Dovremmo essere a cavallo: il direttore di Raisport è un grande conoscitore del ciclismo, uno dei suoi vice pure. Lo sono per un’esperienza maturata sul campo, anzi in corsa, negli ultimi anni: di fatto, ne sono i gestori assoluti. I loro nomi? Eugenio De Paoli il direttore, DinosAuro Bulbarelli, ma certo, proprio lui, il vicedirettore.
Intendiamoci: le decisioni giornalistiche non dovrebbero scaturire dalle provenienze e dalle radici di chi comanda. In teoria, uno sport e un avvenimento dovrebbero avere l’attenzione che meritano, a prescindere. In teoria. In pratica, non è così. In pratica, il ciclismo deve leccarsi le dita per ritrovarsi improvvisamente, nel pieno di un’epoca molto difficile, due ciclo-amatori in posti così importanti. È chiaro che neppure loro, per quanto amatori, potranno fare miracoli se l’amato movimento continuerà a muoversi in un certo modo, ma questo è tutto un altro discorso.
Le premesse per ridare un po’ di slancio a uno sport che ne ha bisogno, e che comunque la Rai - noi - paga a caro prezzo, ci sono tutte. È fondamentale che i vertici conoscano la realtà del ciclismo italiano, soprattutto che rispetto a tanti altri direttori sappiano quanta passione, quanto entusiasmo, quanto seguito ancora riesca a smuovere, nonostante la barbarie degli ultimi dieci anni. Nessuno chiede che la Rai segua il ciclismo per amicizia o per simpatia, ma semplicemente per quello che rappresenta: ancora oggi, nell’epoca degli stadi vuoti e della crisi di tutti gli altri sport (MotoGp escluso), il ciclismo richiama gente. Per strada, in televisione. Si tratta soltanto di aprire gli occhi, liberandoci dai facili conformismi degli uffici marketing, ancora convinti che soltanto il calcio e la Formula 1 siano amati e meritino spazio.
Che cosa poi De Paoli e Bulbarelli s’inventeranno, io questo non lo so. Però sono molto curioso di saperlo. Intanto, la scelta del nuovo telecronista è già abbastanza sorprendente: tutti pensavano toccasse per eredità naturale a Fabretti, invece sarà Pancani. Scelta felice? Soltanto un cretino, o in tizio in malafede, può rispondere adesso con un sì o con un no. A Pancani va dato modo e tempo per mettersi in mostra, quindi si potranno stilare pagelle. Un augurio di buon lavoro se lo merita da subito. Assieme all’augurio di riuscire a rompere anche con la tradizione. Che cosa intendo per tradizione non sto a specificarlo troppo: dico soltanto che sarebbe bello trovare in Pancani un tele-cronista aperto a parlare di tutto e di tutti, anche e persino dei problemi più imbarazzanti per il settore, come ovviamente il doping. Cioè il tallone d’achille della gestione Bulbarelli, che invece per troppi anni ha frettolosamente liquidato i cataclismi con una battuta e due risate.
Avrà modo di rifarsi dalla scrivania, il vecchio Bulba. La speranza, che personalmente mi espone agli insulti pesanti di chi vivrebbe giorno e notte davanti alle telecronache, è che le grandi corse ritrovino ritmo e suspense. Basta, davvero basta con le dirette di ore, con le estenuanti chiacchiere a latere per intrattenere un pubblico sfatto, mentre il gruppo procede come una comitiva della San Vincenzo a Sotto il Monte. Non se ne può più, di un ciclismo così. Bisogna ritrovare smalto, bisogna tenere alta l’attenzione, bisogna ricreare anche un po’ di sana discussione polemica, senza timore di scontentare qualcuno. L’opportunità è ghiotta: De Paoli e Bulbarelli sanno benissimo che vale più la qualità della quantità. Così per i programmi collaterali come il Processo alla tappa: bisogna decidere una volta per tutte se vogliamo che continui ad essere un patetico ricettacolo di amicizie o se invece che ospiti soltanto chi abbia qualcosa da dire.
Ce la facciamo, direttori? La platea del ciclismo si aspetta molto, da voi. È fondamentale voltare subito la pagina nera della gestione De Luca, il direttore che guardava il ciclismo con la testa rivolta al golf. Bisogna metterci mano. Con coraggio e con fantasia. Senza guardare in faccia a nessuno. Se qualche testa deve rotolare, se qualche faccia deve cambiare, che succeda. Anche se spiace, anche se ci si crea qualche nemico. Questo, purtroppo, significa comandare. Pochi onori, molti oneri. Chi comanda soltanto per farsi adorare dagli adulatori, non va da nessuna parte. Chi comanda per ottenere un buon prodotto, va lontanissimo. L’augurio che faccio io, a De Paoli e a Bulbarelli, è che riescano ad andare lontanissimo. Noi saremo là, a dire grazie.
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