È prassi a pochi giorni dalla fine di un Giro ritrovarsi attorno ad un tavolo, bocce ferme e mente sgombra, per ragionare in profondità sull’andamento della manifestazione e tirare un bilancio complessivo. Anche se non servirà a nessuno, anche se sarà vissuta come un’indebita intromissione, ho anch’io un mio personalissimo dossier, maturato in tre settimane di studio. Lo offro gratuitamente al servizio della causa, con tanta passione.
Punto primo, il percorso. L’edizione 2012 si è dimostrata nella pratica come già appariva chiaramente al momento della presentazione: noiosa come il morbillo per due settimane e mezza, bella negli ultimi tre giorni. Certo alla presentazione tutti dicono sempre la stessa cosa, “Giro duro, andrà interpretato nel modo giusto, anche le tappe che sembrano più facili in realtà nascondono insidie”. Ma è una recita secolare, che non andrebbe ascoltata da chi disegna il tracciato. Difatti, nella realtà, è andata come è andata. Edizione fiacca e barbosa. Ci si può vantare di non aver obbligato i corridori a faticosi trasferimenti, ma non mi sembra un grandissimo risultato. Se per sollevarli dalle fatiche dei trasferimenti li solleviamo anche dalle fatiche della tappe, il Giro è morto. Piacerà molto al gruppo, piacerà zero al pubblico. Bisogna decidere una volta per tutte a chi piacere.
Punto due, il cast. Strada facendo ci siamo appassionati anche a Rodriguez e Hesjedal, alla fine persino a De Gendt, però dobbiamo essere sinceri: mai più un cast così misero. E mai più quello Schleck senior che viene soltanto per raccontare in Giro un nome illustre. C’è un bisogno disperato di leader veri, che corrono una corsa vera. I Contador, gli Evans, gli Schleck Junior, i Wiggins, i Sanchez, i Nibali. Magari non tutti, ma almeno qualcuno, oltre ai Basso e agli Scarponi. E per favore non tiriamo più fuori la storiella che i campioni evitano l’Italia causa percorso troppo duro: quest’anno, con percorso light, ce n’erano meno ancora. Un fuggi fuggi generale. Poche storie: il Giro deve smetterla di essere un Tour di serie B, ma deve tornare decisamente ad essere “la corsa più dura del mondo nel paese più bello del mondo”. Chi non viene a vincerlo, non sarà mai un campione vero e completo. Come un medico che ha laurea, ma non la specializzazione.
Punto tre, il pubblico. Lo dico davvero con tanta malinconia, ma sarebbe stupido nasconderci la verità: da anni non vedevo così poca gente attorno al Giro. Alcune tappe grandiose (Pampeago e Stelvio), ma nella media tanti vuoti a bordo strada. Alcune mete, tipo Falzes, tipo Lago Laceno, addirittura desolanti. Di chi la colpa? Dei punti uno e due: percorso anonimo, cast pure. Ma anche del punto quattro, che vado a illustrare.
Punto quattro, la televisione. Immagini di altissimo livello, niente da dire. Cronaca di Pancani-Cassani di assoluta dignità. Ma drammatico l’approfondimento. Il “Processo” di quest’anno può passare alla storia come il peggiore di sempre. Inutili sfilate di ospiti inutili, mai un dibattito acceso, mai un’accusa e una condanna, solo quattro chiacchiere in amicizia e un po’ di uncinetto. I casi sono due: o si cambia radicalmente il programma, o quanto meno si cambia il nome. Questo, così com’è, non può più chiamarsi “Processo alla tappa”. È un affronto al fondatore Zavoli. Se vogliono insistere con la formula del borotalk-show, io mi sono segnato una mezza proposta: “Viva tutti”.
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