Gatti & Misfatti
Un Uomo

di Cristiano Gatti

Febbraio 2011 è un mese molto particolare: è il tem­po dei 90 anni di Alfredo Martini. Inevitabilmente, è il tem­po della sua beatificazione in vita, perché così merita il personaggio, perché così è giusto sia.

Caro Alfredo, mi perdonerai se non aggiungo superlativi ai superlativi, se non porto il mio mattoncino all’edificazione del mausoleo. Sarebbe un intervento superfluo e noioso, perché andrebbe ad aggiungersi sopra una mole già incalcolabile di belle cose, tutte verissime e tutte meritatissime. Se permetti, mi limito solo a mandarti due righe in amicizia.

Ho sempre un certo pudore e una certa cautela nell’usare la parola “vecchio”. Il termine evoca subito rughe, malinconia, inabilità, de­cadenza. Come diceva Terenzio, poi copiato da Cicerone, la vecchiaia è già di per sé una malattia. Eppure, non so perché, di fronte a 90 anni così darti del vecchio mi riempie di ammirazione e di rispetto. Vecchio Al­fre­do, con te la vecchiaia torna ad essere quello stato dello spirito che soltanto i filosofi e i ro­manzieri hanno saputo declinare come ricchezza inestimabile. Non starò qui a dirti che sei un giovane ragazzo che si avvicina al secolo: è un bel modo di dire le cose, ma lo sappiamo benissimo che è una grossa bugia. Al­fredo, in realtà sei molto, molto, molto in là con gli anni. Stai stracciando grandi record. E non c’è nulla che possa nasconderlo. Non c’è nulla che debba nasconderlo. Perché è bellissimo così, semplicemete così.
Però, proprio mentre non faccio nulla per nascondere la montagna dei tuoi anni, una cosa devo subito ag­giungerla: in tutta sincerità, sei il più bel vecchio che io abbia mai incontrato. Sei un novantenne che non ha vissuto 90 an­ni invano. Sei un novantenne che ragiona più svelto, più nobile e più fresco di tanti trentenni, quarantenni, cinquantenni. Sei un novantenne che senza lauree alla Sorbona ha raggiunto la sa­pienza dei giusti. Sei un novantenne che non ha perso per strada gusti, aspirazioni, entusiasmi. Sei un novantenne che ancora sa sognare. Sei un novantenne che anche nei momenti più drammatici - e non mi riferisco certo alle tue giornate di corse mondiali - ha sempre trovato la lucidità per pensieri e parole altissime: non dimenticherò mai la tua “omelia” sul pulpito dei preti, tu ateo incallito, per ricordare l’amato Franco Ballerini, senza una sola caduta nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nella retorica lacrimosa, e tutto questo all’alba dei 90 anni, nel pieno dell’emozione e del dolore.

Certo non posso dimenticare che sei anche un novantenne con il gusto della bat­tuta e della barzelletta, un no­vantenne che ogni tanto si gira per guardare la ventenne, un novantenne che sa stare a ta­vola in amicizia e in goliardia. Un novantenne curioso, un no­vantenne che legge, un novantenne che sa ascoltare.
Ma siccome non ti voglio fare un torto, dipingendoti a mia volta come un vecchio perfetto, non nasconderò che anche tu hai i tuoi di­fetti. Uno che io personalmente non ho mai capito è questa tua capacità di essere amico di chiunque: sai, io sono profondamente convinto che se sei amico - vero, affiatato, leale - di Tizio, matematicamente non puoi essere amico di Caio, perché certe af­finità d’animo non sono buone per tutti gli usi e per tutte le stagioni. Tu invece riesci ad essere amico del mondo intero, e questo francamente resterà sempre per me un mistero inestricabile. Ancora: so benissimo che nella tua vita interminabile anche tu hai dovuto accettare, proporre, favorire compromessi, il che a li­vello teorico contrasta con l’im­magine del personaggio a schiena dritta, tutto d’un pezzo, che giustamente tutti quanti ti ritagliano addosso. Però attenzione: mentre ti rinfaccio queste cose, ho ben presente la più importante di tutte, e cioè che nessuno è perfetto, che tutti noi siamo per natura fragili, che per fortuna siamo fatti di bene e di male, di bianco e di nero, di dolce e di amaro, dunque è giusto e sacrosanto guardare al bilancio generale, non alle singole voci di questo bilancio.

Eallora, caro Alfredo, lascia che ti saluti, che ti auguri tutto il bene, con un mio sommesso bilancio. Non so a cosa serva, credo sia come una am­mirata stretta di mano. Dopo averti a lungo conosciuto e frequentato, posso sinceramente concludere che hai centrato davvero il traguardo più difficile e più importante: anno dopo an­no, sei diventato un uomo unico e insostituibile per la tua famiglia, per il ciclismo azzurro, per il tuo Paese e per i tuoi amici. Non sono molti a poterlo dire. Certo, l’ho fatta anche un po’ troppo complicata. Faccio prima a dirti che in novant’anni sei diventato un grande Uomo, con la U maiuscola, che conta più di qualunque onorificenza e di qualunque titolo. Detto da me non ha alcun valore giuridico, ma è detto con il cuore, con il ciglio quasi umido, al massimo del ri­spetto e della stima. Io non ho mai avuto nonni, perché sono morti prima che nascessi. Ma mi sarebbe piaciuto molto averne uno come te. Stammi bene e ri­guardati sempre, perché dobbiamo vederci alla festa dei cento. Nell’attesa, già che ci sono, la­scia che ti ringrazi per questa tua bellissima lezione sull’arte di invecchiare. C’è chi si vanta di essere un vero uomo, magari per mille conquiste femminili o per il coraggio un po’ idiota dimostrato in occasioni rischiose. Bea­to te, che semplicemente sei un uomo vero.
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