Editoriale
COLPO SIGNIFICATIVO. A sei mesi dalla sua positività, il Comitato disciplinare spagnolo ha deciso di chiedere un anno di sospensione per Alberto Contador, secondo quanto prevede l’articolo 10.5.2 del regolamento Wada (sanzione ridotta per “colpa non significativa”). La decisione del Comité non è definitiva. La parola ora passa ai legali di Contador, i quali hanno dieci giorni per presentare la memoria difensiva. La decisione definitiva? A metà di questo mese. In ogni caso non sarà la conclusione di questa intricata vicenda: Contador, ma anche Uci e Wada, se non soddisfatti avranno la possibilità di ricorrere al Tas di Losanna. Ma ancora più probabile è che la Wada decida di andare oltre alla “colpa non significativa”, visto che oltre al clembuterolo c’è qualcosa di molto più significativo, come le tracce di DEHP, ovvero di-etilesilftalato, una sostanza utilizzata per confezionare le sacche destinate all’autoemotrasfusione. Vi ricordate? La notizia non è nuova, visto che era già circolata nei mesi scorsi. Ma la novità è che quel test discusso e discutibile, adesso è stato validato dalla Wada, dopo essere stato pubblicato l’8 dicembre scorso sull’autorevole rivista scientifica Analytical and Bioanalytical Chemistry. E siccome i regolamenti prevedono che con i nuovi test si possano analizzare anche vecchi campioni, ecco che sulla testa di Contador si aggirano minacciose nubi. Si tratterebbe, in questo caso, non più di pochi picogrammi di clenbuterolo, attribuiti dal corridore ad una bistecca contaminata, ma di un vero e proprio doping ematico. Ovvio che il fisico umano non produca «ftalati». Ovvio che la loro presenza rappresenti il segnale indiretto di una ben più grave avvenuta manipolazione ematica. Ovvio che con questo nuovo esame la lotta al doping mette a segno un “colpo significativo”. Ovvio che per Contador si mette male. Ovvio che per questioni politiche, tutto questo può essere anche ignorato. E anche in questo caso potrebbe essere “un colpo significativo”: alla credibilità del nostro sport.

APPREZZATO. Manolo Saiz torna a farsi vivo con messaggi sibillini su twitter. In due messaggi il tecnico spagnolo ha scritto: «L’11-11-2011 (scritto 200ONCE, ndr) ci saranno delle novità. Io sono ancora qui, me lo chiedono i miei ciclisti. Al mio ritorno prometto di essere come sono, fedele ai miei principi, quelli che molti hanno apprezzato». Anche all’Uci?

SILENZIO, PLEASE. Lance Armstrong è tornato a parlare dopo un lungo periodo di silenzio. In una intervista concessa al quotidiano The Sydney Morning Herald, il texano ha tuonato: «L’anarchia e la totale mancanza di solidarietà e di unità caratterizzano il ciclismo di oggi. Vedo che in molti altri sport i problemi vengono affrontati in maniera unitaria e i risultati si ottengono, mentre nel ciclismo non succede altrettanto». Sono d’accordissimo con il fuoriclasse di Austin, ma a Lance chiedo solo una cosa: cosa ha fatto nel 2006, per impedire che Ullrich, Basso e compagnia fossero cacciati come appestati dal Tour de France? In quel preciso momento storico di prove certe non ce n’erano, ma la sua voce - al pari di quella degli altri - non si è sentita. Silenzio, please.

TUTTO IN FAMIGLIA. In Italia, comunque la si pensi, sappiamo tutto sul conflitto di interessi. E per questo alziamo la testa, magari preventivamente, quando ne sentiamo parlare. Difatti, non è la prima volta che ne parlo e prevedo che non sarà l’ultima. Accade ora che la famiglia McQuaid si stia “allargando” nel mondo del ciclismo: accanto a Pat, che del ciclismo mondiale è il presidente, ci sono infatti i figli Andrew (procuratore) e David (direttore di organizzazione della Mumbai Cyclothon, corsa indiana che presto potrebbe entrare nel ProTour) ed ora anche il fratello del presidente, Darach, azionista della Shadetree Sports, società che fa consulenza per la candidatura statunitense di Richmond ai mondiali del 2015. Tutto bene, no? Soprattutto tutto in famiglia.

C’È MA NON C’È. «Ritenuto che il dottor Ettore Torri, procuratore capo della procura antidoping del CONI, nello svolgimento delle funzioni non fa parte dell’organico del CONI, né riveste la qualifica di tesserato, il Garante del Codice di Comportamento Sportivo dispone il non luogo a procedere». È questa la testuale risposta che l’ente deputato a giudicare il comportamento di tutti coloro che fanno parte dell’ordinamento sportivo ha recapitato alle associazioni dei corridori (ACCPI), dei direttori sportivi (ADISPRO), dei gruppi sportivi (ASSOGRUPPI) e dei medici del ciclismo (AIMEC), che avevano richiesto il suo intervento in seguito alla frase pronunciata nel mese di ottobre dal dottor Ettore Torri: «Tutti i ciclisti sono dei dopati».
Non vorrei tediare nessuno con codici e codicilli, ma questa vicenda merita una brevissima riflessione. È naturale che Torri non faccia parte del Coni: è una figura super partes e come tale deve rimanere ed essere considerata. È altrettanto vero, però, che non siamo al bar, e Torri ricoprendo un ruolo e una posizione di assoluta responsabilità, non può di conseguenza lasciarsi andare a commenti da Processo del Lunedì. L’articolo 13 bis dello Statuto del Coni prevede che sono tenuti all’osservanza del Codice del comportamento sportivo non soltanto i tesserati, «ma qualsiasi soggetto dell’ordinamento sportivo che ricopra altre qualifiche da quelle predette, compresi i componenti degli organi centrali e periferici del Coni». Insomma, un richiamino al dottor Ettore Torri ci stava anche. Ad ogni modo, a tutelare l’Accpi e le altre associazioni di categoria che hanno chiesto a gran voce di avere soddisfazione dopo le dichiarazioni del capo della Procura, ci penserà la giustizia ordinaria che già oggi evidenzia tutti i limiti di quella sportiva: una giustizia che c’è, ma non c’è. Proprio come Torri.

Pier Augusto Stagi
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