie il lenone e gli dice chiaro e tondo di levarsi la bicicletta dalla testa, vai a lavorare che qui non abbiamo più bisogno di campioni a sbafo.
Sì, quattro anni di squalifica sono una buona conquista. Se ci saranno anche controlli a sorpresa sempre maggiori, ma davvero a sorpresa, nonché una sempre maggiore collaborazione di case farmaceutiche e giustizia ordinaria (quella sportiva, ormai, non la conto più: arriva sempre dopo la banda), se ci sarà insomma una determinata politica di deterrenza e di castigo, doparsi diventerà sempre meno conveniente. Sempre più un pessimo affare. Roba per disperati. O per incoscienti. O per idioti.
Non vorrei dare l’impressione di credere a Biancaneve e alle cicogne. Va bene la speranza di rendere il doping sempre più rischioso e costoso (in termini di pene), ma certo non sono qui a dire che il doping prima o poi sparirà. Non lo dirò mai, finchè esisterà l’ultimo atleta (l’ultimo uomo) sul pianeta Terra. Per me, il doping è come l’evasione fiscale: una tentazione troppo forte. Che ci tocca tutti, suadente e affascinante. Terribilmente difficile resistere. Soprattutto, impossibile pensare che tutti possano resistere. Così, come per l’evasione bisogna solo cercare di renderla rischiosissima e costosissima, per farla diventare sempre meno appetibile e popolare, allo stesso modo penso si debba agire con il doping. Esiste, continuerà ad esistere: ma un conto è il doping allegro e generalizzato di certe epoche recenti, un altro sarebbe (sarà) il doping difficile, rischioso, costoso, del futuro, opzione praticabile solo da certi fetenti professionali e senza scrupoli, comunque minoranza. Un conto è il dopato caso eccezionale in mezzo a una moltitudine di onesti, un altro è il pulito caso eccezionale in mezzo a una moltitudine di tossici. Come è stato fino a ieri, o fino all’altro ieri.
In attesa che il 2015 - data di introduzione dei quattro anni - arrivi presto, possiamo ingannare l’attesa con un giochino della memoria: proviamo a immaginare come sarebbe il ciclismo degli ultimi quindici anni con la norma già attiva. A occhio e croce, io dico che dovremmo riscrivere completamente la storia. Come fosse un altro sport.
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