Scampati al terribile maggio del Giro d’Italia, con il muschio sotto le ascelle e l’artrite deformante in tutte le articolazioni, due cose mi sembrano assodate: abbiamo completato la costruzione del nuovo campione, Nibali, dobbiamo ancora completare la costruzione del Giro perfetto. Su questo secondo aspetto, c’è ancora molto fa lavorare. Soprattutto, su un aspetto fondamentale: il calendario.
Ci siamo capiti. L’ultimo maggio passerà alla storia chiaramente come eccezionale e magari irripetibile, però ciò non toglie che un Giro così anticipato, ai primi del mese, sia inevitabilmente destinato a finire sotto schiaffo da parte del meteo. L’hanno detto e scritto in tutte le salse: non esistono più le mezze stagioni. Non esistono certo per il Giro. Così, non possiamo più cadere dalle nuvole: in quel periodo, le nuvole stazionano stabilmente sull’Italia e ci riversano di tutto. Pioggia, neve, gelo. La corsa ne esce a dir poco condizionata, per non dire completamente stravolta. Il percorso finisce per contare relativamente, lo stesso spessore dei big in gara finisce per variare: fa più danni la grandine, emergono soltanto gli uomini yeti.
Inutile nasconderci che la collocazione così anticipata del Giro è dannosa. Si arriva persino ai punti più clamorosi delle montagne cancellate, anche e soprattutto delle montagne più prestigiose, i nomi che rendono la corsa rosa nobile e aristocratica. Quando i francesi fanno tanto i fenomeni per il successo del Tour, a me piacerebbe chiedere per un paio d’anni il cambio di calendario: la loro corsa a maggio, il Giro a luglio. E vorrei vedere. Vorrei proprio vedere il Giro che passa lungo le nostre spiagge o sui nostri passi alpini a scuole chiuse, a vacanze avviate, a località turistiche piene, e con un gran sole a scaldare l’anima del pubblico. Vorrei proprio vedere, poi, chi ha la corsa più bella e più seguita…
Questo discorso, però, è solo un’amenità patriottica di genere fantasy. È chiaro che mai e poi mai il Tour mollerebbe luglio. Mi sembra pure giusto. Diverso però il discorso meno radicale, molto più realistico, di restituire al Giro una collocazione un po’ meno polare: in definitiva, sarebbe decisivo anche solo uno slittamento verso l’antico calendario, spostando la corsa di una o due settimane. Perfetto sarebbe riposizionarla nella seconda parte di maggio e nei primissimi giorni di giugno.
Allora sì che molte cose cambierebbero. Non si partirebbe più con l’incubo della terza settimana, con il terrore che il maltempo della tarda primavera possa sconvolgere percorsi e spettacolo. Certo un temporale o una spruzzata di neve possono sempre capitare nel modo più eccentrico, ma un conto è il caso sporadico, un altro è l’era glaciale dell’ultimo Giro.
Purtroppo, il Giro è anche vittima di se stesso. Alcuni anni fa, alla revisione dei calendari, con l’altro colpo di genio del mondiale a ottobre che non corre più nessuno, i vertici della corsa rosa accettarono senza battere ciglio l’anticipo del Giro. Accettarono persino la concomitanza con il Giro della California, se è solo per quello. Non dico che avrebbero potuto imporre tranquillamente il proprio interesse: dico soltanto che avrebbero dovuto battersi sanguinosamente per difendere il proprio patrimonio. Certo si può fare ancora, perché niente è immutabile. Si tratta di prendere atto di questa emergenza - emersa in modo eclatante all’ultimo Giro - e ripartire a livello politico con una richiesta precisa. Non avremo il peso del Tour, ma non siamo neppure la sagra del radicchio, dopo tutto. Spero proprio che Acquarone e Vegni, ai tavoli giusti, comincino a picchiare qualche pugno.
In caso contrario, meglio rassegnarci. Partendo ai primi di maggio, ci portiamo dietro la maledizione. Inutile però lamentarci. Dobbiamo sapere che più del percorso, più delle montagne mitiche, più dei campioni ingaggiati, più di tutto conterà e deciderà il meteo. Però poi voglio vedere quanti big avranno ancora voglia di venire al famigerato Giro On Ice.
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